IL PECCATO

Indice:

Prefazione

Capitolo 1 –  L’Origine del peccato

Capitolo 2  – L’essenza del peccato

Capitolo  3  –  Conseguenza del peccato

Capitolo 4 –  Vittoria sul peccato

Capitolo 5  –  Il peccato originale

Capitolo 6  –  Il peccato a morte

 

Prefazione

Questo studio rappresenta il modestissimo risultalo di un lavoro spontaneo completalo in pochissimi giorni. L’argomento trattato ha sempre impegnato a fondo gli studiosi di teologia di tutte le epoche e di tutte le confessioni e perciò non vagliamo avere la presunzione di credere che questo studio possa aggiungere una parola nuova all’appassionante problema. Il nostro scopo è stato soltanto quello di trattare lo spinoso problema in forma popolare.            
In assoluta umiltà riconosciamo l’incompletezza e l’imperfezione di questo lavoro. Speriamo però che nonostante le inevitabili lacune esso possa essere ugualmente dì benedizione nell’ambiente cristiano.
Come sempre raccomandiamo la nostra debole fatica alla benedizione di Dio che può far nascere piante vigorose dal più piccolo dei semi.

 L’ORIGINE DEL  PECCATO

Il peccato ha un’origine eterna; esso esisteva prima dell’uomo, prima del mondo e prima del diavolo.
Lucifero peccò perché il peccato già esisteva e quando il peccato fu portato nel mondo e fu iniettato nell’uomo già i luoghi spirituali erano pieni di peccato.

Il presente scritto però non vuol parlare dell’origine eterna del peccato, ma soltanto dell’inizio del peccato nel mondo e nell’uomo. Lasciamo pure ai filosofi e ai teologi il compito d’indagare come e quando è nato il peccato e riserviamoci quello molto più modesto, ma forse più utile, di scoprire il modo ed il tempo nei quali esso è stato introdotto nel mondo.

Alcuni studiosi fanno risalire l’origine del peccato nel mondo a quel periodo che sta in mezzo ai primi due versetti della Bibbia: “Nel principio Iddio creò il cielo e la terra”. “E la terra era una cosa deserta e vacua… ”

Il primo versetto infatti potrebbe esprimere una perfetta opera creativa ed il secondo potrebbe parlare della distruzione o della rovina di quell’opera. In altre parole: Iddio avrebbe creato il mondo perfetto e bello, ma un giorno tenebroso il diavolo, assieme al suo esercito maligno, sarebbe precipitato sopra di esso con furore infernale per rovinare e distruggere l’opera meravigliosa della creazione, cioè per portare il caos, la confusione nel lavoro perfetto di Dio.

Il terzo verso della Bibbia, in questo caso, ci parlerebbe dell’opera di restauro compiuta da Dio:

“E Iddio disse: Sia la luce. E la luce fu”

L’Eterno riprende nelle mani il Suo lavoro e non soltanto per ripararlo e per strapparlo al dominio delle tenebre, ma anche allo scopo grandioso di continuare la battaglia con gli eserciti ribelli che sono stati precipitati dal cielo, ma che devono essere perseguiti fino all’inferno preparato per il loro tormento.

Se accettiamo questo accettabile punto di vista concludiamo che l’origine del peccato nel mondo, o almeno la presenza del peccato nel mondo è precedente alla creazione descritta nel primo capitolo della Genesi.
La creazione di Dio quindi è stata compiuta come un lavoro di separazione dal peccato e di lotta contro il peccato che si trovava però presente in mezzo alla creazione nel mondo.

Naturalmente noi parliamo del peccato come di una entità esistente indipendentemente dall’uomo e quindi anche fuori dell’uomo. La creazione doveva sostenere una lotta col peccato che si trovava vicino a se; poteva vincerlo e quindi neutralizzarlo definitivamente o poteva subirlo, come infatti lo ha subito, e di conseguenza farlo avanzare e farlo trionfare.

In altre parole la creazione ed il peccato stavano di fronte come due eserciti in battaglia; il peccato non “poteva entrare nella creazione o nel mondo” se la resistenza era perfetta, ma poteva entrare e dilagare se la resistenza crollava di fronte ad esso.

La linea di resistenza della creazione ha ceduto ed il peccato, non in un giorno e neanche attraverso un solo episodio, ha ottenuto uno strepitoso successo sugli uomini e sul mondo.

Naturalmente non bisogna dimenticare che i trionfi del diavolo e del peccato sono soltanto momentanei perché essi vengono sfruttati da Dio per il conseguimento della Sua gloriosa vittoria finale, ma questa verità non annulla il fatto che il peccato ha conseguito un graduale trionfo nella sua lotta contro la creazione di Dio.

