LA GLOSSOLALIA

INTRODUZIONE

In questi giorni di confusione, di smarrimento e di paura, immense folle che fino a ieri avevano manifestata la più cinica indifferenza verso Dio, stanno compiendo il grande “ritorno”. Ogni angolo del mondo è stato raggiunto dal soffio vivificante dello Spirito e in ogni sfera della società riaffiora l’anelito dell’anima che torna finalmente a Dio.

Questo immenso fenomeno spirituale non è un ritorno alla “religiosità tradizionale” o una riscoperta della chiesa, della liturgia, della pratica sacramentale, ma soltanto un profondo desiderio, anzi un imperioso bisogno di Dio. I credenti cioè non avvertono la necessità di trovare una nuova collocazione nella loro chiesa o di avere ancora una volta parte alla vita religiosa con tutte le sue pratiche e le sue cerimonie, ma soltanto di realizzare una vera, sensibile comunione con Dio: vogliono la realtà della Sua presenza nella loro vita, vogliono l’evidenza del soprannaturale nella loro esperienza.


Non possiamo meravigliarci se per effetto di questo anelito, queste immense folle di credenti hanno desiderato e cercato una vita carismatica o, come hanno detto altri, una vita pentecostale. Tutti hanno dimenticato la posizione di severa critica avuta per decenni nei confronti di quei movimenti di risveglio che nel nostro secolo hanno fatto rivivere nel proprio seno i carismi cristiani, cioè i doni e le manifestazioni dello Spirito, tutti hanno dimenticato per mettersi alla ricerca proprio di quei doni e per rivivere esattamente la medesima esperienza.

Noi che siamo stati oggetto di critica e non soltanto di critica possiamo rallegrarci del cambiamento e rendere lode a Dio il cui braccio è ancora e sempre teso per salvare, per operare, per manifestare tutta la Sua potenza. La nostra posizione particolare però ci fa anche sentire il dovere di esprimere quei consigli che fondati sulla Scrittura possano valersi dell’autorità e della luce derivanti dall’esperienza e possano quindi essere di valido aiuto nell’esercizio della vita carismatica.

Senza ombra di presunzione vogliamo rivolgerci a quanti riconoscono la necessità di approfondire, anche dottrinalmente, la propria esperienza pentecostale ed evitare che questa degeneri in un semplice fenomeno emozionale o si riduca ad una sterile sensazione.

L’argomento è di vastissime proporzioni, ma per ora ci limitiamo a restringerlo allo studio di un solo particolare della vita carismatica, quello del dono delle lingue (glossolalia), anche perché, a ragione o a torto e questo speriamo dedurlo dal nostro studio, questo fenomeno appare come componente centrale del risveglio pentecostale.

Nella speranza di far cosa grata a tutti i credenti e particolarmente di recare una fraterna parola chiarificatrice a quanti vengono denominati “carismatici”, “neo-pentecostali”o “pentecostali” con l’aggiunta delle più diverse definizioni denominazionali che spesso, quando non ci sconvolgono ci lasciano perplessi, eleviamo una preghiera perché il vento della Pentecoste possa spazzare via tutte quelle cose che come elementi di intromissione cercano di frenare il risveglio nella nostra generazione. Forse anche noi abbiamo bisogno di una parola chiarificatrice che ci aiuti a penetrare nell’essenza del problema per sciogliere quelle riserve o risolvere quelle perplessità che derivano dal moltiplicarsi degli elementi che rendono sempre più difficile una collocazione coerente delle componenti di tutti i movimenti citati; gli aneliti, le aspirazioni, le ricerche sono stati indirizzati verso un autentico risveglio spirituale? Le esperienze, i fenomeni sono tutti autentiche manifestazioni dello Spirito?

Mentre esprimiamo una parola di consiglio tentiamo di fare luce agli altri e a noi, sull’affascinante argomento.

LA GLOSSOLALIA NELLA BIBBIA

La “glossolalia” o “dono delle lingue” viene presentata dalla Bibbia come componente della vita carismatica della chiesa. Nel catalogo paolino contenuto nell’epistola ai Corinzi trova il proprio posto fra i doni che conferiscono capacità soprannaturale per parlare.

Tutti i doni spirituali conferiscono capacità soprannaturali; cioè si manifestano, attraverso i credenti non ignorando, ma superando la loro personalità; intelligenza, azione, parola quando scaturiscono dallo Spirito rendono il cristiano uno strumento che compie l’opera soprannaturale di Dio. La glossolalia può essere considerata fra i doni che in modo più evidente e diretto dimostrano la soprannaturalità della propria essenza perché essa permette al credente di esprimersi in “lingue” sconosciute senza l’intervento dell’intelligenza o della cultura.

Il fenomeno spirituale non può essere studiato e compreso a mezzo della scienza medica, psicologica o filologica perché appartiene alla sfera del divino dove la sovranità di Dio si esprime “al di fuori e al di sopra” alle leggi spirituali conosciute dall’uomo. I tentativi compiuti dalle varie discipline scientifiche per interpretare il fenomeno, si sono sempre dimostrati inefficaci.

La “glossolalia” dunque è quel dono spirituale che si “sostituisce” alla lingua del credente e gli consente di esprimersi in una “lingua” a lui sconosciuta; ovviamente la “sostituzione” coinvolge direttamente anche la mente perché la “parola espressa” rappresenta semplicemente e per tutti la manifestazione del pensiero. Il glossolalo invece parla, ma non comprende il proprio discorso, le proprie parole perché sono “proprie” soltanto entro i limiti dell’uso delle corde vocali e delle emissioni di fiato cioè entro i limiti della “partecipazione fisica”; naturalmente c’è di proprio la disponibilità spirituale. L’essere usato dallo Spirito implica la realizzazione di una esperienza che anche se non è razionale è ugualmente edificativa ed edificante; “parlare in lingue” per lo Spirito costituisce quindi, come vedremo più chiaramente in seguito, sempre una benedizione.

Che l’uomo possa improvvisamente parlare in una lingua a lui sconosciuta è ammesso generalmente da molti, ma il fenomeno viene interpretato nelle più diverse maniere, anche perché, dobbiamo ammetterlo, si verifica nelle più diverse sfere della vita spirituale e nelle più diverse forme; ma in questo breve e modesto scritto intendo affrontare “esclusivamente” il problema della glossolalia in relazione alla vita carismatica, alla luce della Scrittura e quindi ignorando gli studi che sono stati compiuti per affrontare l’argomento da punti di vista profani.

Già nel primo libro della Bibbia viene rapidamente descritto l’intervento di Dio fra gli uomini che avevano programmato la costruzione di una città e di una torre che doveva giungere fino al cielo. L’ambizioso progetto non poteva essere approvato da Dio che sentenziò:

“…scendiamo e confondiamo la loro favella; acciocché l’uno non intenda la favella dell’altro…(Gen. 11:7)” il Signore confuse quivi la favella di tutta la terra (Genesi 11:9).

L’esegesi del passo può farci concludere che in Babilonia ognuno comprendeva se stesso, ma nessuno comprendeva l’altro, ma comunque un popolo fino a quel giorno unito da un unico linguaggio diviene improvvisamente matrice delle più diverse lingue. Non possiamo certo identificare il “dono delle lingue” col miracolo di Babilonia o viceversa, ma possiamo però rilevare che quando il “divino” s’inserisce nell’umano, possono verificarsi quei fenomeni che molti si ostinano a voler comprendere e spiegare a livello della ragione.

La Bibbia, dopo il passo ricordato, non torna più a parlare in maniera esplicita del miracolo delle lingue; personalmente rifiuto l’interpretazione di alcuni che vogliono vedere in Deut. 28:49 un riferimento alla glossolalia. Questo passo può essere messo in parallelo con Isaia 33:19 – Salmo 81:5 e Ger. 5:15: sono evidenti riferimenti a quei popoli stranieri la cui lingua non può essere compresa in Israele appunto perché “straniera”, lingua però ben compresa dai popoli che la parlano.

Paolo nella prima epistola ai Corinzi cita un passo della “legge” che rappresenta una profezia relativa alla glossolalia. Sembra che per “legge” l’Apostolo voglia dire “Antico Testamento” perché l’unico passo che può essere considerato corrispondente a quello citato nella epistola è quello contenuto nel profeta Isaia: “Con labbra balbettanti e con lingue straniere parlerà a questo popolo” 28:11.

Ma anche questa profezia rimane avvolta da quello ermetismo che caratterizza gli annunci di realtà che possono avere la loro spiegazione precisa soltanto quando si compiono. Non possiamo escludere che la glossolalia possa anche avere avuto un posto ed una manifestazione nei circoli profetici, specialmente quando si determinavano fenomeni estatici collettivi (I Sam. 19:20-24) ma questo rimane nel campo dell’ipotesi e onestamente dobbiamo riconoscere che non si può compiere una ricostruzione storica basandola sopra congetture personali.

Vogliamo anzi annotare che neanche Gioele, definito il profeta dello Spirito Santo, che pure indugia nel parlare delle esperienze o dei doni spirituali, fa menzione della glossolalia. Queste constatazioni spiegano perché il soggetto, scarsamente documentato biblicamente, suscita tante perplessità in quegli studiosi della Scrittura, che privi di una esperienza carismatica diretta, cercano almeno l’ausilio di una copiosa letteratura chiarificatrice per comprendere e quindi spiegare il soggetto stesso.

L’Antico Testamento è avaro di citazioni utili ad approfondire il problema ed il Nuovo Testamento è stringato, ma ci fornisce però tutte le indicazioni utili alla comprensione, anche teologica, di un’esperienza spirituale che diviene completamente chiara quando il credente la realizza e può confrontarla con la Scrittura.

I quattro Vangeli espongono, completandosi vicendevolmente, la dottrina dello Spirito Santo; ci fanno conoscere che guida, rivela, parla per il credente; lo Spirito convince il mondo di peccato, consola il fedele, lo difende, può essere ricevuto in “misura” sempre più abbondante, è dato a tutti coloro che Lo desiderano e Lo chiedono (Lc. 11:13 – Giov. 7:37-39).

L’evangelista Giovanni ricorda le dichiarazioni più solenni del Maestro in riferimento allo Spirito:-“Chiunque ha sete…chi crede in me dal suo ventre coleranno fiumi…” “E’ utile che io me ne vada…Il Consolatore verrà a voi” “Esso vi guiderà…” (Giov. 7:37-39).

Nonostante quest’abbondanza di materiale di studio, la sola citazione relativa alla “glossolalia” la troviamo nell’ultimo capitolo del Vangelo di Marco e, cosa che può apparire sorprendente, non in riferimento al soggetto dello Spirito Santo, ma a quello della fede:-Questi segni accompagneranno coloro che avranno creduto…parleranno nuovi linguaggi (Marco 16:17).

Voglio subito far notare che la glossolalia è indicata come un “segno” d’identificazione del credente e non come “segno di riconoscimento del battesimo dello Spirito Santo”. I credenti presentano al mondo, assieme alla loro vita rigenerata e alle loro opere luminose, l’evidenza di una fede operante: esorcismo, taumaturgia, glossolalia che si uniranno ad una miracolosa invulnerabilità che li preserverà dal veleno dei serpenti o da quello delle bevande mortifere. Non posso chiudere questa parentesi senza aggiungere che questo verso del Vangelo di Marco illustra una condizione collettiva e non personale e le operazioni soprannaturali rappresentano quindi il patrimonio della chiesa, costituito dalla fusione dei doni e delle esperienze dei singoli credenti (I Cor. 12:11-30).

Questa precisazione non vuole ancora affrontare il problema della relazione fra battesimo nello Spirito e glossolalia, ma vuole essere sottolineatura del primo passo neotestamentario relativo al nostro soggetto.

Dobbiamo giungere a Fatti 2:4 per trovare il passo successivo e questo c’introduce pienamente nell’argomento perché ci descrive l’esperienza dei cristiani raccolti nell’Alto Solaio di Gerusalemme. Io ritengo che questo passo sia il più esauriente non soltanto nella descrizione del fenomeno all’epoca apostolica, ma anche nell’illustrarne tanto l’aspetto formale, quanto i contenuti sostanziali. Voglio ricordare che il titolo di questo scritto è “la glossolalia” e quindi non posso cedere all’invito di dilatarlo oltre i naturali confini per entrare nelle allettanti articolazioni della teologia dello Spirito Santo, ma non posso però sottrarmi da una breve analisi esegetica delle parole del passo citato e di quelle del contesto.

I cristiani di Gerusalemme “cominciarono a parlare lingue straniere secondo che lo Spirito dava loro a ragionare”, dopo che “furono riempiti”, ma è anche utile ricordare le sequenze rapidissime che si susseguirono nel giorno della Pentecoste: – “Dal cielo” “un suono” “come di vento impetuoso che soffia” che “riempì tutta la casa”. “Apparvero delle lingue spartite” “come di fuoco” “sopra ciascuno di loro” “tutti furono ripieni di Spirito Santo” (Fatti 2:2-3).

Se la Pentecoste viene accettata come modello, come prototipo del battesimo nello Spirito, deve essere anche accettata come punto di riferimento per lo studio della glossolalia. Il battesimo non è solo conoscere lo Spirito, realizzare una azione dello Spirito, ricevere un’effusione di Spirito, ma è “essere riempiti dello Spirito” (Fatti 2:4).

Il battesimo è realizzare la forza impetuosa del vento, la luce risplendente ed il calore del fuoco, la saturazione della personalità compiuta dalla potenza dello Spirito. Il battesimo è luce, potenza, vita in una misura che qualifica per il servizio, che rende pronti per la lotta (Fatti 1:8).

Soltanto in Fatti 2 abbiamo la precisa descrizione degli elementi che hanno caratterizzata la Pentecoste, ma non è ardito affermare che questa pagina della Scrittura ci è stata data per fornirci il modello, la pietra di paragone, per poter sempre individuare un autentico battesimo nello Spirito. La Pentecoste individuale o collettiva deve giungere alla glossolalia attraverso il battesimo e deve manifestare il battesimo nella successione di quelle precise realtà che possiamo esemplificare o figurare nel vento, nel fuoco…nella pienezza.

