La Maddalena ai piedi di Gesù – Testimonianza di Rossana Montesi

Rossana Montesi,  dal cinema a Cristo. E’ stata membro della nostra comunità in Via Anacapri dalla conversione alla morte (2005). Una testimonianza toccante e straordinaria, di come Cristo si rivela e salva chiunque lo cerchi. E’ stata una fiaccola accesa dell’Evangelo portando la luce negli ambienti intellettuali e di spettacolo della capitale. Leggete la sua testimonianza. (A.M.)

Ventenne viene scelta dal regista Ferdinando Maria Poggioli nel ruolo di Bianca sorella di Lilia Silvi nel film La bisbetica domata del 1942.  Nel 1946 è Francesca nel film Le modelle di via Margutta di Giuseppe Maria Scotese con Carlo Campanini e Claudio Gora.  Sempre nel 1946 recita accanto ad Anna Magnani nel film Abbasso la ricchezza! di Gennaro Righelli in un ruolo minore. Nel 1948 fa parte del cast del film La certosa di Parma di Christian-Jaque.  Negli anni cinquanta recita in qualche film e abbandona il cinema nel 1957.  È figlia dell’ attrice di secondo piano Leonilde Montesi. (fonte Wikipedia).

Sergio Zavoli (Giornalista Rai) – Ho letto e apprezzato le pagine che Rossana Montesi ha scritto sugli zingari, un tema tornato di grande e dolorosa attualità. La sua non vuole essere una prova letteraria, ma una testimonianza di attenzione e di carità tesa a provocare compromissioni umane su basi di fede e di ragione. Mi piace segnalare una meditazione di così semplice, autentica spiritualità.

Pietro Prini (Filosofo) – Apprezzo molto queste testimonianze di una forte spiritualità, e di una fede così rara ed operosa come quella di Rossana Montesi che da tanti anni conosco. Le sue pagine, scritte senza intenzioni letterarie, hanno il pregio della freschezza e dell’autenticità, oltre che il colore intatto degli incontri umani con il mondo dei diseredati”.

Giorgio Petrocchi (Storico della letteratura Italiana) – “Conosco ed apprezzo gli scritti di Rossana Montesi, notevoli per profonda conoscenza delle Sacre Scritture e per l’intensa “spiritualità che anima la tessitura culturale e morale dei saggi. La Montesi ha una scrittura ricca e densa, e riesce ad aggiungere ad un ragguardevole impegno etico una fluidità narrativa, una colma misura di sensibilità umana, una varietà di situazioni psicologiche tutte degne di attenta considerazione. Reputo questi scritti, per la profondità e bellezza dei ragionamenti spirituali, un contributo al carattere evangelico degno di essere conosciuto. E ne raccomando caldamente la pubblicazione”.

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di Rossana Montesi – Non so perché il mio pensiero corre al Masaccio… In questi giorni, in un’aula d’Università, il professore Argan tiene lezione su di esso. Io non conosco questo professore, non l’ho mai visto, ma mia nipote Diana lo conosce: si è laureata l’altro anno con lui e continua a frequentare le sue lezioni, trascinandosi dietro un’intera scolaresca di terza liceo, alla quale lei, piccola professoressa appena nata, insegna momentaneamente storia dell’arte. Non so perché scrivo… Masaccio… Il professore non mi conosce e non sa cosa rappresenti per me questo nome, a che cosa sia allacciato, quale importanza abbia avuto nella mia vita, come sia stato un veicolo per condurmi a Cristo, ai piedi della croce, come quella Maddalena bionda coi capelli lunghissimi sul manto rosso, da sotto il quale, come due ali protese verso l’alto, escono quelle braccia con dita tenere ed imploranti. Sebbene inginocchiata, slanciata la figuretta nell’originale, ma malgrado i miei sforzi non seppi ricopiarla esattamente e venne con un corpicino più corto, di una Maddalena piccolina, più bassa, così come sono proprio io. E la madre di Gesù, sotto la croce, alla sua destra, venne un po’ più grossa ed il viso non riuscii a farlo somigliante, ma venne incredibilmente somigliante a quello di mia madre.

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Rossana Montesi sulla scena del film “La bisbetica domata” – 1942

Ed il quadro finì, era bellissimo, piuttosto grande, certamente un metro di altezza. Lo tenevo sul cavalletto ed era molto ammirato da quelle poche persone che venivano a trovarmi. Poi andai in ospedale, in Reumatologia, da Lucherini e dopo un po’ di tempo avevo tanto bisogno di rivederlo, di averlo con me, lo feci portare da casa e attaccare sopra il letto ed un giorno il professore arrivò con il suo codazzo di medici e aprendo le braccia esclamò: “Ohhh!… Questa è una bella riproduzione!… E se te lo dico io ci puoi credere…” Infatti vidi in seguito il suo studio pieno di quadri d’autore.