Ritorniamo al soggetto del presente capitolo: l’origine del peccato. Il quarto verso della Bibbia ci, dichiara:

“Iddio vide che la luce era buona…”.

Al verso 31 possiamo anche leggere:

“E Iddio vide tutto quello che Egli aveva fatto; ed ecco, era mollo buono”.

La luce era buona, ma le tenebre no, ed infatti Iddio separò l’una dalle altre: L’Eterno aveva creato la luce, ma le tenebre erano già esistenti.

Tutte le cose create da Dio erano buone, mentre tutte quelle già esistenti erano peccaminose ed infatti la scrittura precisa:

“tutto quello che Egli aveva fatto… era molto buono”, e questa precisazione potrebbe voler dire che quello che Egli “non aveva fatto” non era buono.

Iddio non ignora la presenza del peccato fuori della creazione e per questo motivo stabilisce ed accetta il termine della lotta ordinando all’uomo:

“Ma non mangiare dell’albero della conoscenza….”.

Il peccato è reso peccante dalla legge e quindi l’Eterno stabilisce una legge con un solo articolo e con una sola pena per poter continuare la lotta eterna col peccato personificato ormai nell’angelo ribelle: il diavolo.

La lotta incomincia. Non tutte le fasi di questa lotta sono esplicitamente dichiarate dalla Scrittura, ma l’esame accurato delle prime pagine della Bibbia ci dimostra che è una lotta vastissima e poderosa.

Non è affatto vero, come alcuni affermano, che la durata e la conclusione di questa lotta possono essere chiuse entro i pochi minuti di conversazione fra il serpente ed Eva; essa fu molto più lunga e molto più larga.

Prima di ogni cosa dobbiamo accettare che il diavolo non incominciò la sua lotta attaccando l’uomo, ma attaccando il serpente: “Or il serpente era astuto più che qualunque altra bestia…”

Alcuni vedono nel serpente una incarnazione o materializzazione o, più semplicemente, una simbologia del diavolo. Noi non concordiamo con questi concetti che non trovano nessun fondamento biblico.

Possiamo bene accettare che dopo il tragico episodio della caduta il serpente è divenuto il simbolo più perfetto del diavolo, ma respingiamo energicamente l’affermazione che “la bestia fatta da Dio” (Genesi 3:1) che parlò con Eva fosse personalmente il diavolo.

Sappiamo benissimo che questa dichiarazione fa sorridere i teologi di ogni tendenza e scandalizza i modernisti, ma noi preferiamo la semplicità di una interpretazione, capace di armonizzare tutti i dettagli della Scrittura, a qualsiasi speculazione scientifica e intellettuale.

Per noi il serpente era realmente “un serpente” e la sua astuzia era soltanto il risultato di una malefica influenza esercitata sopra di lui dall’esterno, da parte del diavolo.

Infatti, quando Iddio pronunciò la sua prima maledizione, non colpì il diavolo, ma il serpente il quale fu condannato a strisciare nella polvere…;naturalmente col serpente fu maledetto ancora una volta il diavolo, che era rappresentato da esso, e le parole: “…ti triterà il capo, e tu le ferirai il calcagno…” (Genesi 3:15) possono essere applicate più alla lotta spirituale fra Cristo e il diavolo, che non a quella materiale fra il serpente e l’uomo.

Può sembrare assurdo che Eva s’intrattenesse in conversazione con un rettile e, sopratutto, può sembrare assurdo che un serpente parlasse. Dobbiamo però convenire che sarebbe stato ancora più assurdo che Eva si fosse intrattenuta col diavolo “in forma” di serpente.

La nostra progenitrice avrebbe facilmente scoperto l’inganno qualora l’incontro con un serpente parlante fosse stato un avvenimento eccezionale. Eva doveva essere abituata ad incontrare il serpente e, probabilmente, a conversare con esso se, come asseriscono alcuni naturalisti, il serpente nell’antichità aveva una conformazione organica molto somigliante a quella dell’uomo e se, come dicono gli stessi naturalisti, esso era realmente dotato di possibilità vocali molto vicine a quelle dell’uomo.

Il serpente perciò sarebbe quello che appare oggi soltanto in conseguenza della maledizione divina mentre ieri, cioè all’origine della creazione, sarebbe stato una fra le creature più somiglianti all’uomo.

Tutto questo quindi ci confermerebbe la vastità della lotta fra Dio e il peccato: il diavolo s’impossessa del serpente e con questo si presenta alla donna che può essere la mediatrice ideale per raggiungere e sedurre l’uomo.