Giustamente ha fatto osservare il Tozer che la promessa espressa da Gesù in Atti 1:8 “Voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi”, non si riferisce a due realtà separate “Spirito” e “Potenza”, ma ad una sola realtà: “Spirito, che ha in Se stesso e quindi conferisce Potenza”. Non è possibile quindi realizzare il battesimo nello Spirito, senza realizzare anche potenza o, come possiamo esprimerci tipologicamente, senza presenza del vento, del fuoco, della pienezza.

Che l’esperienza del battesimo sia sempre caratterizzata da un’evidenza sensibile è confermato in modo inequivocabile dal libro dei Fatti, dalle parole di Pietro: “…ha sparso quello che voi VEDETE ed UDITE…” Fatti 2:33, agli altri versi:

“…VEDENDO che per l’imposizione delle mani degli apostoli, lo Spirito Santo era dato…” Fatti 8:18; “…li UDIVANO parlare lingue e magnificare Dio” Fatti 10:46;

“…lo Spirito Santo venne sopra loro e parlavano lingue strane e profetizzavano…” Fatti 19:6.

Che questa “evidenza” ci proponga il tema della glossolalia mi sembra fuori dubbio come fuori dubbio mi sembra che il tema della “glossolalia” non possa mai essere dissociato da quello del battesimo nello Spirito. Soltanto la pienezza del battesimo produce la immediata e quasi irrefrenabile manifestazione carismatica delle lingue.

Non voglio affermare, sia ben chiaro, che il credente non possa realizzare e quindi esercitare alcuni doni spirituali anche prima e senza il battesimo nello Spirito (Luca 10:27), ma voglio soltanto precisare che il “battesimo” è reso evidente “immediatamente” perché non può non essere accompagnato da una esuberante manifestazione carismatica. Anzi voglio far notare, perché sembra che molti l’abbiano dimenticato, che “quei discepoli che sembravano ebbri…” Atti 2:13 “ragionavano le cose grandi di Dio…” Atti 2:11

“magnificavano Dio…” Atti 10:46, voglio far notare, ripeto, che l’evidenza del battesimo non è data soltanto dalla glossolalia, ma dalla glossolalia unita, potenziata da un fiume di gloria che sgorga da un credente realmente inebriato dallo Spirito.

Il “battesimo” non è l’esperienza di un’ora e tanto meno una manifestazione fredda, priva di emotività e la glossolalia non è, non può essere, un fenomeno arido che lascia il credente quasi indifferente. Questo dono dello Spirito, proprio perché si esprime fuori dalla ragione e quindi della partecipazione intellettuale del credente, è il più qualificato per suscitare profonde emozioni tanto in colui che lo esperimenta e lo esercita, tanto in coloro che lo partecipano dall’esterno.

Ma forse per ora non è tanto importante delineare le caratteristiche formali e sostanziali del “dono delle lingue”, quanto insistere sulla perfetta biblicità del fenomeno. Annunciato velatamente nell’Antico Testamento, appare nel Vangelo e viene promesso come manifestazione carismatica e come segno distintivo della chiesa. La chiesa degli Atti, dalla Pentecoste in poi, realizza il dono divino e lo esercita come normale manifestazione della vita cristiana.

L’Apostolo Paolo nella prima epistola ai Corinzi, che è anche l’unica ad affrontare esaurientemente il soggetto del “culto comunitario”, non soltanto ci fa sapere che il “dono delle lingue” è presente ed attivo nella chiesa, ma ci fornisce anche tutte le delucidazioni necessarie a chiarire la “dottrina” della glossolalia, come particolare di quella più vasta della vita carismatica della chiesa.

Che il fenomeno non sia tramontato assieme alla chiesa apostolica è ampiamente provato dalla storia e specialmente dalla “storia dell’altra chiesa” come uno scrittore ha amato definire la catena ininterrotta di quei movimenti di risveglio che hanno regolarmente fatto rivivere nel proprio seno, assieme alle più evidenti manifestazioni della “grazia”, i doni spirituali congiunti o derivanti da questa.

Nella nostra generazione poi il problema è di scottante attualità perché riproposto prima dal movimento definito “pentecostale” e quindi ribadito con vivacità, ma forse anche con imprecisione, dai tanti movimenti generalmente censiti sotto il nome di “neo-pentecostali” o quello più ambizioso di “carismatici”. E proprio perché di attualità desidero esprimere il mio pensiero su questo appassionante problema; sono certo che specialmente per coloro che si affacciano ora sul vasto orizzonte delle esperienze pentecostali sarà gradito ascoltare un’opinione che possa aiutare a superare perplessità o incertezze.

Non credo che ci sia presunzione in questa dichiarazione che vuol dare soltanto risalto al valore di un’esperienza vissuta nel seno di un movimento che ha cercato e cerca di esaltare il valore della vita carismatica.

VALORE DELLA GLOSSOLALIA

L’Apostolo Paolo ringraziava Dio perché aveva ricevuto e possedeva il dono delle lingue (II Cor. 14:18), eppure molti studiosi moderni continuano ad affermare che egli giudicava la “glossolalia” un dono inferiore e ne scoraggiava l’esercizio. Sembra strano che il grande servo di Gesù Cristo possa con tanto calore ringraziare Dio per un dono che poi giudica privo di valore e che consiglia addirittura di accantonare.

L’equivoco e l’incoerenza non sono in Paolo, ma nei suoi interpreti che analizzano alcune parole contenute nella prima epistola ai Corinzi partendo da posizioni chiaramente preconcette. L’errore esegetico è determinato particolarmente da due elementi:

 

  • Dimenticare che Paolo risponde ai credenti di Corinto che hanno formulato precise domande poste in relazione ad alcune particolari situazioni locali.

  • Fermarsi sopra alcune parole dell’Apostolo e citarle a sostegno delle proprie tesi, scardinandole dal contesto fino al punto di interrompere una frase proprio là dove dovrebbe essere completata per chiarire il pensiero di Paolo.

 

 

L’Apostolo nel trattare il problema della vita carismatica è costretto a riferirsi ad una situazione locale particolarissima; appare chiaro che nella chiesa di Corinto l’esercizio dei doni dello Spirito veniva praticata fuori e in opposizione a quei principi di discernimento e di ordine (I Cor. 12:3; 14:23; 14:40) che sono essenziali per l’edificazione della chiesa; i credenti di quella comunità amavano la libera espansione delle loro emozioni e le più esuberanti e “spettacolari” forme di comunione e di culto e si abbandonavano di conseguenza alle più incontrollate manifestazioni carismatiche.

La glossolalia che per le sue caratteristiche intrinseche sfugge più facilmente ad un controllo e che in misura accentuata offre uno stimolo emozionale sembra esser stata preferita dai Corinzi ed esercitata in misura così ampia da togliere spazio non solo agli altri carismi dello Spirito, ma anche specificatamente al dono d’interpretazione che rappresenta l’elemento integrativo delle “lingue”. Le riunioni di culto nella comunità, perduto il controllo e l’ordine, avevano finito anche col perdere ogni carattere edificativo ed evangelistico e si erano svuotati di tutti gli elementi indispensabili per essere autentica offerta a Dio.

Paolo interviene per ricordare:

 

  • Che nella chiesa “tutti” i doni sono stati dati dallo Spirito e “tutti” devono essere esercitati nello Spirito (I Cor. 12:11)

  • Che i “doni” hanno uno scopo edificativi ed evangelistico e non devono essere esercitati per soddisfare aspirazioni umane o per provare sensazioni od emozioni (I Cor. 14:37).

  • Che l’esercizio dei doni deve essere disciplinato da un principio d’ordine che è “opportunità” “avvicendamento” “equilibrio” (I Cor. 14:31-33)

  • Che tutti i credenti devono sentirsi impegnati nella celebrazione del culto, ma tutti devono essere sottoposti alla guida dello Spirito (I Cor. 14:26).

 

 

Egli si dilunga in modo particolare a parlare del “dono delle lingue” appunto perché è quello al quale è stato consentito di invadere il campo ove doveva fiorire la vita carismatica; l’Apostolo non ordina di sopprimere, ma di ridurre alle misure volute dallo Spirito l’esercizio della glossolalia.

Le lingue non devono togliere lo spazio alla profezia, alla sapienza, alla scienza o agli altri doni spirituali, ma devono essere soltanto una parte di quella “vita” che deve essere manifestata dalla chiesa, corpo di Cristo (I Cor. 12:27). Come nel “corpo” ci sono molte membra, diverse l’una dall’altra, così nella chiesa devono esserci e manifestarsi funzioni che possano integrarsi vicendevolmente nella loro varietà; tutte contribuiscono all’edificazione se esercitate non in opposizione o in concorrenza, ma in armonia con i principi generali dell’ordine.

Per questi motivi, infatti, Paolo conclude: – “Così dunque, fratelli miei, appetite come a gara il profetizzare e non vietate il parlar in linguaggi…” (I Cor. 14:39).

Queste parole sembrano quasi dettate dalla preoccupazione di un possibile equivoco; quello che poteva nascere proprio dal fatto che l’Apostolo era stato costretto a soffermarsi a lungo sull’argomento della glossolalia per squalificare il metodo incomposto seguito dai credenti di Corinto. Non voglio “sopprimere” le lingue, sembra concludere Paolo, anzi non ostacolatene l’esercizio, ma vi esorto però a non farne l’elemento esclusivo della vostra vita carismatica e, soprattutto, vi raccomando di armonizzarle con l’interpretazione e alternarle con la profezia che avete respinta fuori dalle vostre riunioni.

Vengo al secondo punto ricordato che è poi quello maggiormente ricorrente come termine di controversia, cioè all’interpretazione del passo I Cor. 14:5. Le parole sottolineate dagli esegeti che cercano di dimostrare la inutilità della glossolalia sono: “…è maggiore chi profetizza che chi parla in linguaggi…”.

L’Apostolo, dicono, compie un confronto qualitativo ed enuncia una valutazione: c’è un dono che è più importante ed un altro che ovviamente è meno importante; quindi cerchiamo il primo e trascuriamo il secondo.

Si può subito osservare che prima di queste parole, Paolo ha scritto: “Or io voglio che tutti parliate linguaggi…”. Linguaggi come già detto che i credenti di Corinto già parlavano in misura esuberante ed incontrollata. Si può anche osservare che anche stabilito un principio di differenziazione qualitativa, questo principio non provoca l’eliminazione di ciò che è minore, a totale beneficio di ciò che è maggiore, ma non è su queste osservazioni che voglio richiamare l’attenzione del lettore, ma proprio sulle parole di Paolo: …maggiore è chi profetizza che chi parla linguaggi, SE NON CHE EGLI INTERPRETI, ACCIOCCHE’ LA CHIESA NE RICEVA EDIFICAZIONE.

L’Apostolo è di una chiarezza assoluta: -Se la “glossolalia” è esercitata disordinatamente, come appunto fra i credenti di Corinto, cioè collettivamente, senza essere seguita da interpretazione, perde quella sostanzialità edificativi che deve avere e diviene inferiore alla profezia ed anche ad ogni altro carisma, ma SE è seguita dall’interpretazione e riceve quindi la giusta collocazione nella vita spirituale della chiesa, riacquista interamente il proprio valore che è poi lo stesso valore di “ogni” dono dello Spirito.

E’ impossibile compiere una classificazione dei “doni”perché la loro validità è in relazione alle esigenze spirituali della chiesa e all’opera del ministero cristiano e se è vero che qualche volta l’esorcismo (Atti 16:18) deve essere il primo posto è altrettanto vero che questo deve essere dato in altra occasione alla taumaturgia (Atti 14:10) o alla profezia (Atti 21:11) o a qualsiasi altra qualificazione carismatica.

Nelle riunioni di culto, nel senso strettissimo del termine, devono esserci e devono alternarsi: salmo, linguaggi, rivelazione, interpretazione, profezia…(I Cor. 14:26-29) e tutte queste componenti devono essere considerate ugualmente valide e complementari per l’offerta di un culto a Dio e per l’edificazione della chiesa. Questo passo della Scrittura risponde ad un’altra osservazione negativa fatta da alcuni che, per squalificare la “glossolalia”, fanno notare che nel catalogo paolino questa, insieme all’interpretazione, è collocata all’ultimo posto.

La tesi è di una fragilità che rasenta la puerilità e viene subito demolita dal verso ora citato e che pone la glossolalia esattamente al centro delle manifestazioni carismatiche ricordate e trasferisce addirittura la profezia all’ultimo posto. D’altronde nell’elencare realtà di uguale valore cosa si può fare per non collocarne uno all’ultimo posto? Ma che la cronologia letteraria non abbia sempre il carattere di discriminazione è affermato da un altro passo della epistola ai Corinzi: – “Tre cose durano al presente: fede, speranza e carità…ma la maggiore di esse è la carità” (I Cor. 13:13). Sì! Proprio quella che si trova collocata all’ultimo posto.

No, Paolo non vuole svuotare del proprio valore il dono delle lingue perché per lui: “è dato dallo Spirito per ciò che è utile ed opportuno…” (I Cor. 12:7). Permette di parlare con Dio e ragionare misteri in Spirito (I Cor. 14:2). La glossolalia edifica il credente…(I Cor. 14:4), edifica la chiesa quando ha il suo naturale complemento (I Cor. 14:5).

La glossolalia è nel credente spirito di preghiera, fonte di gioia, impulso di esaltazione; è un “segno” che accompagna la chiesa nel ministerio evangelistico. L’Apostolo è felice di possedere, in misura copiosa questo carisma e vuole che la chiesa non soltanto realizzi il dono, ma lo eserciti regolarmente, e chiede soltanto che non sia trasformato in un mezzo per esaltare emozioni disordinate che finiscono sempre per soffocare la vita ordinata della comunità e quindi anche l’armonico ed equilibrato uso dei doni spirituali largiti da Dio.

