INSEGNATI AD AMARCI

Quanto all’amore fraterno non avete bisogno che io ve ne scriva, giacché voi stessi avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri. (1°Tessalonicesi 4:9)    –   Amati fratelli, pace, vera pace! Vi supplico di ascoltare le parole che escono dal cuore di un vecchio fratello, conservo con voi nel ministero cristiano. Parole che esprimono un’esortazione: – “Apriamoci totalmente all’opera dello Spirito Santo che vuole spandere generosamente l’amore di Dio nei nostri cuori”. Abbiamo bisogno, urgente bisogno, di essere battezzati nell’oceano dell’amore di Dio per essere posseduti e per possedere quel bene che dura in eterno: la carità, legame della perfezione. (Colossesi 3:14)

L’amore, essenza di Dio, rappresenta il traguardo della nostra santificazione (1 Pietro 1:7) ed è il fondamento della comunione cristiana (Giovanni 13:34), l‘energia del servizio, l’evidenza della nostra vocazione. (Giovanni 13:35). Se possediamo ogni altra cosa, ma abbiamo perduto l’amore, abbiamo perduto tutto (Apocalisse 2:4).

La potenza che ci attira verso il cielo è quella dell’amore di Dio, (1 Giovanni 4:19) e sono attirati verso il cielo soltanto coloro che esercitano la fede con amore (1 Corinzi 2:9). Nel pellegrinaggio cristiano è l’amore che congiunge i credenti a Colui che è Invisibile, ed è sempre l’amore che illumina la visione beata della città stabile, città dell’amore.

Dove è assente l’amore è assente Cristo, e dove è assente Cristo è assente il cristianesimo, il vero cristianesimo. Una teologia cristiana, o una liturgia cristiana quando non sono vivificate dall’amore sono corpi senza spirito. Denominazioni, organizzazioni, programmi, istituzioni, possono fregiarsi dei più lusinghieri nomi e fare sempre riferimento a Cristo o al cristianesimo, ma se non hanno, quale essenza l‘amore, appartengono al mondo e non a Cristo.

Non sempre l’assistenza è amore (1 Corinti 13:33), non sempre l’attività evangelistica è amore (Filippesi 1:15), non sempre l’associazione è amore e vera comunione cristiana.

Nel mondo religioso molte cose possono essere compiute per prestigio umano, per interesse di parte, per proselitismo settario, per politica ecclesiastica; queste attività non sono gradite a Dio e di conseguenza non sono neanche di vera benedizione spirituale per il popolo. Non sono di benedizione per i credenti e non sono neanche di benedizione e di luce per gli inconvertiti.

Giustamente è stato detto che l’indifferenza dei cristiani o, peggio ancora, le divisioni e le lotte fra i cristiani, rappresentano uno scandalo e costituiscono una pietra d‘intoppo per coloro che odono la predicazione del Vangelo. Ma perché l’indifferenza e perché le divisioni e le lotte? Perché manca l’amore!

Di amore si parla, l’amore è uno dei soggetti fra i più ricorrenti nei sermoni, ma è anche la virtù meno posseduta e meno esercitata nelle chiese, anche in quelle che possono presentare un catalogo di cose buone (Apocalisse 2:4). Purtroppo non ci rendiamo pienamente conto che “aver smarrito l ‘amore” significa essersi allontanati dal sentiero di Cristo (Giovanni 15:9), cioè essersi sviati; ognuno nella “propria” strada si allontana dall’altro, ma tutti assieme ci allontaniamo da Dio.

Torniamo all’Eterno, torniamo a Cristo! Lasciamoci battezzare immergere, affinché la nostra persona sia coperta dall’acqua della vita e tutto l’essere nostro sia riempito dall’amore che procede dal Trono. Ma traduciamo in termini pratici questa esortazione e diciamo chiaramente: Umiliamoci davanti Dio e chiediamo in preghiera, in costante ed ardente preghiera, che ci faccia tornare alle esperienze che si sono disciolte e che rimangono soltanto come un ricordo in mezzo al popolo di Dio.