L’attacco non è ancora diretto, ma è preciso ed insidioso.

La donna non soltanto rappresenta la creatura più vicina all’uomo e che quindi meglio può insinuarsi nell’uomo, ma è sopratutto la creatura più predisposta alla debolezza. Ed il diavolo attacca la donna. Anche quest’attacco à vasto ed è ben lontano dall’esaurirsi in un breve episodio.

Il primo colpo del diavolo, attraverso il serpente ha il preciso scopo di oscurare la visione dell’amore di Dio. Le parole del tentatore sono: “Come! Iddio vi ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?”

Iddio aveva messo tutti gli alberi del giardino a disposizione dell’uomo; essi parlavano del suo amore e della sua generosità e fino a quel giorno Adamo non aveva pensato che, il divieto a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza costituisse un sacrificio. Tutto era lì per essere goduto e quindi la piccola limitazione posta dall’Eterno non poteva rappresentare un peso. Ma l’astuto tentatore con la sua ipocrita domanda fa risaltare che esiste una limitazione e che quindi l’amore di Dio può essere messo in dubbio. Egli obbliga la donna a rispondere:

“Noi possiamo mangiare i frutti degli alberi, ma non possiamo toccare il frutto dell’albero della conoscenza perché Dio non vuole”.

Eva non aveva udito direttamente l’ordine divino, ma questo certamente gli era stato trasmesso dal marito.

Probabilmente il primo dubbio nacque nel cuore della donna dopo le prime parole della velenosa conversazione, ma quel seme doveva germogliare fino alla caduta di Adamo e perciò il serpente cercò di raggiungere un secondo risultato. Dopo il dubbio intorno all’amore di Dio egli cercò di insinuare il dubbio relativo alla veracità di Dio e perciò disse: “No, non morrete affatto…”.

Contemporaneamente, sferrando un duplice attacco, cercò d’iniettare il dubbio intorno alla potenza e alla santità di Dio, e perciò aggiunse: “… Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio…”

Il serpente presenta l’Eterno come un mendace che, per tema di veder uguagliata la sua limitata potenza, ricorre al basso espediente di tenere in timore la propria creatura. L’opera della tentazione però non si limita ad una passiva denigrazione di Dio, ma si completa con il seducente allettamento di un risultato desiderabile: “… l’albero era desiderabile per diventare intelligente…”.

Eva, vinta dalla seduzione, accolse il peccato nel seno. E’ vero, come alcuni asseriscono, che il peccato della donna fu sopratutto di disubbidienza, ma è anche vero che la disubbidienza venne a coronamento del dubbio intorno all’amore di Dio, alla veracità di Dio, alla potenza di Dio e alla santità di Dio.

Il peccato quindi passò dal serpente alla donna attraverso la porta del dubbio. Ora è la donna che diviene strumento del diavolo: sedotta cerca di sedurre.

Adamo non vede e non ode il serpente; non vede e non ode direttamente il diavolo, ma riceve la sua dolce compagna, amica delle sue ore, consorte delle sue gioie. E’ lei che gli porge il frutto; è lei che gli dice con studiata dolcezza: “Mangiane perché è buono…”.

Adamo cade, ed anche lui pone a base della disubbidienza l’incredulità. Il peccato è entrato nella creazione; l’opera disgregatrice ha la sua perversa origine. Sembra però che una esplicita maledizione non sia ancora caduta sopra l’uomo; Iddio ha maledetto i campi, ha maledetto il serpente (Gen. 3:14,17), ma non ha ancora maledetto categoricamente il genere umano. Il diavolo deve ancora combattere, deve allargare la breccia, deve estendere le sue conquiste.

E’ necessario che il peccato possa svilupparsi attraverso un altro dubbio: quello della giustizia di Dio. Giungiamo cosi al sanguinoso episodio di Caino e Abele.

L’episodio ci è notorio: ambedue i fratelli offrono un dono a Dio, ma mentre il dono di Abele viene accettato, quello di Caino viene rifiutato. Il seme del peccato è già evidente nell’uomo che non riesce a rendersi gradito col suo dono nella presenza dell’Eterno, ma esso è soltanto un seme. Per crescere è necessario che Caino si abbandoni allo sdegno e al risentimento.

Egli dubita della perfetta giustizia di Dio e, per conseguenza naturale, concepisce sentimenti di odio e di vendetta nei confronti dei fratello accolto da Dio. L’odio e la vendetta vengono alimentati dal seme del peccato che è malvagità interiore (1° Giovanni 4:12), anzi che è la malefica presenza del tentatore nella vita umana (idem). Caino uccide, Caino mentisce a Dio, Caino si apre pienamente al peccato (Genesi 4:8,9).