In conclusione, l’Apostolo non vuole sbiadire ma mettere a fuoco per esaltare il dono delle lingue che egli possiede e che desidera per la chiesa a condizione, naturalmente, che questa lo sappia e voglia usare in sottomissione all’ordine dello Spirito.

LA GLOSSOLALIA PER IL CREDENTE E PER LA CHIESA

Il dono delle lingue, non ha soltanto una finalità edificativi per la chiesa, o uno scopo evangelistico per il non credente, ma anche una alta funzione nutritiva per il cristiano che lo possiede e che quindi può esercitarlo nell’ambito della propria vita devozionale privata. Per questo motivo Paolo rendeva grazie a Dio per il possesso del prezioso carisma e per questo stesso motivo credenti e ministri, nel corso della storia cristiana, fino ai giorni nostri, hanno reso testimonianza della gioia realizzata nell’esercizio della glossolalia.

“Parlare in altre lingue” mentre tutta la vita si eleva, a mezzo dell’adorazione e della preghiera, procura una dolcissima sensazione che non rimane “fine a se stessa”, ma arricchisce interiormente la personalità del credente. L’Apostolo Paolo espone didatticamente le ragioni profonde che stabiliscono il rapporto “glossolalia – benedizione” ed io desidero soffermarmi brevemente su queste ragioni perché l’esame, anche rapido, permette di riconoscere il valore di questo dono che molti cercano di squalificare.

Chi parla linguaggi non parla agli uomini, ma a Dio… I Cor. 14:2

Spero che nessuno voglia mettere in dubbio la preziosità del dialogo con Dio; parlare a Dio o parlare con Dio vuol dire sempre raggiungere un livello che ci distanzia dalle circostanze e dalle cose che vogliono assorbirci e ci permette anche di estraniarci alle nostre debolezze naturali; è il bramato incontro col Padre nelle sfere celesti che ci sono state schiuse in Cristo.

L’esperienza ricordata da Paolo non ha nulla in comune con la preghiera meccanica, fredda, distaccata che può essere esercitata sul binario di una liturgia stereotipata e che non produce nessun effetto spirituale nella personalità del credente. Il “glossolalo” che parla a Dio realizza sensibilmente la presenza di Dio ed è saturato, si può dire, tanto dall’atmosfera di gloria che lo circonda, quanto dalla potenza celeste che sgorga, attraverso le sue labbra, dal suo cuore.

“Nessuno l’intende” ed egli stesso non comprende il significato del suo discorso, quindi la sua mente rimane estranea ed infruttuosa, eppure egli proferisce misteri nello Spirito. Una cosa è posta in evidenza: il glossolalo esprime un “discorso” celeste e questo discorso è volto a Dio, quindi stabilisce un rapporto reale, concreto, intimo con il cielo e tutto questo non soltanto appare chiaro dalla dichiarazione di Paolo, ma anche dall’esperienza che il credente realizza nell’esercizio personale e privato del dono.

La mente rimane infruttuosa, ma la vita interiore viene ugualmente benedetta e da questa benedizione alla fine viene esaltata anche la mente. Ogni incontro con Dio eleva e perfeziona l’esperienza del credente e quindi anche l’incontro al quale non partecipa la ragione, si conclude con un processo edificativi che investe la intera personalità e, ovviamente, illumina anche la mente.

D’altronde, l’esperienza ci insegna che anche indipendentemente dalla glossolalia incontri con Di, nelle sfere celesti, ci conducono ad un colloquio che non è di parole; avvertiamo distintamente l’incapacità ad esprimere, con la nostra lingua, col nostro vocabolario, certi sentimenti spirituali che vorremmo tradurre in discorso ed allora preferiamo parlare con i “palpiti del cuore” e col “calore dell’anima” cioè col linguaggio del sentimento che non è linguaggio razionale o che non è sempre linguaggio razionale.

Parlare con la stessa lingua dello Spirito, anche quando questa è incomprensibile, vuol dire realizzare in un modo più profondo quel rapporto che permette al credente di aprirsi a Dio, elevarsi a Dio, abbandonarsi a Dio; non sono le parole, gli argomenti che edificano, ma il conseguimento di una comunione che è nello stesso tempo “comunicazione” e “mettere cose in comune” e quindi rende l’esperienza dolce e benefica.

Ma la glossolalia oltre ad essere discorso generico è anche

Orazione nello Spirito (I Cor. 14:14)

L’Apostolo Paolo afferma, nell’Epistola ai Romani che “noi non sappiamo pregare come si conviene…” (Rom. 8:26) e perciò lo Spirito “interviene” per noi con “sospiri ineffabili”. I sospiri diventano espressione, discorso e questi sospiri, vogliamo ricordare, procedono dallo Spirito; non possiamo quindi sorprenderci se l’intervento dello Spirito invece di concludersi semplicemente con i sospiri si manifesta attraverso la glossolalia.

Chi ha esperimentato il dono delle lingue, esercitato in funzione di orazione, sa bene e può rendere testimonianza che si sente veramente un “orante” nella profonda consapevolezza che anche la sua intercessione a Dio, per sé e per altri, è preghiera efficace (Giac.5:16).

Non deve sembrare strano che si possa pregare con parole che, in quanto sconosciute ed incomprensibili, escludono la nostra mente dall’intercessione; la preghiera è assolutamente esercizio di fede, manifestazione di amore e tutti sappiamo molto bene che queste virtù non nascono dalla mente ed anzi qualche volta esistono e si esprimono in opposizione ad ogni speculazione razionale. Noi non sappiamo sempre che cosa dobbiamo chiedere, ma sappiamo che dobbiamo chiedere cose che siano accettevoli a Dio e quindi qualche volta, nella comunione dello Spirito Santo, offriamo sull’altare fede ed amore e il Consolatore aggiunge le parole misteriose, come l’angelo aggiunge profumi alle orazioni di tutti i santi (Apocalisse 8:3).

Giovanni, nel passo ricordato, ci dice che il “fumo dei profumi” salì dalla mano dell’angelo nel cospetto di Dio. Anche qui non sono le parole, le frasi ben composte che ascendono al cielo, ma è il profumo stesso, che l’angelo ha sparso generosamente sopra le orazioni; sembra proprio che la Scrittura voglia ricordarci che Dio gradisce l’offerta provveduta da Lui e che deve trovare soltanto vasi preparati per riceverla e per renderla (I Cor. 29:14). La nostra partecipazione si deve realizzare nei limiti e nei modi voluti dallo Spirito.

E’ stato detto che l’orazione in lingue è qualche volta necessaria affinché preghiamo per esigenze a noi sconosciute; non possiamo pregare razionalmente quando Dio stesso ci vuole usare come strumenti d’intercessione a favore di credenti, ministri o missioni di cui forse ignoriamo l’esistenza. L’ipotesi è molto interessante, ma andrebbe sviluppata nella direzione di un approfondimento dell’essenza della preghiera e questo ci porterebbe troppo lontano dal soggetto immediato di questo scritto.

La stessa cosa si può dire a riguardo dell’ipotesi espressa da un noto revivalista inglese che affermava, forse troppo categoricamente, che lo Spirito ci fa pregare sovente in lingue per impedire al diavolo di comprendere e quindi di ostacolare le nostre richieste (Dan.10:12,13). Le “lingue” in questo caso diventerebbero una specie di “codice” per neutralizzare le azioni del nemico.

Non affronto i due argomenti perché, come detto, richiederebbero uno sviluppo ed una dilatazione dell’argomento fuori dello schema che mi sono proposto, ma non posso non osservare che l’uno e l’altro suscitano perplessità e quindi devono essere ricordati soltanto per incoraggiare quanti sono interessati a considerare il problema sotto tutti gli aspetti.

Fuori dalle “ipotesi” rimane la realtà, ampiamente esperimentata, di una vera, profonda comunione con Dio realizzata e sempre realizzabile in preghiera nell’esercizio del dono delle lingue. Quante volte il credente nella propria vita devozionale, inizia una conversazione con Dio o una preghiera a Dio con le proprie parole e poi penetrando sempre più profondamente nello spirito dell’orazione si accorge che le parole si sono esaurite o sono diventate inutili e vengono sostituite dai sospiri ineffabili; dai sospiri ineffabili alle “lingue” il passaggio è facile e frequente ed il credente, in tal caso, non si chiede qual è il significato delle parole che sgorgano dalle sue labbra perché “sente” che esse sono “sonorizzazione” dei suoi più intimi sentimenti, sono la preghiera del cuore.

La glossolalia, discorso, preghiera può essere ed è nell’esperienza spirituale:

Lode a Dio (II Cor. 14:15,16)

Credo che non sia difficile comprendere che per lodare Dio non siano sempre necessarie parole intelligibili; possiamo lodarLo con la musica, come la natura Lo loda con il canto degli uccelli o con lo stormir delle foglie. Se questo è vero, e nessuno può metterlo in dubbio, ne consegue che lodare Dio, per impulso dello Spirito Santo significa raggiungere un livello certamente più elevato di quello che si raggiunge accettando semplicemente dei suggerimenti liturgici o seguendo il binario della nostra ragione, o le note del pentagramma.

Sottolineare in senso negativo che il “glossolalo” non sa quali espressioni di lode usa per magnificare Dio, significa avere una concezione soltanto formale del culto spirituale che specialmente quando è individuale deve essere esercitato per esprimere quanto di più profondo, di più intimo si vuole offrire a Dio. Le parole, la ragione, come ripetutamente detto, non sono sempre i mezzi più idonei per raggiungere questo risultato che invece può essere pienamente conseguito quando un fenomeno carismatico, come quello della glossolalia, sembra portare in superficie e far traboccare i tesori più preziosi dell’anima per poterli “spandere” in offerta d’amore sull’altare della fede.

L’esperienza mi ha insegnato che quelle parole oscure, quelle frasi misteriose acquistano un significato non alla mente, ma al cuore; esse interpretano fedelmente quello stato interiore che si vuole esprimere, gli danno un suono, una melodia.

Fin qui mi sono limitato a scrivere relativamente all’azione edificativi della glossolalia nell’esperienza personale e privata del credente, ma non ho voluto, seguendo questo schema, svuotare questo dono prezioso del suo valore edificativi per la comunità. La “glossolalia” fa parte di pieno diritto e a parità di valore con gli altri del catalogo carismatico che elenca i nove doni dati dallo Spirito alla “chiesa” e se è vero che rappresenta una benedizione nella vita privata dell’individuo è altrettanto vero che può essere definita una ricchezza per la comunità.

L’Apostolo Paolo raccomanda di non ostacolare coloro che parlano in lingue (I Cor. 14:39); ricorda che nelle riunioni di culto devono esserci dottori, profeti e glossolali (I Cor. 14:26). Per quanto riguarda la disciplina cultuale esorta a “far parlare due o tre profeti…” e nella medesima maniera a far “parlare due o tre glossolali…” (I Cor. 14:27-29).

Questi riferimenti biblici sono estremamente chiari e fanno luce su una pagina della storia del cristianesimo, quella che tratta della vita carismatica nell’età apostolica. Non è vero, come affermano certi critici superficiali e frettolosi che il miracolo delle lingue si è compiuto eccezionalmente nel giorni della Pentecoste per capovolgere gli effetti di Babilonia (Gen. 11:7; Atti 2:8) anzi esso si è inserito nella vita spirituale della chiesa come componente integrale ed integrativa della vita carismatica (I Cor. 12:10).

Come ai giorni apostolici, il dono delle lingue può e deve essere disciplinatamente esercitato nella chiesa cristiana odierna. Per “disciplina” dobbiamo intendere quella sottomissione alla guida divina che si manifesta nell’ordine e nell’equilibrio di una sana e veramente edificativa vita carismatica.

Il primo principio di ordine nell’uso del dono delle lingue è di carattere quantitativo: “parlino due o tre al più”; il secondo di carattere cronologico: “uno dopo l’altro” ed il terzo di carattere integrativo: “…ed uno interpreti”.

Queste norme non hanno bisogno di molte spiegazioni, la glossolalia non deve monopolizzare la riunione di culto, ma deve essere soltanto una parte proporzionata di questo; specialmente per i credenti di Corinto che si erano quasi totalmente donati all’uso spettacolare e disordinato di questo carisma il richiamo all’ordine rappresentava l’esortazione a considerare e risolvere il problema entro le linee di una vita spirituale armonica e benefica.

Forse il medesimo richiamo è valido oggi per certi movimenti carismatici che fanno della glossolalia l’unico elemento d’espressione nelle loro riunioni di culto. E’ comprensibile come ai nostri giorni il dono delle lingue possa esercitare un’attrazione come la esercitava nella chiesa di Corinto, e rappresentare un mezzo per far esplodere le emozioni dei credenti; ma, ovviamente, come ieri Paolo così oggi, per la medesima parola, dobbiamo dichiarare esplicitamente che tutto ciò è fuori ed in conflitto con l’ordine stabilito da Dio.

Il messaggio in lingue deve essere chiaro nella dizione ed espresso in un’atmosfera di riverenza e di attenzione assoluta: “uno dopo l’altro” esclude che si possano dare due messaggi contemporaneamente od un messaggio che si confonda e si perda in mezzo al parlare di tutti. Il controllo delle proprie emozioni dovrebbe essere un principio generale e costante ed almeno dovrebbe avere una rigida attuazione nel momento che un carisma si manifesta in una riunione di culto; il “messaggio” non deve essere soffocato, disturbato o anche soltanto mescolato a voci e rumori che potrebbero turbare quell’equilibrio spirituale che è indispensabile per la realizzazione degli effetti della vita carismatica,che è e deve essere sempre vita di edificazione reciproca, quindi benedizione collettiva.

L’attività del “glossolalo” deve essere, sempre, e anche questo è un principio di ordine, sincronizzata con quella dell’”interprete” e quindi, se l’interprete manca, deve essere sospesa sia pure in attesa che sia suscitata dallo Spirito l’indispensabile attività complementare. Ovviamente il credente e la comunità possono chiedere a Dio la manifestazione del dono necessario, cioè quello dell’interpretazione (I Cor. 14:13).