La preghiera, però, non può essere efficace se non è fondata sulla sincerità e quindi accompagnata da comportamenti coerenti e in questo caso da comportamenti squisitamente amorevoli. Le nostre responsabilità sono molte e sono verso molti, ma incominciamo coll’assumerci quelle che sono le più immediate: amare i figliuoli di Dio, i nostri fratelli. Tutti figliuoli di Dio, si chiamino con un nome uguale al nostro o con un nome diverso; sono i nostri fratelli e se non riusciamo ad amarli vuoi dire che non siamo neanche capaci di amare Dio (1 Giovanni 4:20), perché non possiamo amare Colui che ci ha generati ed essere indifferenti verso coloro che sono stati generati da Esso o addirittura nutrire ostilità ed odio versi coloro che ci sono fratelli in Cristo.

Non perdere di vista il fatto secondo cui Dio ci ha costituito Suoi eredi, quindi fatti fratelli per l’eternità. E’ stato detto che siamo fratelli per il sacrificio del Golgota, per la tomba vuota, per l’Alto Solaio, ma bisogna aggiungere che siamo fratelli per il ritorno del Signore, per il cielo, per la gloria.

Redenti da un unico sacrificio e purificati con lo stesso sangue, siamo stati giustificati, rigenerati, santificati per la vittoria di Cristo; a tutti è stata fatta la medesima promessa: le stanze superne per essere in eterno con Dio. E’ quasi ridicolo pensare che saremo uniti per sempre nel cielo per fondere assieme la lode davanti al Trono, mentre sul terreno del servizio e della testimonianza in terra siamo divisi dall’ostilità, dalle dispute e qualche volta dalla più volgare delle concorrenze.

Senza amore non può esserci un rapporto pacifico e la Scrittura è categorica nell’affermare che “senza la pace e la santificazione” nessuno vedrà Iddio (Ebrei 12:14) E dobbiamo umilmente riconoscere che oggi nel seno del popolo di Dio esistono una miriade di fratture e molti campi di lotte intestine, cioè dobbiamo ammettere che manca quella pace, quella concordia che scaturiscono dall’ Amore.

La situazione è grave ed ognuno è coinvolto o “può venire” coinvolto; deve essere preoccupazione di ogni cristiano curarsi da questo male o difendersi nel mezzo di questa epidemia. Il rimedio è uno ed è semplice: schiudersi all’amore ed amarsi.

Sarebbe desiderabile che dove si sono prodotte delle fratture, queste fossero sanate, ma, come e stato detto in altra occasione, non in ogni caso e non dovunque è possibile unificare gruppi ormai costituiti in comunità. Possiamo accettare questo dato di fatto nel suo aspetto positivo, cioè ammettendo che la molteplicità dei gruppi può giovare per allargare la testimonianza ed il servizio.

Ma anche non unificate, due o più comunità possono “gettare nel mare dell’oblio” i torti reciproci che ci sono stati, senza pretendere di compiere inventari per stabilire, come premessa, il dare e l’avere (Efesi 4:30) La richiesta e la concessione del perdono non devono essere compresse o ipotecate da condizioni poste dall’orgoglio della carne. Cancellati i risentimenti e spente le accuse, tutti possono e devono procacciare pace e questo studio non rappresenta un obbligo ad un servizio in comune e ad una collaborazione ministeriale. L’esercizio della libertà concede ad ogni comunità di conservare, con l’autonomia, anche metodi e programmi che non sempre corrispondono a quelli di altre comunità, ma la diversità dei metodi o la difficoltà della collaborazione non devono avere un’influenza negativa sulla pratica dell’amore; riconoscersi fratelli, salutarsi o visitarsi deve essere sempre possibile, malgrado le differenze di nome o la varietà dei programmi o di strutture.

Nel cristianesimo vissuto gli elementi di unione, quelli fondamentali, sono l’identità dell’esperienza, l’unicità della rivelazione cristiana cioè della dottrina che comunemente viene chiamata dommatica e di quella che viene definita morale. Quanto a coloro che sono stati giustificati e rigenerati mediante la grazia di Dio e che vivono sostenuti dalla fede e dalla speranza in Cristo, noi neghiamo il saluto e rifiutiamo la comunione, noi prendiamo posizione non soltanto contro i nostri fratelli, ma contro Dio che li ha anelati e contro Cristo che è morto per loro.