Dopo tristissime vicende uscii dall’ospedale sempre gravemente malata, fu quasi una fuga. Ero arrivata alla bombola di ossigeno per l’asiatica avuta per contagio e senza medici, senza ossigeno, affidandomi solo alla provvidenza divina, tornai a casa con l’autoambulanza. Ma in quel periodo d’ospedale, erano accadute delle strane cose, avevo avuto molte apparizioni di Gesù.

Arrivata a casa, per poter respirare, feci dei suffumigi con la camomilla e mentre ero intenta a questo, cominciai a vedere nello specchio d’acqua il mio viso riflesso che si trasfigurava in quello di Cristo: erano i miei stessi lineamenti; ma con i capelli lunghi e sentivo nel cuore la certezza che era Gesù. Allora presi a parlargLi, ad invocarLo e supplicarLo anche il giorno dopo. In quel momento suonava mezzogiorno. Era un mercoledì.

L’indomani tutto il mio essere era proteso verso di Lui e la mia stanza era pervasa dall’atmosfera di attesa di Dio. Dissi alla piccola ragazza che era con noi: “Dammi quel quadro e chiudi la porta, che voglio stare raccolta. E sola, con il quadro fra le mani, cominciai a pensare e parlare con Lui. Ricordo, guardando quel corpo rotto, che Gli chiedevo il perché di tanto sacrificio, il perché di quella morte crudele. Sentivo una grande pena, mai provata fino allora. L’immensità del Suo sacrificio, di questo Suo amore per noi così immeritevoli, mi faceva esclamare e chiedere: “Perché sei andato sulla croce” … Siamo tutti pieni di peccato, ti offendiamo sempre…”

Cominciai a piangere, a piangere, lacrime mai piante in vita mia, soffrivo al pensiero di averLo così addolorato, offeso, trascurato e la sofferenza divenne disperazione ed in preda ad essa mi scuotevo tutta nei singhiozzi. Finalmente capivo e vedevo la mia sporcizia, avrei voluto nascondermi dalla Sua presenza. “Gesù, Gesù, perdonami, aiutami…” ripetevo. A poco a poco i singhiozzi si placarono ed Egli mi fece comprendere lo stato dell’umanità, tutti nella condizione di peccato, o per lo meno di grande indifferenza verso di Lui, che aveva dato la sua vita, proprio per noi.

Poi una grande pace, una grande gioia, una nuova dolcissima sensazione mai conosciuta prima: un fuoco divino mi stava riscaldando il cuore e si propagava nel petto, ma era un fuoco d’amore, era un nuovo grande amore che come un incendio mi accendeva il cuore d’amore per Lui e che mi veniva da Lui, scaturito da questo incontro. E suonava mezzogiorno, come il giorno precedente.

Conobbi per la prima volta così l’amore di Dio, meraviglioso, insuperabile amore divino… Mai avevo conosciuto qualcosa di più dolce e più forte tra gli amori della terra. Con le mani strette sul cuore, estasiata da questa scoperta, cominciai a dichiararGli per la prima volta il mio amore, i miei sentimenti. “Come Ti amo Signore, come Ti amo!” gridava colmo di Lui il mio cuore e le mie labbra ripetevano le frasi traboccanti.

Ed egli mi apparve: in fondo al letto, in piedi, vestito di bianco. Non posso dire come fosse… Lo vedevo, ma come non vedendolo, era come se la Sua presenza assorbisse tutto il mio essere e quindi anche i miei occhi vedevano senza vedere. Ma certo nessuno appaga come Lui anima, spirito, corpo, da desiderare solo di essere stemperati in Lui, di perdersi in Lui. Ma certo mi guardò con quel suo sguardo, lo sguardo che prima o dopo fa cambiare vita ad un uomo, facendolo cadere vinto ai suoi piedi.

Passarono dei giorni ed io non facevo che ripetere con quel fuoco nel cuore: “Come ti amo Signore, come ti amo!” A breve distanza da quel giorno, venne a trovarmi una donna che già precedentemente era venuta, entrò nella camera e si diresse verso quel quadro sul cavalletto. Era rimasto lì da quel giorno, non l’avevo più guardato, tutto ormai sbiadiva, avevo visto Gesù di persona ed avevo udito anche la Sua voce.