Superati questi aspetti formali del soggetto, posso entrare nel merito della questione: la glossolalia come mezzo di edificazione della comunità (I Cor. 14:5). Il parallelo stabilito da Paolo: “…se non che egli interpreti acciocché la chiesa ne riceva edificazione…” autorizza una logica conclusione e cioè che la “glossolalia” integrata dall’interpretazione, esprime un messaggio che può essere assomigliato alla profezia e come la profezia può svolgere una funzione didattica.

Quando esprime un messaggio che s’indirizza agli in convertiti, sempre che sia seguito dall’interpretazione (I Cor. 14:23), si trasforma oltre che per il suo contenuto sostanziale anche per il suo aspetto formale, in un segno chiaro, evidente della soprannaturalità (I Cor. 14:22) del servizio cristiano; quando invece vuole essere ammaestramento alla chiesa, può “anche” essere, come sembra dirci Paolo, lode, ringraziamento, preghiera, e non soltanto queste.

Il messaggio in lingue “non è” un sermone come non lo è neanche la profezia; in una riunione di culto possono esserci due o tre “messaggi” con relativa interpretazione, due o tre profezie; se ognuno di questi messaggi fosse un sermone non basterebbe il tempo per predicarli tutti o non ci sarebbe spazio per l’esercizio di tutti gli altri doni e particolarmente per “rivelazione” “scienza” “dottrina” (I Cor. 14:6) oppure: “insegnamento” “esortazione” (Romani 12:7,8).

Il profeta deve esercitare il proprio carisma in proporzione alla propria fede (Romani 12:6) e la stessa cosa si può dire del glossolalo, ma in ambedue i casi questo limite non può, non deve giungere all’usurpazione del tempo che deve rimanere a disposizione del ministero del pastore, del dottore o di coloro che possono esortare o manifestare un altro qualsiasi dono spirituale. Quindi o che s’indirizzi agli in convertiti o che parli ai credenti il messaggio in lingue deve essere espresso entro i limiti di un discorso conciso, rapido, puntualizzato probabilmente sopra un solo pensiero. Mi rendo perfettamente conto che queste conclusioni esegetiche sono più il risultato di un metodo deduttivo che non di interpretazioni bibliche, ma voglio precisare che esse si valgono, entro certi limiti, delle esperienze personali realizzate nell’ambito del movimento pentecostale che può essere considerato, secondo la definizione di un emerito studioso di storia del cristianesimo, quel giovane movimento evangelico che ha saputo in questo secolo far rivivere nel proprio seno i carismi dello Spirito.

“Parlino due o tre ed uno dopo l’altro…” Torno sull’inciso di Paolo per far osservare un’altra volta la relazione ed il parallelo che egli stabilisce con la profezia che deve essere esercitata per edificare, esortare, consolare (I Cor. 14:3) e deve essere esercitata da tutti, affinché tutti imparino e tutti siano consolati (I Cor. 14:31). La glossolalia “da sola” deve cedere il passo alla profezia, ma quando è esercitata ordinatamente assieme all’interprete, spoglia ogni aspetto di subordinazione e raggiunge, almeno così mi sembra la stessa funzione e gli stessi risultati della profezia; anzi, tenendo presente che sempre esiste ed esisterà nella chiesa una carica di emotività religiosa, la glossolalia per il suo particolare aspetto può talvolta suscitare reazioni positive ed ottenere adesioni ancora più profonde di quelle raccolte dalla profezia.

Ma perché non parlare direttamente in un linguaggio intelligibile? A questa domanda posta da critici irriducibili si può rispondere semplicemente che lo “Spirito” opera come vuole e non possiamo mai discutere o contestare la sovranità di Dio i cui metodi riflettono sempre la Sua assoluta sapienza, il Suo perfetto equilibrio, anche quando ci lasciano perplessi.

Invece di tentare una risposta ad una domanda che appare se non sacrilega almeno irriverente, voglio fermarmi a considerare alcune manifestazioni della “glossolalia” nel contesto delle normali riunioni di culto; manifestazioni che suscitano spesso una serie di interrogativi quali non pretendo dare una risposta definitiva, ma che desidero prendere in considerazione almeno per iniziare quello che in seguito potrà essere un dialogo.

Gli scarni insegnamenti della Scrittura non affrontano in modo diretto ed esauriente il fenomeno carismatico nella molteplicità delle sue manifestazioni, ma l’esperienza pone tutti, ma specialmente coloro che hanno possibilità di spaziare oltre i confini di una singola comunità, davanti a caratteristiche così varie e così diverse da non poter fare a meno di cercare spiegazioni che chiariscano e concilino la mutevole manifestazione del dono delle lingue.

Possiamo forse attribuire la laconicità della Parola di Dio proprio al proposito di suggerire l’interpretazione della vita carismatica della chiesa non entro schemi ristretti e repressivi, ma entro i confini spaziosi della libertà dello Spirito.

Ma veniamo ai casi pratici:

 

  • Frequentemente il messaggio in lingue è un discorso caldo, sonoro, di pochi minuti che viene seguito a breve distanza di tempo dall’interpretazione espressa da un credente diverso, qualche volta invece l’interpretazione del messaggio viene data dallo stesso glossolalo, quasi a continuazione del discorso in lingue.

  • Non è raro il caso, inoltre, che ad un messaggio di una determinata lunghezza faccia riscontro il discorso interpretativo di lunghezza notevolmente più breve o notevolmente più lunga.

  • Qualche volta fra il glossolalo e l’interprete si stabilisce una specie di dialogo ed il messaggio in lingue viene espresso ed interpretato frase per frase.

  • Ma quello che suscita maggiormente perplessità nelle comunità è l’assenza dell’interprete, quando invece è presente ed attivo il glossolalo; si ode un discorso in lingue, nitido, conclusivo, ma l’attesa non viene interrotta da quella che dovrebbe essere la voce dell’interprete.

 

 

Potrei anche continuare perché la casistica si presenta particolarmente ricca, ma fermiamoci a considerare le manifestazioni ricordate e che sono, d’altronde, le più frequenti nelle chiese pentecostali dei nostri giorni. Non c’è molto da dire sul primo caso perché si presenta sotto il profilo del più classico ed ortodosso esercizio del carisma: il glossolalo esprime il proprio messaggio ed un altro lo segue dandone l’interpretazione in lingua intelligibile; anche l’interpretazione resa dallo stesso glossolalo può essere considerata perfettamente biblica alla luce delle parole di Paolo in I Cor.14:5.

Sul secondo caso, invece, si possono dire molte cose che si muovono entro i limiti dell’esperienza, delle congetture e dei confronti biblici. Prima di tutto si può ricordare che le capacità espressive di una lingua non possono mai essere misurate col metro di altra lingua; “anche” fra lingue umane quello che può essere detto con poche altre parole o addirittura con una concisa “espressione idiomatica” in una lingua, ha bisogno, probabilmente, di un lungo discorso in altra lingua, Daniele 5:25-28 è un esempio biblico di questa affermazione.

Inoltre bisogna ricordare che l’interprete non è un”traduttore” ma semplicemente uno strumento che deve esprimere ed applicare un messaggio la cui sostanza può essere concentrata in un discorso di lunghezza variabile. Non si può escludere a priori che possa anche esserci il caso di assoluta mancanza di relazione fra le due cose perché una od ambedue, fuori della guida dello Spirito.

Il discernimento spirituale, la diligenza di colui che presiede dovrebbe in questi casi riportare l’ordine nell’esercizio dei doni.

Ma un emerito studioso della materia, il defunto Donald Geè, ha prospettato anche un’altra ipotesi e cioè che il discorso intelligibile di lunghezza notevolmente diversa dal messaggio in lingue possa essere non l’interpretazione di questo, ma l’esercizio del dono della profezia e in questo caso la glossolalia avrebbe avuto soltanto la funzione di “eccitare” lo spirito del profeta. Questa ipotesi, come qualsiasi ipotesi, potrebbe essere posta in discussione se non altro per il fatto che sembra conferire alla glossolalia una funzione che la qualificherebbe e quindi ne autorizzerebbe l’esercizio anche in assenza dell’interprete.

Ma come si può sapere in anticipo, si chiedono molti, se nelle comunità è sempre presente un interprete? Questa domanda apre la prospettiva ad un aspetto particolare del problema, cioè quello del possesso e dell’esercizio dei doni.

Se accettiamo il principio che i doni dello Spirito vengono ricevuti e quindi possono essere esercitati in forma “permanente”, la soluzione del problema è estremamente semplice: la comunità “può conoscere” quali doni e a quali credenti sono stati largiti dallo Spirito e quindi può vivere la propria vita carismatica in rapporto alle risorse spirituali esistenti nella chiesa e in un certo senso inventariate dalla chiesa.

Non mancano versi dell’epistola ai Corinzi che sembrano sostenere questa tesi e credo che sia onesto ricordarli:

    …”Quando voi vi radunate, avendo ciascuno di voi, chi salmo, chi dottrina, chi linguaggio, chi rivelazione, chi interpretazione…” (I Cor.14:26).

    “Tutti hanno il dono delle potenti operazioni? Tutti i doni delle guarigioni? Parlano tutti diverse lingue? Sono tutti interpreti?…” (I Cor.12:30).

Di fronte a questi passi però ce ne sono altri che sembrano affermare la stessa tesi, generalmente accettata nel seno delle comunità pentecostali, dell’estemporaneità nell’esercizio del “dono”. Secondo questa tesi, “tutti” nelle riunioni comunitarie possono esperimentare “tutti” i doni e cioè essere di volta in volta glossolalo, profeta, interprete…In “potenza” ogni credente battezzato nello Spirito possiede tutti i doni, ma nelle riunioni di culto “ognuno” è sospinto dallo Spirito in armonia con un programma che può variare di volta in volta nella disposizione delle manifestazioni e nelle persone guidate ad esercitare i doni. Questa tesi naturalmente compie una distinzione fra il “ministerio” che è sempre qualificazione a carattere permanente: apostolo, profeta, evangelista, pastore, dottore, e il “dono” che è invece qualificazione a carattere transitorio, per quanto riguarda l’attività carismatica della comunità.

Alcuni passi vengono citati per confortare la tesi di un processo di avvicendamento nell’esercizio dei doni sono:

 

  • Appetite come a gara i doni migliori (I Cor.12:31)

  • …appetite come a gara i doni spirituali, ma principalmente che voi profetizziate (I Cor.14:1)

  • Così ancor voi poiché siete desiderosi di doni spirituali cercate di abbondare, per l’edificazione della chiesa (I Cor.14:2)

  • Se dunque, quando tutta la chiesa è radunata “tutti” parlano linguaggi… (I Cor.14:23)

  • Poiché “tutti”, ad uno ad uno, possiate profetizzare… (I Cor.14:31).

 

 

Come già detto, questi ed altri passi sembrano affermare l’estemporaneità del culto cristiano e non soltanto in relazione ai fenomeni spirituali, ma anche alle persone. I credenti dovrebbero unirsi senza uno schema liturgico prestabilito, ma con una completa disponibilità tanto collettiva, quanto personale all’azione dello Spirito e quindi dovrebbero essere pronti per essere mossi ed usati da Dio nel modo voluto da Lui.

In questo caso il possesso e l’uso del dono è strettamente collegato alla riunione e colui che in una assemblea esprime un messaggio in lingue, può in altra assemblea essere interprete o profeta; tutti possono essere di volta in volta strumenti con caratteristiche diverse.

Spero di essere abbastanza chiaro da far comprendere ai miei lettori che non cerco di dogmatizzare, ma di delineare onestamente il problema nei suoi due aspetti principali lasciando ad ognuno di approfondire e tentare la via della soluzione del problema stesso. Tornando al soggetto lasciato in sospeso, possiamo chiederci: – Se i doni si manifestano in maniera varia in ogni singola riunione e se ogni credente può, usato dallo Spirito, esercitare di volta in volta doni diversi, come si può sapere se si manifesterà il dono dell’interpretazione e come farà quindi il glossolalo a regolarsi se esercitare o non esercitare il proprio dono?

La risposta che viene data più comunemente è questa: se dopo un messaggio in lingue non segue l’interpretazione, non devono essere dati altri messaggi per la manifesta assenza dell’interprete. Ma anche questa dichiarazione ha i suoi lati discutibili perché sembra ignorare le ipotesi di un “messaggio” che non è stato seguito da interpretazione semplicemente perché non procedeva dallo Spirito, oppure di una “interpretazione” che non è stata data per carenza di fede e quindi di franchezza da parte dell’interprete.

Ma forse una risposta più precisa e più convincente ci viene da un’altra ipotesi che è questa: . E’ vero che i “doni” dello Spirito possono essere esercitati da tutti, è vero quindi che nella chiesa può esistere varietà e avvicendamento, ma è almeno probabile che questa varietà possa verificarsi non in relazione ad ogni singola riunione, ma in rapporto a “periodi” più o meno lunghi di tempo. Il glossolalo potrà anche essere interprete, profeta o taumaturgo, ma conserverà almeno per un periodo una sua precisa fisionomia carismatica e quindi presentarsi alla chiesa con una chiara personalità che consenta anticipatamente di conoscere quali sono le risorse spirituali della comunità, ma in tal caso la varietà si armonizza con la libertà e la volontà dello Spirito, ma non è strettamente collegata con ogni singola riunione, e se questa si svolge, ogni volta, senza uno schema liturgico anticipatamente programmato, ha però una precisa risorsa di doni già conosciuti (I Cor.14:26).

Se questa ipotesi è ugualmente discutibile è però in misura notevole confermata dall’esperienza comunitaria; credo che tutti abbiamo notato che “dono delle lingue” o “profezia” o altri doni vengono generalmente esercitati da quei fedeli che ripetutamente manifestano lo specifico carisma, almeno fino a tanto che non si compie un processo di avvicendamento col sorgere di altri profeti, glossolali, interpreti.