Posizione pericolosa, posizione che, a considerare bene la cosa, prendiamo contro noi stessi. E’ inutile cercare di far tacere la propria coscienza ed è anche inutile voler trasferire ad altri le responsabilità che ci appartengono. “Dobbiamo ubbidire a Dio e non agli uomini “. La Parola di Dio ci ordina di amare, di accogliere i deboli, di esortare i paurosi, di pregare per coloro che peccano, di convertire coloro che si sviano! (I Giov.5:16; Giac.5:19)

Per noi non devono esistere “poteri” che possano indurci a convertire l’amore in odio, la sollecitudine affettuosa in indifferenza, la comunione in scomunica. Il sangue di Abele gridava ieri, ma quella voce non si è spenta ed essa può essere coperta soltanto dalla voce del sangue di Cristo che è voce di amore (Ebrei 12:24). Davanti al Tribunale di Cristo non sarà chiesto conto ad altri delle nostre opere, e neanche noi potremo addossare a chi è riuscito a sviarci la colpa consumata da noi. Se Diotrefe non riceve i fratelli e vuole imporci di imitarlo, solleviamoci contro quel suo primato ambito ed usurpato (3° Giovanni 9), se Alessandro ci vuole complici per combattere i figli di Dio, alziamo alta la nostra voce per dire “No! ” (2 Timoteo 4:14).

Vogliamo udire la voce flebile del sofferente, dell’incompreso; vogliamo vedere l’abbandonato ed il ferito che i sacerdoti ed Leviti di oggi hanno sdegnosamente ignorato, ma in maniera più ampia vogliamo riconoscere tutti i nostri fratelli che come noi pellegrini e figli di Dio camminano verso il cielo.

Un coro antico ripeteva più volte: ” Non m’importa a quale chiesa appartieni, se tu ami Cristo Gesù sei mio fratello, non voglio sapere nulla di più.”

Parole semplici, ingenue, forse si prestavano anche ad interpretazioni equivoche, ma in realtà voi levano soltanto dire: – Non ti chiedo se sei organizzato, associato, indipendente; non voglio sapere se ti fregi di un titolo denominazionale, se sei membro di una piccola o grande comunità; se la tua esperienza cristiana è recente o remota. Ti chiedo soltanto se hai accettato Gesù e se Egli vive nella tua vita. Cristo è disposto a dimorare nel cuore del cristiano che è associato ad una organizzazione, ed è disposto ad abitare nella vita di un credente indipendente. L’organizzazione è nulla e l’inorganizzazione è nulla, quello che è importante e “essere una nuova creatura” in Cristo e con Cristo nel cuore.

Libertà e amore: doni preziosissimi del cielo, elementi indispensabili per vivere il vero cristianesimo. E’ triste la condizione di quei cristiani che bruciano di amore, ma sono bruciati dall’amore perché hanno rinunciato alla libertà di esercitarlo; di quei cristiani cioè che accettano direttive umane che stabiliscono chi si deve amare e chi non si deve amare, essi vorrebbero amare tutti i fratelli perché in tutti vedono l’immagine del Padre, ma rinunciano, forse per paura, alla loro libertà e si lasciano legare dal più perfido settarismo.

Dobbiamo, con decisione, proporci di seguire un solo Signore, farci condurre soltanto dallo Spirito che suggella la nostra vocazione (Rom. 8:14) e quindi rifiutare, anzi combattere quelle arbitrarie interferenze che rappresentano un attentato alla nostra libertà e un’opposizione all’esercizio dell’ amore.

Oggi più di ieri dobbiamo contemplare Cristo, essere attenti e sensibili alle Sue parole. La Sua dottrina è una dottrina di amore ed il Suo esempio ci propone in maniera chiara l’esercizio dell’ amore. Contempliamo Colui che ha scelto e mantenuto attorno a Se, uomini rozzi, irruenti, pieni di difetti, e li ha definiti “Suoi amici”. Non Lo comprendevano, avevano ambizioni umane, manifestavano le lacune del loro carattere, ma erano i Suoi ed Egli li amava di un amore particolare.