Ella, in piedi, guardandolo, esclamò: “Ma le ha fatte lei queste macchie rosse nel viso del Cristo”” “Quali macchie” Non ci sono macchie”, risposi. Conoscevo ogni particolare, avevo impiegato più d’un mese per dipingerlo e sapevo bene che non cerano macchie nel viso, il punto più colorito era la bocca. “Ma sì” ripeteva, “ci sono tutte macchie rosse di sangue…”. “Mi faccia vedere!” E mi mostrò il quadro. Era vero, c’erano tante pennellate rosse che io non avevo assolutamente fatto: in fondo alla corona di spine, sotto ogni spina che si conficcava nella carne, sulla guancia… Strano, proprio lì… Infatti, quando dipingevo, dicevo sempre: “Come ci starebbe bene qualcosa tra questa luce e quest’ombra” … Il viso di Gesù era in ombra e la luce batteva su di una guancia ed io trovai appunto una pennellata rossa dietro l’altra lungo di essa, a dividere l’ombra dalla luce; poi sui baffi ed ancora ai lati del collo, in basso. Allora, ricordai qualcosa che avevo dimenticato: nel giorno della Sua apparizione, avevo chiesto a Gesù un segno. Sapevo che era Lui, che non avevo potuto sbagliarmi; ammettendo anche che avessi avuto un’allucinazione, che cos’era quel fuoco divino che continuava a bruciare nel mio cuore” Ed il segno era venuto: il sangue significativo di Cristo, sparso per i miei peccati. Seppi più tardi, venendo a conoscenza della Bibbia, che gli Ebrei, per ordine di Dio, avevano fatto un segno sugli stipiti delle porte col sangue di un agnello e di lì l’angelo della morte non sarebbe passato, figura del sangue di Cristo, applicato individualmente e della vita eterna, poiché dove era il sangue “il distruttore” non sarebbe passato e quella fu la Pasqua, che vuol dire “passaggio del Signore” Esodo 12:12.

Infatti allora fu solo un meraviglioso passaggio di Lui nella mia vita. Purtroppo vivevo isolata nella mia esperienza spirituale, nessuno mi sapeva spiegare qualcosa. Non ero a conoscenza di quanto sia in pericolo l’anima visitata e benedetta da Dio che vive da sola, è come un carbone acceso ma isolato che inevitabilmente si spegne, mentre avrebbe avuto bisogno di stare con altri carboni accesi dentro una stufa; E così persi tutto. Veniva un prete, facevo la comunione, ma non mi sapeva dire nulla, diceva che erano tutte sciocchezze… E il carbone acceso a poco a poco si spense. Non sentivo più nulla, il cuore freddo. Cristo prima vivente in me, si era allontanato, non avevo potuto, saputo mantenere la Sua santa presenza; le distrazioni, le tentazioni non mancavano ed io, per la grande ignoranza delle cose del Regno di Dio, ero perita.

Non sapevo quanto fosse importante la preghiera profonda, la lettura della Sua Parola, la meditazione, la lotta contro il potere delle tenebre. E di nuovo venni riassalita e posseduta, vivevo senza saperlo la famosa parabola della casa spazzata e adorna prima, poi vuota, vuota della presenza di Dio e tornata ad essere riabitata da spiriti peggiori di prima. Matteo 12:43. Il mio incontro con Cristo era solo un meraviglioso ricordo e mi domandavo che senso aveva avuto nella mia vita, non sentendone più l’efficacia.

Un anno dopo fui operata. Un’operazione terribile con complicazioni; l’insonnia mi aveva trascinato nel baratro per la seconda volta, potevo morirne. Dieci mesi dopo stavo peggio di prima della operazione, né in piedi, né seduta. Ma un giorno, il 26 novembre del 1959 mi portarono in uno strano luogo, sdraiata al primo banco, era una chiesa evangelica: “I Pentecostali” delle “Assemblea di Dio”. Non conoscevo assolutamente questi ambienti religiosi, ma mi resi subito conto, dalle loro reazioni nella preghiera, che avevano qualcosa che io non avevo e che provavano quello che io non provavo e così nessuna delle persone che avevo conosciuto nella mia vita. Sentii che così doveva essere il Cristianesimo primitivo. Ricordo, durante la mia vita, dicevo spesso a me stessa: “Secondo me, Cristo ha predicato una cosa ed io vedo fare tutt’altro… Magari esistesse il vero Cristianesimo, ci correrei subito…” Ed Egli, me pagana, mi ci aveva portato. In quella sala non cerano immagini, né statue intorno alle pareti spoglie, né tendaggi, né ori ed io mi dissi “meglio così, ce ne abbiamo fin troppo”, ma c’era tanta fede, tanto fervore. Seppi poi che era in obbedienza allo sconosciuto secondo comandamento “Non vi fate immagini, né sculture alcune delle cose che sono nei cieli, sulla terra e sotto la terra e non vi prostrate dinanzi ad esse” Esodo 20:4.

Era venuto un predicatore dal Sud-Africa e ripartiva il giorno dopo, dotato da Dio del dono della guarigione: “imporranno le mani agli infermi ed essi guariranno…” lessi poi nel Vangelo, Marco 16:17. Alla fine della predicazione stupenda, potente, interpretata da un giovane pastore di Roma, che mai avevo udito, neppure quando ero stata in collegio da bambina, l’uomo di Dio invitò tutta la folla presente ad alzarsi in piedi, con le braccia elevate al cielo, per implorare Iddio che avesse abbassato “la nuvola della gloria” per compiere questa guarigione, la mia. Io non attesi inerte gli eventi, ma mi alzai in piedi pur non potendo ed in quell’atto sentii un soffio sulla guancia particolare, tutto per me, e non era il vento che a folate avevo inteso anche prima intorno a me.