Ho già risposto al quesito: – Può il glossolalo dare personalmente l’interpretazione? Ma ripeto: – L’esercizio carismatico in perfetto equilibrio prevede un interprete diverso dal glossolalo (I Cor.14:27), ma la Scrittura non esclude il possesso e l’uso contemporaneo dei due doni (I Cor.14:5,13); quando esiste questa condizione, il messaggio in lingue può essere espresso in piena libertà da chi sente di essere anche interprete.

L’altro quesito: – Può il messaggio essere espresso in periodi intercalati dall’interpretazione e quindi sembrare più in dialogo che un discorso?

Devo confessare che non riesco a trovare nella Scrittura una risposta esplicita a questa domanda che d’altronde si riferisce a casi infrequenti e che rappresentano perciò rarissime eccezioni. Oso dire che questa eventualità può essere accettata come viene accettata “ogni” eccezione e naturalmente va vagliata come si deve “vagliare” ogni manifestazione spirituale (I Cor.14:29).

Ritorna quindi l’argomento relativo all’esigenza del “discernimento” e della più illuminata diligenza della presidenza (Rom.12:8), dell’ortodossia di certi principi fondamentali (I Cor.12:3) e soprattutto di una completa sensibilità di spirito dell’intera comunità. Il “messaggio” autentico al pari della corrispondente interpretazione, deve essere riconosciuto dall’assemblea non soltanto per la biblicità o per l’ortodossia del discorso, ma anche per l’inequivocabile essenza spirituale.

O esortazione, o riprensione, o incoraggiamento, o appello, il messaggio deve avere in se stesso una potenza capace di raggiungere i cuori e riscaldarli o metterli in crisi. In parole più semplici e più pratiche, l’esercizio della glossolalia deve avere sempre un risultato edificativo e non semplicemente un fine emozionale che è quanto di più epidermico possa essere realizzato nella chiesa.

La conclusione ormai è stata anticipata: il dono delle lingue è prezioso sia nella vita privata del credente, sia nella vita comunitaria dove può essere utile tanto per l’edificazione del popolo di Dio, quanto per l’evangelizzazione degli in convertiti.

E’ superfluo ripetere che questo prezioso dono non deve essere esercitato in maniera incontrollata per soddisfare esigenze emotive, ma ordinatamente, nella guida dello Spirito che nella radunanza lo vuole collegato con il dono dell’interpretazione e nel contesto di tutti gli altri doni spirituali, perché fare della “glossolalia” l’esclusiva manifestazione della vita carismatica della chiesa significa non soltanto fare del denominazionalismo puerile, ma anche privarsi delle ricchissime risorse dello Spirito Santo.

AUTENTICAZIONE DELLA GLOSSOLALIA

Personalmente ho realizzata l’esperienza del battesimo nello Spirito con l’evidenza carismatica della glossolalia in maniera veramente esuberante e posso aggiungere che tutti, indistintamente, coloro che ho veduto immersi nel battesimo pentecostale hanno parlato in “lingue straniere”, però voglio precisare che non tutti coloro che ho udito parlare lingue incomprensibili erano veramente battezzati nello Spirito. Quindi il battesimo manifesta le “lingue”, ma non sempre le “lingue” derivano dal battesimo ed anzi devo aggiungere, con profondo rammarico, che negli anni più recenti si è accentuata la tendenza a ricercare le “lingue” piuttosto che il battesimo nello Spirito.

Credo di aver detto abbastanza chiaramente che la glossolalia deve essere realmente un fenomeno dello Spirito Santo per essere definito un carisma pentecostale e quindi bisogna essere assolutamente sicuri che non ci siano contraffazioni, imitazioni accettate troppo frettolosamente e superficialmente come un “segno” del battesimo celeste.

Recentemente mi è stato riferito che un filologo canadese ha eseguito uno studio analitico sui fenomeni glossolologi delle comunità pentecostali ed ha concluso che quelle che si parlano non sono vere “lingue” perché assolutamente prive di una sintassi. Ovviamente si può rifiutare a priori il giudizio di questo grammatico e concludere che egli non è qualificato ad analizzare lingue soprannaturali che in quanto tali possono anche avere una sintassi parallela a quella delle lingue umane, ma non si può neanche escludere che l’emerito studioso sia rimasto disorientato dalle tante manifestazioni di “cacofonia” che sembrano abbondare in questi giorni in ogni circolo ove si vive o si dice di vivere una vita carismatica.

Se invece un discorso fluido, scorrevole, cariato, si ode soltanto dizione meccanica di suoni ricorrenti, spesso duri, esplosivi; suoni che frequentemente sono identici e ripetuti da tutti i sedicenti glossolali, è naturale che uno studioso, e non soltanto lui, rimanga perplesso di fronte all’incomprensibile e disordinato fenomeno.

Eppure oggi non soltanto nel mondo definito neo-pentecostale o carismatico, ma anche in quello del pentecostalismo classico, si tende a fare sempre meno distinzione fra l’autentico “dono delle lingue” e un qualsiasi fenomeno fonetico. Non dobbiamo quindi meravigliarci se s’incontrano folle di “carismatici” che si autodefiniscono tali e che testimoniano di una pretesa esperienza pentecostale, ma che continuano a professare dottrine in conflitto con la Bibbia e ad esercitare pratiche esplicitamente condannate dal cristianesimo, e questo è vero particolarmente fra i così detti neo-pentecostali.

Non dobbiamo neanche meravigliarci se esiste una generazione pentecostale, molto esuberante sotto il profilo liturgico, che ignora completamente la “potenza” del battesimo nello Spirito e non realizza il frutto che dovrebbe caratterizzare la vita cristiana di quanti hanno esperimentato il fuoco, il vento, la saturazione dell’Alto Solaio. Forse oggi molti ministri e molte comunità sentono troppo interesse per le “statistiche”, troppo desiderio di raggiungere e reclamizzare strepitosi risultati e quindi non si preoccupano eccessivamente di effettuare quel controllo spirituale che deve sempre e per ogni cosa evitare l’ingresso di elementi estranei nella vita del credente e della comunità.

Quest’appunto s’indirizza particolarmente a coloro che avanzano pretese dommatiche nella definizione di certi aspetti formali della vita carismatica, ma perdono tropo spesso di vista i contenuti sostanziali della vita cristiana in generale e dell’esperienza pentecostale in particolare.

Non si può e non si deve ignorare che il fenomeno della “glossolalia” può essere suscitato anche da “spiriti” infernali, e quello più frequente della “cacofonia”, può derivare facilmente da suggestione, emozione incontrollata, influenza psicologica, quando addirittura non è risultato di direttive impartite da ministri poco scrupolosi o poco illuminati.

Principio di quest’ultima affermazione per precisare che più volte mi è stato riferito che ci sono non pochi “revivalisti” che chiedono ai credenti raccolti in preghiera di dimenticare la propria lingua e ripetere, assieme a loro, le frasi misteriose che sono pronti ad insegnare per dare l’inizio al discorso in lingue e quindi per “produrre il segno” che possa testimoniare dell’esperienza del battesimo pentecostale. Naturalmente non soltanto io, ma ogni onesto credente rifiuta questo metodo che, oltre ad essere in aperto conflitto con la Scrittura, sembra offendere ogni principio di serietà e di dignità cristiana.

Se il ministerio esercitato da coloro che ho ricordato rappresenta un’ombra nel movimento pentecostale, nulla di meglio emerge dall’attività di quanti cercano di sfruttare elementi psicologici e mi riferisco a quei predicatori che riescono a “riscaldare l’ambiente” e a suscitare le emozioni più violente senza entrare nelle vere sfere della fede. Non poche volte durante le così dette “campagne di risveglio” o campeggi cristiani si registrano e quindi “reclamizzano” “battesimi pentecostali” che purtroppo però non apportano quasi mai un beneficio alle comunità o ai singoli credenti; anzi, nel maggior numero dei casi, l’esperienza si esaurisce nel corso di pochi giorni o addirittura di poche ore.

Quelle “lingue” non possono trarre in inganno una chiesa provvista di discernimento e quei “battesimi” non possono essere confermati in un sano ambiente pentecostale, ma coloro che accettano quelle lingue sono pronti anche ad accettare e difendere i “battesimi” senza accorgersi che il fenomeno è stato soltanto il risultato di una eccitazione che in quanto collettiva ha potuto addizionare o addirittura moltiplicare gli effetti conseguenti all’emozione provocata con abilità da quei predicatori che riescono a far piangere, ridere o esultare toccando semplicemente le corde del sentimento umano cioè sfruttando il più semplice dei metodi psicologici.

Voglio anche ammettere che in questa attività ministeriale non ci sia “malafede”, ma l’ammissione non modifica il giudizio relativo ai risultati e può soltanto far concludere che tutto viene fatto e tutto viene conseguito a livello di una superficialità che dimentica, che vuol dimenticare, che le “realtà spirituali” sono realtà sacre e devono perciò essere realizzate con impegno onesto e con sincerità responsabile.

Le falsificazioni della glossolalia si verificano e non infrequentemente, anche nella sfera della suggestione imitativa; ho già accennato a “suoni ed esplosioni fonetiche” ricorrenti in gruppi di credenti, uniti anche formalmente nell’esperienza delle “lingue”. Vicini gli uni agli altri sono giunti a comunicarsi vicendevolmente l’espressione delle proprie emozioni, attraverso la ripetizione incessante di quei suoni che alla fine sono riusciti a sostituirsi alle proprie parole. E’ un processo molto simile a quello che viene conosciuto col nome di “lavaggio del cervello” e che non può assolutamente essere accettato come azione dello Spirito Santo.

Ancora una volta bisogna ripetere: “E’ lo Spirito che “porta” le (vere) lingue e non sono le lingue che portano lo Spirito e dobbiamo perciò guardarci e difenderci dalla tentazione che può colpire tanto il ministro, quanto il credente e che induce ad avere a tutti i costi e con tutti i metodi il “segno” delle lingue. Cerchiamo il battesimo dello Spirito e quando questa esperienza sarà realizzata, le lingue, le vere lingue, verranno spontaneamente perché saranno espresse dalla Persona divina che ha preso possesso del credente.

L’argomento delle imitazioni e delle falsificazioni non può essere chiuso senza ricordare che alla glossolalia celeste è anche contrapposta la glossolalia satanica; anche il diavolo può suscitare un fenomeno che esteriormente può assomigliare al “dono” spirituale del quale parliamo. Ho ricordato in altra parte che un antico rituale nell’istruire gli esorcisti e nel fornire informazioni relative al modo di riconoscere l’esistenza di una vera possessione demoniaca, cita fra i diversi “segni” quello di “una lingua straniera e misteriosa parlata dall’indemoniato senza che questi l’abbia studiata o la conosca”.

Il rituale romano non ricorda che questa è soltanto un’ipotesi e quindi generalizzata, ma devo ammettere che nel dare queste indicazioni si riferisce ad una realtà che non può e non deve essere ignorata. Benché devo respingere energicamente le conclusioni di alcuni autori moderni che per determinata ostilità nei confronti del movimento pentecostale, hanno fatto di “questa ipotesi” la sola possibile nella spiegazione del fenomeno delle lingue, non posso escluderla dalle tante da prendersi in considerazione e non soltanto perché accetto la dichiarazione di Lutero: “Satana cerca di essere la scimmia di Dio”, ma perché l’esperienza personale mi ha confermato che l’inferno cerca introdursi nella chiesa attraverso il canale della vita carismatica e in modo particolare attraverso al falsificazione e le imitazioni della profezia, della glossolalia e della taumaturgia. Abbiamo quindi una ulteriore ipotesi delucidativi a riguardo del problema che ci turba in questi giorni, quello della macroscopica incoerenza esistente in certi circoli carismatici dove di fronte a presunti fenomeni spirituali, fanno riscontro aberrazioni dottrinali e morali assolutamente incompatibili con una autentica esperienza cristiana.

Se col “parlare in lingue” non si manifesta in maniera parallela l’evidente presenza dello Spirito che è “potenza” di conoscenza, di santità, di servizio, di amore, c’è ampia ragione di dubitare della genuinità del fenomeno e se poi assieme alla glossolalia appare addirittura l’immoralità più sfrontata e l’eresia più provocatoria, non c’è da essere audaci nell’individuare nella manifestazione fonetica una sottile astuzia del diavolo.

Oggi, purtroppo, non sono molti i circoli cristiani, comunità o associazioni, che avvertono il bisogno di “discernimento spirituale” per penetrare fino all’essenza della vita e dei fenomeni; sembra quasi che si tema l’analisi che potrebbe mettere in evidenza l’esistenza di troppo “paglia e stoppia” (I Cor.3:12) che si aggiungono con molta fretta sopra il fondamento cristiano per far crescere rapidamente una costruzione che si sviluppa in maniera inconsistente fra l’euforia ed il rumore. In quanto al “rumore”, anche se non è quello del cielo, è tenuto in grande considerazione e per molti rappresenta il necessario distintivo che qualifica la comunità ed il credente.

Il “dono delle lingue” autentico non è mai una specie d’inceppamento vocale, non è mai arida ripetizione di una sola frase misteriosa, non è mai imitazione di suoni emessi in un circolo eccitato, non è mai fredda dizione, non è mai discorso oscuro che provoca turbamento spirituale. Il “dono delle lingue” è fluire dolce, caldo di un discorso che anche se incomprensibile sgorga come un fiume di gloria che esalta, magnifica Dio e benedice, assieme al glossolalo, coloro che lo circondano; è il discorso dello Spirito Santo e quindi non può non avere quelle caratteristiche che dimostrino la presenza e l’azione della Persona divina.

E’ importante considerare sempre e considerare a fondo il problema della relazione fra il battesimo nello Spirito e “il dono delle lingue” che è poi la stesa relazione fra il battesimo ed ogni altro carisma dello Spirito, affinché non si giunga alle troppo facili soluzioni di vedere la “glossolalia” dove la glossolalia non c’è o di ravvisare il battesimo pentecostale dove questo è assente nel modo più assoluto. La Pentecoste è un “vento impetuoso”, un “fuoco ardente”, un “fiume di parole straniere”, e soprattutto “potenza soprannaturale” e non deve perciò essere confusa con quelle manifestazioni che qualche volta vengono suscitate soltanto per dare prestigio al ministero o al programma di sedicenti revivalisti.