Gesù ha chiamato “amico” anche Giuda egli ha lavato i piedi, ha sopportato le aspirazioni dei figliuoli di Zebedeo, l’incredulità di Toma, gli smarrimenti di Filippo. Gesù a perdonato il rinnegamento di Pietro.

Ma veniamo a noi, ai nostri giorni, alle nostre esperienze: Gesù ci ha accolto quando ci siamo accostati a Lui con i nostri peccati e quante altre volte ci ha teneramente accolto e ci accoglie. Se il Signore accettasse il metro od il metodo che molti usano e se li usasse Egli stesso, il cielo sarebbe ormai chiuso sopra di noi e Gesù non sarebbe più impegnato nella dichiarazione :“Io sono con voi in ogni tempo… “ Colui che ci ha amato e ci ama; Colui che ha sparso il Suo amore in noi e ci ha insegnato ad amare, Colui che ci insegna ad amare anche i nostri nemici vuole che ci amiamo sinceramente come fratelli. Questo è cristianesimo e questa è vita cristiana e dove questi principi sono assenti possono anche esserci splendidi programmi e vistose iniziative; grandi locali di culto e brillantissima cultura religiosa, risorse finanziarie e plausi umani, ma… non c’è la verità, cioè non c’è Cristo.

La chiesa di Laodicea aveva messo alla porta il Signore; Egli non si era allontanato definitivamente: bussava, chiedeva di entrare. Oggi molti hanno compiuto il medesimo atto, hanno messo alla porta i propri fratelli senza rendersi conto che con essi hanno messo alla porta il fratello maggiore che simpatizza con i reietti: Gesù Cristo. Si ode bussare, è una insistente richiesta di fraternità, di amore e l’auspicio più caldo che può essere espresso in quest’ora è che “tutti odano, che tutti aprano la porta e che finalmente la famiglia di Cristo possa ritrovarsi unita, assieme per stringersi al Maestro, offrire a Lui la cena dell umiltà e dell’umiliazione; dell’amore fraterno, della comunione ed accettare dalla Sua mano le benedizioni che arricchiscono la chiesa.

L’auspicio “non” vuole esprimere il desiderio di una fusione formale delle chiese o della costituzione di un’unica associazione, anzi, al contrario, è il desiderio per la realizzazione di una comunione spirituale, risultato dell’esercizio del vero amore, raggiunto nella libertà: organizzazioni, associazioni, indipendenza, ognuno scelga, segua la forma più gradita, più giovevole alla propia esperienza o più corrispondente alle proprie convinzioni, ma a condizione di non fare di questa scelta un elemento demolitore dell’amore fraterno o un motivo di rottura della comunione cristiana. Non vogliamo prendere posizione e “sgridare ” coloro che “non ” seguono Gesù con il nostro gruppo, ma riconoscere ed amare tutti coloro che hanno “ricevuto” da Dio.

Uniti oggi, uniti per l’eternità; fratelli in terra, fratelli in cielo. Sia questa la nostra visione e sia questa visione il nostro punto d’incontro, per amarci come figli di Dio e come Cristo ci ha amati ed ha dato Se stesso per noi.

Se non abbiamo questo desiderio e se non tendiamo a questa meta, vuoi dire che non abbiamo compreso il messaggio del Vangelo che è messaggio di AMORE.

Questa lettera accorata che vi ho indirizzata non è, come qualcuno potrebbe insinuare, un fenomeno di emotività senile, ma l’espressione più genuina ed anche più coerente del mio sentimento cristiano, avuto ed espresso lungo gli anni del mio servizio.

Non per fornire una prova, ma per aggiungere una pagina antica a quella attuale, riproduco qui alcuni stralci di un mio articolo pubblicato nel lontano 1946 nel primo numero del Risveglio Pentecostale, periodico che io fondai e diressi nel periodo iniziale. Da questo articolo appare chiaramente che la triste situazione di oggi aveva già le premesse nella vita delle chiese di ieri e che ieri come oggi, l’appello appassionato che indirizzavo e indirizzo ai miei fratelli era ed è: pace ed unità !