Anche le mie braccia si erano elevate al cielo e pensare che giorni prima mi era sentita più male proprio per averle alzate un attimo, per attaccare un quadretto alla parete della mia stanza. Le mie gambe cominciarono ad intorpidirsi in un modo strano ed io, lucida, seguivo tutto e mi chiedevo il perché, dato che il mio male era nella schiena; ma poi mi resi conto, col passare dei minuti, che esse mi davano forza per stare su, poiché erano divenute come due colonne.

I tre pastori erano ancora sul pulpito, con le braccia elevate al cielo, come in estasi e parlavano strani linguaggi incomprensibili. Seppi poi che Gesù aveva detto prima di ascendere al cielo: “…parleranno in lingue nuove…” Marco 16:17 e quello era il “rivestimento dall’Alto di potenza”, cioè il battesimo dello Spirito Santo che avevano ricevuto gli Apostoli, i discepoli ed anche i cristiani primitivi, ma che dopo il terzo secolo venne soffocato, spento e non più predicato.

Ma la promessa di Gesù era per tutti ed anche Pietro, nel giorno della Pentecoste, aveva detto: “Questo che voi vedete è lo Spirito Santo promesso, il Consolatore, che Gesù asceso al cielo ha sparso su di noi ed è un dono anche per voi, per i vostri figliuoli, e per quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà”, fino alla fine dei tempi”. Atti degli Apostoli 2.

Improvvisamente, vedo i tre pastori che, sempre così rapiti, piombano su di me come tre falchi, con le braccia spalancate, scendendo dalla scaletta e quindi davanti a me, ma in quattro, con Gesù vestito di bianco, apparso improvvisamente.

Il pastore inglese m’impone le mani sulla testa ed a questo contatto io sento una grande potenza che si riversa nella mia schiena, come da sotto in su, a tre ondate successive ed anche nelle braccia. Poi mi stringe a sé ed io sento che sono tra le braccia di Cristo.

Mi stringo forte a Lui. Apro gli occhi, vedo bianco, il pastore era vestito di scuro, è proprio Gesù. Guardo da una parte, dove era la Sua apparizione…” Non c’è più. È proprio Lui, a posto del pastore, i miei occhi si fissano sul bianco, il mio viso “posato sul petto di Gesù”. Molto alto era l’anziano pastore e molto alto “Gesù” e mi stringe a sé. Di nuovo quel fuoco d’amore. Mi stringo a Lui: “Non voglio lasciarti più… ti ho ritrovato, mio dolce Signore, non voglio lasciarti più…” Non so che cos’altro avrò potuto dirgli e cosa Egli mi avrà detto, ma certo un grande amore ci legava. Era forte il suo abbraccio ed una tenerezza infinita, una grande gioia celestiale mai provata, se non in quel lontano giorno, mi faceva scoppiare il cuore bruciante d’amore, di quello strano meraviglioso amore…

Ridevo, piangevo, pregavo… “Alleluia! Alleluia!”, il popolo osannante ripeteva ad alta voce, “Gloria a Dio!”. “Praise the Lord!” esclamava il pastore, inebriato anch’egli dalla presenza divina, ma io che “vedevo ancora bianco” non volevo lasciarlo e mi tenevo stretta a Lui, a Gesù” che si serviva delle sue braccia per stringermi. L’avevo ritrovato e non l’avrei più lasciato.

Mi costò qualcosa questo amore. Dovetti pagare un prezzo: la rinuncia al teatro. Egli me la indicò nei giorni successivi. Mi costò un poco. Erano tanti anni di vita spesa dietro quell’ideale, quella che per me era stata vera passione. Ma l’amore di Cristo era più forte e la Sua perdita era più tremenda di qualsiasi altra perdita. L’avevo ritrovato e non volevo più riperderLo. Ero rientrata nel paradiso che avevo prima perduto. I palazzi rinascimentali, medioevali, dove avevo prima con tanto impegno, tanta dedizione, avevo recitato Boccaccio, Bandello ed altri, erano ormai un sogno.

Non ho mai rimpianto di avere abbandonato tutto, al fine di guadagnare Cristo, “la perla di grande valore” Matteo 13:45 e come colui che per acquistarla “va e vende tutte le altre perle”, man mano anche nella mia vita hanno seguito altre rinunce per poter sempre più crescere nella Grazia ed avere una visione maggiore delle cose del cielo e una conoscenza più” profonda dell’amore di Dio.

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