In ogni circolo carismatico devono essere desiderati e ricercati tutti i doni spirituali e quindi non deve essere dimenticato quel dono di “discernimento” che permette di penetrare il misterioso mondo spirituale per distinguere con vera precisione i fenomeni che si manifestano. “Provate gli spiriti…” (Giov.4:1) deve essere considerata una raccomandazione attuale e non soltanto per difendere la chiesa da quelle interferenze o invadenze che possono manifestarsi nell’esercizio del culto e particolarmente nella ricerca e nell’uso del dono delle lingue che sembra prestarsi in maniera particolare, per la propria fisionomia formale, alle falsificazioni o alle approssimazioni; mi sia consentito anche quest’ultimo termine che vuole riferirsi ad esperienze spirituali, a stati quasi estatici, o piuttosto euforici che provocano spesso una reazione emotiva e che si manifestano anche con fenomeni fonetici che alcuni interpretano come dono delle lingue.

Forse non era esagerata la prudenza dei “padri” del movimento pentecostale che esprimevano una conferma del battesimo nello Spirito soltanto quando il credente si trasformava in un “torrente di gloria” di “acqua viva”; (Giov.7:37) un torrente di lingue, chiare, fluide, variate che riusciva a far scendere la benedizione su tutta la comunità. Un solo battesimo nello Spirito era sulla nuova vita e nuova benedizione per la chiesa a differenza di quello che si può constatare spesso in questi giorni, quando il verificarsi di “decine” di battesimi (o presunti battesimi nello Spirito) non producono nulla nel grigiore della vita cristiana dei credenti e delle comunità.

Auspichiamoci nel cospetto di Dio un ritorno alla Pentecoste vera, al battesimo nello Spirito originale, alla glossolalia autentica, ma assieme all’auspicio poniamo sull’altare un impegno responsabile ed umile per una ricerca ed una vita realmente spirituale. L’impegno sarà realmente responsabile se non ci saranno soltanto preoccupazioni dogmatiche di sapore confessionale, quelle preoccupazioni cioè che nascono quasi sempre dal bisogno di difendere strutture organizzative o limiti denominazionali.

La “glossolalia” dono delle lingue o evidenza del battesimo nello Spirito non deve essere affermato con l’enunciazione e la difesa di un articolo del credo, ma piuttosto con la coerente manifestazione degli effetti reali dell’esperienza pentecostale.

In altre parole si può dire che non serve alla causa della testimonianza cristiana e alla vita spirituale della chiesa, chiedere ai ministri e alle comunità una dichiarazione di fede (o di credulità o di adesione formale) periodica ed incondizionata al principio dogmatico del battesimo pentecostale con l’evidenza della glossolalia, senza chiedere un atto di fedeltà a tutta la Parola di Dio.

La stessa incoerenza che emerge in certi movimenti carismatici o neo-pentecostali dove si vuol dare una collocazione al battesimo nello Spirito in mezzo ad elementi di confusione teologica o di rilassamento morale, appare anche in tutti quei settori ove alla difesa della vita carismatica non fa riscontro quella della santità cristiana. Non sono poche le chiese, nel mondo definito pentecostale, che ai nostri giorni si sono schiuse ad un processo di mondanizzazione che continua a cancellare progressivamente tutte quelle caratteristiche di autentica spiritualità che ieri si fondevano alla vita carismatica della chiesa.

Non possiamo dar sempre torto a coloro che, amareggiati da incontri deludenti, hanno purtroppo finito col concludere che qualche volta “senza lingue” si può essere cristiani migliori di coloro che si vantano di essere glossolali.

Attenzione: mi riferisco ad esperienze fatte in ambienti ove il “battesimo” e i “doni dello Spirito” sono affermati mediante arida teoria e in aperto contrasto con una pratica sempre meno cristiana.

“Signore, rinnova la Pentecoste! Rinnovala nel mezzo di quanti, anche oggi, sono assetati di Te e vogliono essere riempiti e posseduti dalla Tua potenza in un battesimo spirituale che ci dia i doni, il frutto, il servizio, la potenza del cielo. Amen!”

EMOTIVITA’ E GLOSSOLALIA

“Costoro sono pieni di vino dolce” (Fatti 2:13)

Certamente non dovevano essere soltanto le parole, espresse nelle più diverse lingue, a lasciare perplessi e a suscitare la reazione negativa della folla di Gerusalemme o piuttosto di quella parte della folla sconcertata dalla manifestazione carismatica dei primi cristiani.. Alle parole si aggiungevano diverse forme di emozione religiosa che non potevano essere represse e forse neanche controllate da quei credenti che avevano esperimentato in modo tanto potente il battesimo nello Spirito Santo.

Non è difficile immaginare lo spettacolo offerto dai primi discepoli che, d’altronde, appartenevano ad un popolo predisposto alle emozioni e al più libero corso di queste anche nell’ambito della rigorosa vita religiosa. Erano stati saturati di Spirito, erano stati testimoni dell’evidenza sensibile del miracolo, erano diventati loro stessi miracolo: quel vento che avevano udito, quel fuoco che avevano veduto, adesso erano dentro di loro e non potevano, assolutamente non potevano, non esternare quell’impeto e quel calore.

Anche le lingue straniere quindi dovevano avere l’evidenza dell’emozione e potevano facilmente essere poste sotto giudizio dalla sorpresa o dalla diffidenza di coloro che li ascoltavano e non possiamo meravigliarci se anziché verificarne il contenuto si limitavano a criticarne la forma. La critica negativa, espressa il giorno della Pentecoste, quando le lingue erano straniere a coloro che parlavano, ma non a coloro che ascoltavano, era destinata a diventare più severa nei confronti della glossolalia quale espressione di una lingua sconosciuta tanto al glossolalo, quanto all’uditorio; il linguaggio incompreso ed incomprensibile non poteva non inasprire le diffidenze, specialmente quando una precostituita attitudine di ostilità rendeva particolarmente severi i critici.

L’Apostolo Paolo nell’affrontare l’argomento delle lingue non omette questo particolare e raccomanda caldamente ai credenti di Corinto di non dimenticarlo. Parlare in lingue senza che queste siano interpretate, o parlare tutti assieme in una lingua incomprensibile, darà modo ai visitatori nelle assemblee, di dire che i cristiani, uniti per celebrare il loro culto,sembrano purtroppo dei poveri pazzi (I Cor.14:23).

La Scrittura non ci fornisce altri riferimenti storici relativi, in modo specifico, a questo problema, ma nel ricordarci che i cristiani erano già giudicati pazzi per la loro professione di fede (I Cor.3:18), per il loro modo di vivere, per il loro messaggio e la loro dottrina (Fatti 26:25; I Cor.2:14), ci fornisce le premesse per comprendere il fenomeno che ricordiamo. Se il cristianesimo, nei suoi aspetti più limpidi e nelle sue manifestazioni più convincenti, continua ad essere scandalo per il mondo è comprensibile che lo sia ancora di più in quelle espressioni che possono definirsi ermetiche per coloro che sono estranei alla vita dello Spirito.

La “glossolalia” deve essere inclusa senza esitazione fra quelle forme della vita cristiana che ho definito ermetiche, cioè non soltanto chiuse, ma anche resistenti alle analisi della ragione. Da un punto di vista generale la vita dello Spirito in ogni suo aspetto è chiusa alle analisi della ragione (I Cor.2:14) quando questa rifiuta a “priori” le affermazioni della fede, cosa d’altronde che rappresenta la regola e non l’eccezione.

La storia si sofferma più a lungo di quanto faccia la Scrittura, benché spesso in maniera generica, nel tramandarci le testimonianze relative alle reazioni che si sono avute e non sempre dall’esterno, nei confronti dei fenomeni dello Spirito. Si può parlare al plurale di “fenomeni” perché, come già detto, non sempre si è fatta o si fa distinzione fra: “voci” “visioni” “estasi” “tremolio” “profezie” “fenomeni taumaturgici” o “glossolalia”.

Quei movimenti di risveglio spirituale che hanno fatto rivivere l’atmosfera del miracolo e che hanno esperimentato, spesso in forme diverse, una esuberante vita carismatica, sono stati considerati in ogni epoca con rispetto da pochi e con severità da molti; le accuse che più comunemente e più ripetutamente sono state di “pazzia” e “d’invasione satanica” e non dobbiamo meravigliarci neanche di questi eccessi, perché anche nei confronti del Maestro sono state formulate queste stesse valutazioni, questi giudizi (Matteo 12:24).

Quel che sembra incomprensibile è piuttosto il fatto che tante forme di emotività umana, espresse nelle più diverse sfere del costume, siano accettate dalla società come fenomeni naturali e quindi normali della vita, mentre quelli che affiorano nella vita religiosa vengono severamente stigmatizzati come una forma di follia. Altrettanto incomprensibile il fatto che si propende ad ammettere le capacità soprannaturali del diavolo e la manifestazione di queste capacità negli uomini e attraverso gli uomini, ma si rifiuta il principio di una manifestazione divina e carismatica nel credente e nella chiesa.

Si può leggere, per esempio, nel Rituale Romano: “Ignota lingua loqui pluribus verbis, vel loquentem intelligere…” Attenzione! Non è un riferimento al dono delle lingue, largito dallo Spirito Santo, ma è la definizione di uno dei tre segni che permettono all’esorcista di riconoscere se un individuo è indemoniato. Quindi per la Chiesa Cattolica “l’uso e la conoscenza di una lingua prima sconosciuta” è senz’altro evidenza di possessione demoniaca.

Nel corso dei secoli, e specialmente di quelli oscuri che i roghi non hanno certamente illuminati, non pochi credenti hanno dovuto pagare con la vita il privilegio di possedere, mediante una vera comunione con Dio, preziosi doni spirituali; oggi che si vogliono erigere monumenti a quei profeti che i padri hanno ucciso, si tenta di ristabilire almeno la verità storica ed accettare che molti “eretici” o “invasati” o “stregoni” di ieri erano in realtà uomini illuminati che hanno avuto il solo torto di rendere pubbliche le proprie esperienze e le proprie convinzioni.

Ovviamente questa riabilitazione vale soltanto per nomi che hanno da sempre avuta una loro collocazione nella storia, ma non vale per quei nomi, di persone o di movimenti, che volutamente o per ineluttabili circostanze, sono stati e sono ignorati. Facciamo astrazione dagli episodi e consideriamo globalmente il soggetto: Solo in rari casi, e generalmente per ragioni interessare, i fenomeni dello Spirito, i carismi, sono stati riconosciuti ed accettati con il segno dell’ufficialità, e spesso in questi casi, sono stati strumentalizzati a beneficio dell’istituzione che li ha accolti ed esaltati come elementi di prova della propria ortodossia.

Le eccezioni servono solo per ricordarci la regola e questa ha avuto ed ha come principio e base la dichiarazione dei pellegrini di Gerusalemme: – Costoro sono pieni di vino dolce! E’ stato detto per i primi discepoli ed è stato ripetuto nel corso dei secoli per tutti quei movimenti spirituali che hanno esperimentato il soprannaturale e la hanno manifestato mediante una autentica vita carismatica; solo per riferirci ai più vicini vogliamo ricordare i valdesi, i francescani, i quaccheri, i metodisti, i battisti, i mennoniti; ovviamente parliamo di questi movimenti in relazione alla loro genesi e quindi prescindendo dalla trasformazione che possono aver subita sotto la sollecitazione di circostanze storiche e che possono averli spogliati delle caratteristiche iniziali per condurli verso assesti conformi a nuove concezioni.

Comunque la Scrittura e la storia sono concordi nel ricordarci che i fenomeni spirituali, le manifestazioni carismatiche non possono prescindere dalle emozioni del credente e che coloro che ieri sono stati giudicati “ebbri” si ritrovano nei “fanatici” del XII secolo, nei “tremolanti” di Fox e in coloro che anche nella nostra generazione hanno spesso ereditato lo stesso epiteto.

Come può un individuo che realizza la soprannaturalità di un fenomeno che gli permette di parlare in lingue sconosciute rimanere insensibile o apatico nell’esercizio di questo dono? Soprattutto come può il credente che nell’esercizio del dono avverte tutta la mistica dolcezza della presenza e dell’azione dello Spirito, frenare le più spontanee reazioni emotive?

Non dobbiamo quindi scandalizzarci o meravigliarci se il glossolalo, come d’altronde l’interprete o il profeta, appare all’occhio dell’osservatore, particolarmente di quello critico ed ostile, in uno stato di euforia, qualche volta di estasi, che rispecchia anche attraverso l’emotività, l’esperienza celestiale che vive e che cerca di trasmettere per rendere una testimonianza cristiana.

LA GLOSSOLALIA IN RELAZIONE AL BATTESIMO NELLO SPIRITO

Non tutti accettano il principio biblico che precisa che le esperienze spirituali possono essere molteplici e multiformi ed è per questo che ritengo utile precisare che, quando noi parliamo di “battesimo nello Spirito”, non ci riferiamo “alla confessione di fede” “alla rigenerazione” o ad una qualsiasi generica esperienza spirituale, ma a quella vera, completa immersione, che è anche saturazione, traboccamento, che conferisce potenza, che abilita il credente alla testimonianza, alla vita eroica (Fatti 1:5; 2:38).

Se durante i decenni del nostro secolo c’è stato un movimento che ha saputo svolgere un servizio dinamico e che ha potuto vedere risultati sorprendenti, e mi riferisco al movimento pentecostale, questo movimento c’è stato e c’è con tutta la propria esperienza in virtù del battesimo nello Spirito che è potenza che supplisce abbondantemente alle carenze culturali, economiche, organizzative che questo movimento spesso accusa nei confronti delle chiese storiche.