Il peccato si allarga nel seno della famiglia umana ed anche la maledizione divina si accentua: Iddio ha maledetto prima il serpente, poi la terra, ma ora maledice l’uomo: “Ora dunque tu sei maledetto, e sarai cacciato dalla terra…”.

Ormai sembra quasi che la battaglia abbia avuta la sua tragica conclusione perché l’uomo, non soltanto ha perduto la benedizione che aveva ricevuto da Dio (Genesi 5:2), ma ha attirato sopra di sé l’inesorabile e schiacciante maledizione divina. Invece la battaglia prosegue,

E’ vero, il peccato ha rotto la chiusura, è penetrato nella creazione ed ha invaso la creazione, ma sembrano ancora esserci delle resistenze che mettono in dubbio la sua assoluta vittoria.

Dopo Caino, infatti, ed anche dopo Lamec, uccisore di due uomini, ecco che la Bibbia ci parla di “… Enos…” dal quale “…si cominciò a nominare una parte degli uomini del nome del Signore”.

E’ l’ultima resistenza al peccato; sembra quasi che la creazione non voglia accettare la sconfitta e perciò reagisca energicamente…

La reazione però perde gradatamente la sua forza e quando giungono i giorni di Noè, cioè del figliuolo del riposo e della consolazione (Genesi 5:29), sembra completamente esaurita.

Ecco la catastrofe: il peccato trionfa violentemente e tutta la terra si corrompe e precipita nella violenza e nella carnalità (Genesi 6:2,11).

Noé rimane come l’eccezione necessaria non soltanto per preservare l’umanità da una totale e definitiva distruzione, ma anche come ultimo baluardo di Dio per far trionfare il bene sopra il male nella gigantesca battaglia che riempie l’eternità.

L’origine del peccato quindi non può essere, localizzata ad un episodio perché se è vero che: “… per un uomo il peccato è entrato nel mondo…” (Romani 5:12), è anche vero che l’episodio al quale si riferisce questa dichiarazione biblica rappresenta il più importante, ma non l’unico

Relativo all’origine del peccato o piuttosto si riferisce all’episodio che segna l’ingresso assoluto del peccato nel mondo. Infatti, se il peccato giuridicamente è essenzialmente la “trasgressione della legge” (1° Giovanni 3:4), dobbiamo accettare che il peccato è entrato nel mondo quando colui che aveva ricevuto la legge di Dio, cioè Adamo, disubbidì all’unico articolo di quella, legge divina.

Questo riconoscimento però non c’impedisce di osservare che prima della trasgressione di

Adamo e anzi in preparazione di questa, appaiono

1) Le tenebre;

2) Le cose non fatte da Dio;

3) L’astuzia del serpente;

4) Il dubbio della donna;

5) La concupiscenza della donna;

6) Il peccato della donna;

7) La seduzione della donna.

Ed altresì non c’impedisce di osservare lo sviluppo o il progresso del peccato fino all’avvenimento immane del diluvio:

1) Il dubbio di Caino;

2) L’odio di Caino;

3) La malvagità di Caino;

4) La violenza di Caino;

5) La violenza di Lamec;

6) La carnalità degli uomini;

7) La violenza degli uomini.

Nel concludere questo capitolo vogliamo perciò sottolineare che l’origine del peccato rappresenta un problema che se ha Adamo come punto di riferimento, è e rimane un problema eterno che esprime sopratutto la lotta impegnata da Dio contro le potenze del male. Sembra di assistere, come abbiamo già accennato, ad una battaglia gigantesca che ha quale campo di azione il mondo nel quale viviamo. Iddio muove uomini e cose come uno stratega che non soltanto miri all’annientamento delle forze avversarie, ma anche alla piena ed incontrastata manifestazione della sua luminosa bontà e della sua assoluta verità.

 

L’essenza del peccato

Anche quando cerchiamo di stabilire l’essenza del peccato, cioè che cos’è il peccato, ci troviamo di fronte ad un problema vastissimo. Se esaminiamo il peccato nella sua origine eterna, dobbiamo accettare i termini del problema in un determinato modo, ma se invece esaminiamo il peccato rispetto all’uomo e quindi all’origine del peccato nel tempo, dobbiamo accettare termini completamente diversi nello studio di questo problema.