Io medito, e nella meditazione comprendo che il Signor Gesù ci ha data la Sua pace affinché i nostri cuori, attraverso le tribolazioni e le angosce di questa vita possano godere tranquillità nella Sua grazia e nel Suo amore.

… e comprendo che questa benedetta pace, procacciata verso tutti, ci deve far vivere lontani dalle contese e dai contrasti che gli uomini irosi del mondo cercano di suscitare in ogni occasione.

VIVERE IN PACE CON TUTTI! Questo è il comandamento al quale si devono attenere i “pacifici”, cioè coloro che hanno pace con Dio; pace nei loro cuori.

… e comprendo che ancor più nel mezzo del popolo di Dio la pace deve (o meglio dovrebbe) regnare sovrana ed avere la presidenza in ogni cuore e in ogni opera, perché il tabernacolo di Dio è in Salem, cioè nel luogo ove dimora la pace, secondo che è scritto: “Egli benedice il Suo popolo in pace”.

… e comprendo quindi che nei cuori e nelle chiese non c’è ABBASTANZA pace, e per questo motivo non ci sono molte benedizioni e non si realizzano ineffabili beatitudini. – Comprendo e piango!

Con questo non voglio dire che manca TOTALMENTE la pace. No! Voglio solo dire che ce né poca e pochi sono quelli che, ubbidendo alla Parola del Signore la procacciano sinceramente ed umilmente.

Soprattutto si manifesta molto debolmente il legame della pace fra fedeli e fedeli; fra chiese e chiese. La Scrittura dice: “procaccia pace con coloro che di cuor puro servono il Signore”. Il comandamento è chiaro e bello, ma quanti l’osservano fedelmente?

I fedeli si son detti gli uni gli altri: “Tu non ami di cuor puro il Signore, quindi io non procaccio pace con te “.

Io medito e piango!

Possiamo noi giudicare che un fratello non è puro nel proprio cuore perché intorno a qualche cosa ha un ‘idea diversa dalla nostra?

Se noi giudichiamo il fratello, ci mettiamo in condizione di essere giudicati da lui, perché anch’egli, trovando in noi un pensiero diverso dal suo, potrà lanciarci la medesima scomunica. Paolo diceva:

“Se voi vi mordete e divorate gli uni gli altri, sarete divorati gli uni dagli altri”, e così avviene; i cuori si lacerano, le chiese si guastano, le opere vengono ostacolate, le benedizioni e le potenza di Dio non si manifestano.

Siamo fratelli ? Ci amiamo ? Vogliamo ambedue servire il Signore? Che cosa dunque può impedirci di sentire la pace e di procacciare la pace? Nessuna cosa!

Certamente io non comprendo tante parti della Scrittura che tu comprendi, ma questo non ha importanza: Colui che ha illuminato te, illuminerà anche me. Forse io comprendo qualche passo solo in parte; Iddio mi rivelerà il rimanente.

Forse io intendo in modo differente qualche questione dottrinale, da come la intendi te? Anche questo si supera facilmente con l’amore: ragioneremo fraternamente, ci consiglieremo, chiederemo consigli e se proprio non riusciremo ad ottenere uno stesso modo di intendere, aspetteremo umilmente ai piedi del Signore.

Invece, quante scomuniche, quanti scismi, quante divisioni per questioni di nessuna importanza; talvolta per ragioni dottrinali di nessun valore pratico.

Lavoriamo per la pace; lavoriamo prima dentro di noi e poi in comune e ben presto ci accorgeremo che ci amiamo e ci siamo sempre amati, ma che tale amore è stato per un tempo coperto e soffocato dal turbamento che ha preso il posto della pace nei nostri cuori. Quindi, ricerchiamo pace ed amore ed allora veramente la nostra stretta di mano sarà sincera ed allora veramente il saluto delle nostre labbra sarà il suggello del sentimento dei nostri cuori:

PACE !