Ho detto “battesimo nello Spirito” e non “glossolalia” perché è fondamentalmente inesatto che l’unico elemento o l’elemento centrale che caratterizza il movimento pentecostale nei confronti delle diverse denominazioni evangeliche, sia costituito dal “dono delle lingue”. E’ vero che il credo delle diverse organizzazioni pentecostali ha sempre un articolo, che con qualche piccola differenza fra l’una e l’altra, recita costantemente: -“Noi crediamo al battesimo nello Spirito che si riceve con il segno delle lingue”, ma è anche vero che per la collocazione stessa delle “lingue” semplicemente quale segno evidenziale del battesimo, e quindi come un dettaglio del credo, si può concludere che queste vengono accettate per l’esatta misura che hanno nella vita cristiana in generale e nella vita carismatica in particolare.

Riferendomi alla mia esperienza personale ho già detto, in altra parte di questo scritto, che la glossolalia, quale manifestazione carismatica e quindi quale evidenza sensibile del battesimo nello Spirito, è stata esperimentata da me ed anche da tutti coloro, indistintamente, che ho personalmente veduti “battezzati” in quello che ormai è definito il “battesimo pentecostale”. Ma con questo non voglio affermare l’esistenza di una dogmatica assolutamente chiusa, anzi voglio ricordare che ci sono almeno due aspetti del problema aperti all’indagine e quindi alla fraterna discussione. Vengo subito al primo di questi punti:

– Quale relazione c’è fra le “lingue” che si parlano nel momento che lo Spirito Santo ci riempie, ci battezza e le lingue di cui scrive Paolo nella prima epistola ai Corinzi, cioè il “dono carismatico”.

Molti rispondono: le prime sono un “segno” che può anche cessare dopo un po’ di tempo (sic) e le altre sono il “dono” che so manifesta in colui che è stato prima battezzato nello Spirito Santo.

A mio avviso la risposta è tutt’altro che completa e soprattutto non mi sembra che abbia un fondamento biblico perché dal più spontaneo degli esami si può solo dedurre che all’atto del battesimo nello Spirito si manifesta, nel credente, quale evidenza sensibile, il “dono delle lingue” .

E’ vero che Paolo parla della glossolalia come di un “segno” agli inconvertiti, ma egli non usa questo termine per contrapporlo al “dono”, anzi quando compie la sua dissertazione lo fa proprio per ampliare ed approfondire la conoscenza esatta del “dono”, per Paolo quindi il “segno” è il dono e il “dono” è un segno.

E’ anche vero che nel Vangelo secondo Marco è detto del “parlare altri linguaggi…” che è un “segno”, ma è altrettanto vero che è semplicemente ricordato come un “segno” della fede del cristiano ed è “segno” assieme all’esorcismo, alla taumaturgia che indubbiamente sono “doni” dello Spirito.

Se, come ha fatto qualcuno, vogliamo usare Marco 16:17,18 per sostenere l’esistenza di un “segno”, che si differenzia formalmente o sostanzialmente dal “dono” dobbiamo anche concludere che questa specificazione carismatica deve essere estesa anche alle “potenti operazioni”, alle “guarigioni”…e conseguenzialmente a tutti i doni dello Spirito, mentre, per riferirci a un solo passo noi leggiamo in Atti 19:6 che gli Efesini battezzati nello Spirito parlavano “lingue” e “profetizzavano” e pochi hanno affermato che anche la profezia possa essere qualche volta un “segno” od essere, qualche altra volta, un “dono”, benché proprio in riferimento alla profezia sarebbero invece autorizzate delle distinzioni che non è opportuno ricordare in questo scritto, che è limitato al soggetto delle “lingue”.

Domandiamoci: che cos’è la glossolalia? La risposta è ampiamente scontata: – una manifestazione soprannaturale che permette al credente di esprimersi in una lingua a lui sconosciuta; quindi la natura della glossolalia è lo Spirito, la forma è una lingua sconosciuta; non ha importanza quando e dove ci sia la manifestazione: se per la prima volta o da molte volte, essa è sempre glossolalia, cioè il “dono delle lingue”. Casomai si può distinguere tra possesso del dono e opportunità di usarlo nella guida di Dio, e quindi si può tornare allo scritto di Paolo con l’esortazione: “Parlino due o tre al più…” ammette la presenza nella chiesa di tanti glossolali (o addirittura di una comunità interamente carismatica), ma raccomanda di limitare l’esercizio del dono nel tempo e nel numero.

D’altronde i discepoli di Gerusalemme non hanno espresso messaggi in lingue? Non è forse avvenuto molte volte che il credente nel momento che è stato battezzato ha espresso messaggi o interpretati o dati in un’altra lingua a lui sconosciuta, ma conosciuta da qualcuno dei presenti? Che differenza può essere ravvisata fra queste manifestazioni e quelle tanto chiaramente descritte da Paolo e che egli definisce “dono delle lingue”?

La mia personale conclusione è che il battesimo nello Spirito immerge il credente “anche” nella vita carismatica che si “evidenzia” in lui con la manifestazione del “dono soprannaturale”.

Continuando a sviluppare il tema “segno” “dono” e proprio in forza di questa opposizione, ritorna il quesito già accennato: le “lingue” rimangono patrimonio del credente, assieme al battesimo, o possono cessare dopo un poco di tempo? Anche su questo punto evito di dogmatizzare, nonostante che la mia modesta, personale esperienza, ma che posso unire a quella eminente di Paolo (I Cor.14:18), mi incoraggerebbe ad affermare categoricamente: le lingue rimangono come una componente del tesoro spirituale del credente; ma più che un’affermazione è che in quanto basata sopra esperienze personali, potrebbe essere considerata soggettiva, ritengo utile una chiarificazione: nessuna esperienza spirituale e quindi neanche il battesimo rimane patrimonio del credente se on è costantemente alimentata e rinnovata nel corso della vita.

L’argomento andrebbe approfondito e sviluppato, ma ci porterebbe fuori e lontano dal nostro soggetto immediato, ma per rimanere in questo basta ricordare che in Gerusalemme almeno una parte di coloro che erano stati “riempiti” di Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, furono nuovamente “riempiti” a conclusione di una riunione di preghiera promossa e tenuta alle prime avvisaglie di persecuzioni (Atti 4:31). Quindi coloro che erano stati già “battezzati” furono “battezzati” di nuovo, se essere riempiti vuol dire essere battezzati, o essere battezzati vuol dire essere riempiti.

Il riferimento storico che potrebbe essere arricchito da una serie nutrita di testimonianze analoghe, sembra precisare un principio di dottrina e cioè quello già anticipato: – il battesimo nello Spirito, rappresenta un’esperienza permanente nel credente a condizione che la “pienezza” realizzata sia conservata mediante il rinnovarsi di un incontro con Dio. A questo punto si può affermare che è almeno incoerente affermare che le lingue, evidenza del “battesimo”, possono scomparire, mentre il battesimo stesso continua a rinnovarsi cioè ad essere un “nuovo battesimo”: se a “battesimo” fa riscontro “glossolalia”, le due realtà devono sussistere o scomparire soltanto nella loro relazione e cioè fino a tanto che il credente è “immerso” il fenomeno carismatico deve essere presente, quando il credente esce fuori da questa esperienza può cessare ogni manifestazione od ogni effetto dell’esperienza stessa.

Naturalmente, come è stato ripetutamente detto, il possesso di un dono non implica l’uso indiscriminato di questo, ma fra i doni che in misura maggiore possono essere inventariati nella chiesa pentecostale, la “glossolalia” occuperà sempre un posto d’avanguardia per la sua stretta relazione col battesimo nello Spirito Santo.

Un servo di Dio, autentico pioniere del movimento pentecostale, amava ripetere che egli sentiva il bisogno di un “nuovo battesimo” ogni mattina e per questo motivo rimaneva in preghiera fino a tanto che “fiumi di linguaggi” sgorgavano dalle sue labbra. Non voglio dare a questa testimonianza l’autorità della Scrittura, che d’altronde non si pronuncia su questo punto, ma ho creduto opportuno citarla perché rappresenta un’ottima illustrazione del soggetto.

Purtroppo non sono pochi coloro che hanno desiderato, cercato e realizzato il battesimo, ma poi lo hanno totalmente trascurato e completamente soffocato; perché qualsiasi esperienza può essere distrutta. In questi, qualche volta, si odono ancora linguaggi, ma si avverte chiaramente che sono soltanto ricordi mentali che vengono espressi senza nessun segno di vita, mentre altre volte non si odono più linguaggi e purtroppo non si avverte nessun altro segno di vera vita spirituale; quando l’opera rovinosa è stata condotta all’estreme conseguenze.

Ho detto “vera vita spirituale”; questa è una realtà che non va confusa con la “vita religiosa” nel senso più abusato di questo termine; possiamo infatti incontrare credenti, dirigenti ecclesiastici, ministri esteriormente perfetti nella loro vita religiosa o ecclesiastica, ma completamente privi delle risorse dello Spirito ed ovviamente totalmente sforniti delle caratteristiche della vita cristiana.

Esaurita brevemente l’analisi del primo dei due problemi, passo al secondo:

La “glossolalia” è solo e sempre il segno carismatico che evidenzia il battesimo nello Spirito? 

Sono state scritte tante cose sull’argomento, spesso inesatte, spesso mordaci, spesso provocanti e quindi mi limito a prendere in considerazione soltanto l’osservazioni più serene e più impegnative per un confronto serio e fraterno.

Voglio ricordare anzi che nel passato ho cercato sempre di evitare un attrito polemico e mi sono limitato a ricordare che il “battesimo” non deve essere confuso con altre e diverse esperienze spirituali e non deve neanche essere affermato dove c’è stata soltanto una piacevole emozione religiosa o una sensazione mistica perché la Scrittura lo descrive come un fenomeno che saturando di potenza il credente, lo rende anche traboccante di gloria, di gioia e di vita carismatica.

Quanto scritto o detto è stato forse troppo prudente o troppo generico; in questo modesto studio però supero ogni schema precedente perché l’argomento lo impone; infatti il soggetto immediato non è il “battesimo nello Spirito”, ma la “glossolalia”, ed affrontando questo argomento è necessario giungere alla definizione del pensiero in termini precisi.

Non prendo in considerazione un “articolo di fede” e non stabilisco premesse derivanti da affermazioni dogmatiche che, autorevoli che siano, chiedono sempre il conforto della Scrittura. È logico quindi che l’analisi ed il confronto abbiano essenzialmente un fondamento biblico e credo che possiamo concordare tutti sulla scelta del libro dei Fatti quale testo peculiare e che almeno in sei punti si sofferma chiaramente sull’esperienza del “battesimo nello Spirito” o, se vogliamo usare altra definizione, sulla “pienezza dello Spirito”.

Scelti i passi, è possibile esaminarli nel confronto delle tesi divergenti per approfondire e chiarire il problema.

I versi a cui mi riferisco, dal libro dei Fatti, sono i seguenti:

 

  • 2:4 “…tutti furono ripieni dello Spirito Santo e …”

  • 4:31 “…tutti furono ripieni dello Spirito Santo…e …”

  • 8:17 “…essi ricevettero lo Spirito Santo”

  • 9:17 “…sii ripieno dello Spirito Santo”

  • 10:44 “…lo Spirito Santo cadde sopra tutti coloro che li udivano”

  • 19:6 “… lo Spirito Santo venne sopra loro…” .

 

 

Non tutti, nell’affrontare l’argomento del “battesimo” e quello connesso alla “glossolalia”, compiono la stessa scelta di versi biblici, anzi i più omettono generalmente Fatti 4:31 e 9:17, ma io credo che non si possa trascurare nessun elemento utile all’approfondimento del problema, soprattutto nessun elemento che, come quelli che emergono dai due versi, hanno un profilo storico che può essere particolarmente chiarificatore.

Per inciso si può ribadire che il “battesimo nello Spirito”conferisce sempre una potenza, una autorità, un dinamismo e questo appare in modo inequivocabile nel libro dei Fatti ove la dizione “pieno di Spirito Santo” è sempre collegata con la manifestazione della soprannaturalità nella vita e nel servizio del credente. (Fatti 4:8, 6:5, 7:5, 13:9)

Confermato il fatto che l’esperienza del battesimo si distingue da tutte le altre esperienze spirituale torniamo al soggetto immediato e cioè a quello della relazione fra battesimo e glossolalia.

Le conclusione esegetiche del Movimento pentecostale sono note, ma per il confronto che desidero fare devo necessariamente ricordarle articolandole in relazione ai versi scelti:

1) Fatti 2:4 “Presero a parlare in lingue straniere, secondo che lo Spirito dava loro a ragionare…”

                    2) Fatti 4:31 “…e parlavano la Parola di Dio con franchezza”

3) Fatti 8:18 “…veggendo che per l’imposizione delle mani degli apostoli, lo Spirito Santo era dato…”

4) Fatti 9:18 “in quell’istante gli caddero dagli occhi come delle scaglie”

5) Fatti 19:6 “…e parlavano lingue strane e profetizzavano”

                    6) Fatti 10:46 “…li udivano parlare diverse lingue e magnificavano Dio”.

       L’esame sereno, anche frettoloso di questi versi, fa emergere, in maniera inequivocabile, due elementi:

 

  • Il “battesimo” è sempre collegato ad evidenza carismatica e a fenomeni sensibili.

  • La “glossolalia” appare con insistenza ed evidenza.

 

 

Naturalmente dove la Scrittura non è esplicita, l’interpretazione viene data sulla base di quelle ipotesi che vengono suggerite dai passi che più chiaramente sembrano convalidare il “credo” pentecostale.

Ometto i versi contenuti nei cap. 4 e 9 del libro dei Fatti per la ragione già anticipata, cioè perché generalmente evitati dall’indagine esegetica. Non indugio su quelli dei capitoli 2 e 10 perché chiaramente aderenti alle conclusioni che stanno alle basi del credo pentecostale.

Mi soffermo invece a ricordare le “ipotesi” formulate nell’interpretazione degli altri due passi:

 

  • Fatti 8:18. Il battesimo realizzato dai Samaritani aveva un’evidenza che poteva essere constata tanto da “Simon Mago”, che la vedeva per la prima volta, quanto dagli apostoli che invece l’aspettavano come conferma alla replicarsi del miracolo che essi stessi avevano realizzato. Essi pregavano perché in Samaria vi fosse rinnovata sostanzialmente la Pentecoste, ma avevano bisogno di essere accertati anche attraverso la manifestazione dell’esperienza (Fatti 8:18).

  • Fatti 19:6. I credenti di Efeso, ripieni di Spirito Santo, entrano pienamente nella vita carismatica e inizialmente, come per tutti, principiano a parlare in lingue, ma nell’esuberanza della loro esperienza non si fermano alla manifestazione iniziale e proseguono con l’esercizio “anche” della profezia.

 

 

Mi sembra quindi che questi passi chiariti da un esame esegetico onesto dimostrano che la pretesa di quanti parlano di un battesimo nello Spirito realizzato senza evidenza carismatica, senza manifestazioni soprannaturali, senza acquisto di potenza, cioè di un “battesimo” conseguito attraverso una meccanica sacramentale o mediante una momentanea euforia emotiva, sono pretese prive di qualsiasi fondamento scritturale.

Mi sembra anche che gli attacchi spesso violenti ed ostili rivolti da più parti verso il “movimento pentecostale” in generale e verso il suo “credo” in particolare, non abbiano un solido fondamento perché quanto detto fin qui unisce perfettamente l’interpretazione biblica con l’esperienza del movimento; non si può assolutamente affermare, come hanno fatto alcuni, che la realtà storica del movimento pentecostale è in conflitto con le dichiarazioni della Scrittura.

Forse si può osservare che per completare il quadro analitico, l’interpretazione di alcuni passi biblici viene data sulla base di “ipotesi”, ma spero che tutti siano disposti ad ammettere che queste ipotesi non hanno nulla di ardito o di fantasioso, ma sono suggerite proprio da quei versi, da quelle parole della Scrittura che sono inequivocabili e particolareggianti.

Comunque una cosa appare fuori da ogni possibile controversia e cioè: – Il battesimo nello Spirito è sempre una vera “immersione” nella vita spirituale e quindi nella vita carismatica; da questa immersione non può non derivare la manifestazione di quei fenomeni costituiti dai doni dello Spirito dati da Dio per la edificazione del credente e della chiesa e poiché fra questi la “glossolalia” sembra essere, per la sua forma particolare, il più facilmente individuabile, non deve apparire strana la sua costante presenza nell’esperienza pentecostale.

Non voglio a questo punto chiudere l’argomento negando lo spazio a quanti onestamente affrontano il problema della glossolalia per risolverlo cristianamente; a quanti cioè pur dissentendo dal credo del Movimento pentecostale si dimostrano disponibili al dialogo fraterno e all’analisi sincera.

E’ giusto riconoscere che specialmente su quei punti ove sono state formulate delle ipotesi possano essere contrapposte altre ipotesi, come è giusto accettare che a conclusioni esegetiche o storiche possano essere confrontate altre conclusioni.

Seguiamo quindi la sintesi dei termini del problema, delle ipotesi e delle osservazioni formulate da quanti lo hanno affrontato e lo affrontano:

    E’ certo che Saulo riempito di Spirito Santo quando Anania impose le mani sopra lui, abbia in quel momento ricevuto ed esercitato il dono delle lingue? Fatti 9:17. Certamente riacquistò la vista perduta tre giorni prima, ma nulla è detto della glossolalia che probabilmente fu esperimentata in epoca posteriore e poi diligentemente conservata dall’Apostolo I Cor.14:18.

    E’ certo che i credenti di Samaria che realizzarono l’esperienza pentecostale in modo visibile, resero manifesto sensibilmente il miracolo mediante fenomeni carismatici e specificatamente mediante la glossolalia? Simon Mago vedeva (Fatti 8:18), senza partecipare personalmente, il miracolo, ma nulla è detto dell’aspetto formale del miracolo stesso, che quindi poteva anche differenziarsi nel seno della comunità.

    E’ certo che i credenti di Efeso, che dopo il battesimo cristiano e l’imposizione delle mani, amministrati da Paolo (Efesi 19:6) furono riempiti di Spirito, parlarono “tutti” in lingue? Il testo biblico non sembra essere così assoluto e mentre sottolinea l’evidenza carismatica dell’esperienza, sembra differenziarla fra i credenti: alcuni parlavano in lingue, altri profetizzavano.

E’ certo che l’esperienza storica del movimento pentecostale possa essere presa come termine di misura per la definizione del problema della glossolalia quale segno distintivo del battesimo nello Spirito?

La storia del cristianesimo ci offre la visione di una ricca e forse ininterrotta serie di movimenti di risveglio e ci propone la costante testimonianza di grandi eroi della fede che anche quando hanno realizzato una esuberante vita carismatica non hanno però fatto della glossolalia il segno unico e indispensabile del battesimo nello Spirito Santo, pur non rifiutando la presenza di questo dono nel contesto del servizio cristiano. Movimenti che hanno illuminato le tenebre del primo e del tardo medioevo e che hanno suggellato con la vita dei martiri il loro messaggio; uomini che hanno lasciato il loro nome e la loro testimonianza come termine di confronto e come punto di riferimento sul sentiero dei santi: moltitudini che hanno confessato “Cristo in loro speranza di gloria” e che hanno affermato di essere stati battezzati nello Spirito Santo. Possiamo rifiutare le loro dichiarazioni, ignorare la loro testimonianza, sconfessare il loro servizio?

Possiamo dire che soltanto il movimento pentecostale, che soltanto i predicatori pentecostali, soltanto il messaggio pentecostale hanno la pienezza dello Spirito Santo e che quanti precedentemente hanno testimoniato di Cristo con la parola e con la vita, hanno realizzato un’esperienza inferiore?

Possiamo affermare che uomini come Finney, Fox, Penn, Moody, per citarne solo alcuni e forse neanche fra i più rappresentativi saranno riconosciuti, da noi, pieni di Spirito soltanto dopo che avremo accertato che ognuno di loro ha realmente parlato in lingue straniere? Siamo proprio certi che i passi biblici invocati pongano in maniera assoluta un’ipoteca alla sovranità di Dio? Essi non ci lasciano invece uno spazio per comprendere e credere che Egli riserva a se stesso l’autorità per operare con diversità di metodi e quindi ottenere varietà di manifestazioni?

Con questa serie di interrogativi, come si può notare, non si vuole contestare l’esperienza del movimento pentecostale, ma semplicemente il dogmatismo del suo credo, messo in relazione, soprattutto, all’esperienza di altri movimenti e a quello di eroici uomini del passato.

Dobbiamo ammettere che alcune ipotesi ed alcune osservazioni hanno indubbia validità perché non possiamo certamente rifiutare o contestare la testimonianza della storia del cristianesimo che ci propone non soltanto l’esempio di uomini e movimenti, ma anche e soprattutto l’evidenza di un filone carismatico che nel corso dei secoli ha mantenuto l’evidenza del soprannaturale in mezzo al popolo di Dio, pur non esprimendosi sempre in modo assoluto mediante il fenomeno della glossolalia.

Non posso e non voglio raccogliere osservazioni, come quelle di certi critici italiani e stranieri che troppo evidentemente mostrano la loro aspra posizione preconcetta, ma non posso neanche far cadere osservazioni che invece dimostrano chiaramente il proposito di approfondire e chiarire un problema appassionante.

Voglio quindi subito precisare che riconosco incondizionatamente il valore del ministerio di quei servi di Dio che hanno esercitato il loro servizio nella potenza dello Spirito. Ci sono nomi che incutono un grande rispetto e testimonianze di servizio che ci sovrastano e credo che tutti dobbiamo guardarci dal compiere raffronti più che irriverenti addirittura ridicoli. Voglio aggiungere che non credo che il battesimo nello Spirito possa essere considerato retaggio esclusivo del movimento pentecostale, benché proprio questo movimento abbia cercato, ottenuto e valorizzato in un periodo storico che ne aveva oscurato la realtà teologica, quanto quella esperimentale; nel succedersi delle epoche la promessa divina ha sempre conservato validità ed attualità e, come già detto in precedenza, il vero popolo di Dio è stato sempre il popolo del miracolo.

Posso aggiungere che forse storici e biografi non si sono sempre impegnati intorno a quegli aspetti della vita cristiana ritenuti marginali e quindi soltanto in alcuni casi sono entrati nel merito delle manifestazioni sensibili alla vita carismatica. Questa circostanza ci autorizza a congetturare che la “glossolalia” non ha potuto sempre trovare un posto fra i tanti particolari storici ricordati dalle testimonianze giunte fino a noi, ma anche qui si può formulare un’ipotesi e pensare che le “lingue” abbiano avuto una presenza molto più consistente di quella ricordata dai vari testi.

Comunque una considerazione veramente serena delle tesi opposte permette di affermare che molti punti che sembrano divergenti possono invece essere considerati convergenti e finiscono anzi per indurci ad evitare un troppo rigido dogmatismo od una prolungata e sterile polemica; cerco di riepilogare questi punti:

 

  • La glossolalia, dono dello Spirito, si manifesta chiaramente quale effetto del battesimo pentecostale, in Gerusalemme, in Cesarea, in Efeso.

  • Ancora in Gerusalemme, a Damasco (Fatti cap. 4, 8, 9) la pienezza dello Spirito è sempre accompagnata da una manifestazione carismatica assolutamente sensibile.

  • Queste manifestazioni sensibili possono anche includere la glossolalia, ma mancando una precisazione esplicita nei testi, possono anche aver avuto la glossolalia, ma assieme ad altri segni carismatici come sembra affermare il miracolo di Efeso (Fatti 19).

  • Le varie descrizioni del libro dei Fatti non vogliono definire una dottrina, ma descrivere un’esperienza che per tutti è stata sostanzialmente identica.

 

 

Mi sembra che anche dopo aver dato spazio alle tesi opposte, rimanga valida quella del movimento pentecostale che sottolinea quelle dichiarazioni della Scrittura che evidenziano la relazione fra “battesimo” e “glossolalia”. D’altronde questa tesi si armonizza con la testimonianza resa nel tempo da tutti i credenti di questo movimento e che non può certo essere invalidata per ragioni polemiche, e s’armonizza anche con l’invocato principio della “Sovranità di Dio” che ha voluto operare esattamente nei modi chiariti tanto dal “credo” quanto alla testimonianza pentecostale.

Le caratteristiche dei movimenti di risveglio si sono sempre differenziate, ma tutte hanno avuto il segno evidente della benedizione di Dio che nel Suo piano di amore e di sapienza ha rivelato i Suoi intendimenti in ragione di circostanze e di propositi che non sempre sono o sono stati accessibili alla nostra ragione. Egli è rimasto sempre il Signore e proprio nell’esercizio della Sua sovranità ha attuato i Suoi programmi in relazione a quelle esigenze che noi non sappiamo sempre penetrare, ma che Egli conosce ed affronta con sapienza.

Forse a questo punto sono debitore di una conclusione, ma devo darne necessariamente due:

 

  • La mia esperienza personale che si unisce a quella dei miei fratelli pentecostali e che ha quindi un fondamento storico, mi induce ad interpretare la Scrittura nel senso del credo del movimento:- “Credo al battesimo nello Spirito Santo come ad una esperienza indipendente a quella della salvezza, e che si manifesta nel credente con il “dono delle lingue” come ai giorni della Pentecoste”.

  • Questa dichiarazione teologica non soltanto non vuole essere affermazione di priorità nei confronti di altri movimenti di risveglio o di revivalisti di qualsiasi epoca o luogo, ma non vuole neanche contestare la validità di esperienze spirituali che hanno conferita autentica potenza per testimoniare di Cristo e per conquistare i perduti alla croce del Calvario.

 

 

Dio opera sempre con coerenza e in perfetta armonia con la Sua Parola, ma dobbiamo sinceramente ed umilmente confessare che troppo spesso la luce da noi posseduta ci autorizza a pronunciarci con riserva e solo entro i limiti di quella rivelazione relativa che abbiamo mentre vogliamo proclamare l’assoluto…ed essere assolutisti.

Le ultime parole:- Ringrazio Dio che ho ricevuto ed ho questo dono di parlare in lingue (I Cor.14:18), ma ringrazio Dio per ogni opera compiuta in ogni uomo e attraverso ogni uomo; ringrazio Dio per i movimenti e per i servitori che hanno mantenuta accesa la luce della verità nel corso dei secoli, che hanno posseduto e che sono stati posseduti dallo Spirito Santo e che hanno predicato agli altri quello che loro avevano udito ed esperimentato ripetendo da un secolo all’altro:

    Ravvedetevi…siate battezzati…ricevete il dono dello Spirito Santo…perché a voi, anche a voi, è fatta la promessa.

Forse le conclusioni lasciano insoddisfatti più di un lettore; in polemica non si accettano tesi conciliative o ipotesi d’incontro, ma io, pur nel confermare il mio credo, ho desiderato soltanto proporre temi di meditazione per raggiungere uno scopo che può apparire modesto, ma è certamente cristiano, avere sempre più luce nella Scrittura, sempre più chiarezza nei programmi divini.

Credo che intorno ad un punto possiamo tutti concordare e cioè quello che ci chiarisce che ogni cristiano deve essere “pieno” di Spirito Santo ed essere pieni di Spirito Santo significa raggiungere sempre un livello di soprannaturalità che non può avere quell’esuberanza carismatica che è necessaria all’edificazione della chiesa.

Le “lingue” nel battesimo od il battesimo con l’evidenza delle “lingue” non vuole affermare un principio che è fine a se stesso, come purtroppo pensano oggi molti “neo-carismatici” e non soltanto essi, ma è un’esperienza molto più elevata di una semplice eccitazione o di una superficiale emozione perché è evidenza o manifestazione sensibile di una potenza che qualifica il credente a rendere testimonianza a Colui per il quale sono dati tutti i doni alla chiesa: Gesù Cristo, nostro Signore benedetto in eterno!

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