Come ci siamo proposti dal principio, non vogliamo limitare il nostro studio al peccato nel tempo, perché lasciamo agli studiosi di alta filosofia o di alta teologia, di esaminare l’essenza del peccato inteso come entità eterna, fuori dall’uomo e della storia dell’uomo.

Da questo punto dì vista il peccato è soprattutto “la trasgressione della legge” cioè la violazione di un principio morale sancito da Dio. In altre parole è l’azione attiva o passiva che offende la santità e la giustizia di Dio espresse nella Sua legge.

Alcuni studiosi hanno però fatto notare che non tutti coloro che rompono una legge morale hanno l’intento di offendere Dio anche perché molti peccatori non conoscono Iddio ed ignorano la sua legge; quindi essi hanno voluto distinguere fra peccato teologico e peccato filosofico. Il primo sarebbe il peccato commesso nella conoscenza di Dio e della sua legge e perciò consumato come una, offesa a Dio, mentre il secondo sarebbe l’atto moralmente insano, ma nel quale manca, la conoscenza di Dio e quindi l’intenzione di offendere Dio.

A noi sembra che questa differenziazione sia inaccettabile perché tutti coloro che violano una legge, conoscono, in modo più o meno chiaro, che essa è stata promulgata da un legislatore e quindi sanno che la loro azione offende la legge e, contemporaneamente, colui che ha sancita la legge. In altre parole vogliamo dichiarare che tutti gli uomini, non esclusi coloro che affermano di non credere in Dio, trasgrediscono alla legge divina nella, consapevolezza di offendere Colui che la ha promulgata. Forse essi non hanno realmente una precisa visione della personalità di Dio e probabilmente non conoscono i particolari giuridici della legge dell’Eterno, ma riconoscono chiaramente nella propria coscienza la violazione di una legge che è stata data dall’Alto.

Questa violazione è il peccato perché si concretizza in una entità che rappresenta l’opposto della giustizia.

Naturalmente riconosciamo che la definizione “trasgressione della legge” è una definizione molto generica che ha, bisogno di essere chiarita in tutti i particolari racchiusi nel suo significato interiore, ma questo non ci toglie la possibilità

di affermare che essa è forse la più completa, e la più felice dichiarazione relativa, al peccato.

Il peccato fu dichiarato tale per la trasgressione di Adamo ed entrò nel mondo quale conseguenza diretta della violazione della legge di Dio

Quindi la legge di Dio e tutte le azioni che vengono mosse da essa rappresentano la giustizia; mentre l’opposizione alla, legge divina o la violazione di essa rappresenta il peccato.

Da questa conclusione possiamo notare che il peccato può essere una azione attiva o una azione passiva. Infatti la legge divina non esprime soltanto dei divieti, ma. ordina anche delle azioni cioè non dice soltanto “non fare” ma ordina “fai”. Quindi il peccato è l’azione compiuta in contrasto al divieto “non fare”, o all’ordine “fai”; in altre parole è peccato il furto perché è una azione che trasgredisce il comandamento “non” rubare ed è altresì peccato l’egoismo perché trasgredisce l’ordine di “fare” il bene (Giacomo 4:17).

Anche da questo punto di vista possiamo constatare che il peccato rappresenta il contrapposto della giustizia che è un’azione passiva verso il male ed un’azione attiva presso il bene. La giustizia fugge quello che è contrario al carattere di Dio ed opera ciò che esprime la personalità di Dio.

Il peccato dunque non è soltanto l’azione attiva, ma anche quella passiva cioè quella che noi chiameremmo inazione, ma che in realtà è una azione di « resistenza , al comandamento di Dio. Fare il male o non fare il bene è ugualmente un andare contro alla volontà divina dichiarata dalla sua legge perfetta.

E’ interessante esaminare i diversi aspetti della “trasgressione” penetrando il significato dei diversi vocaboli biblici che indicano il peccato. Questi svariati termini ci parlano dell’essenza del peccato aiutandoci a penetrare nella definizione già ripetutamente espressa: “il peccato è la trasgressione della legge”.

I vocaboli che designano il peccato nel Vecchio e nel Nuovo Testamento possono essere tradotti letteralmente come segue:

1) Colpa;

2) Azione contraria alla regola;

3) Fallire lo scopo;

4) Mancare il segno;

5) Infrazione;

6) Spezzare;

7) Infrangere una barriera;

8) Delitto;

9) Violazione;

10) Agire di traverso;

11) Impurità;

12) Empietà;

13) Iniquità;

14) Errore;

15) Disubbidienza.

Tutti questi termini sono sinonimi, cioè somiglianti, ma ognuno di esso contiene una sfumatura diversa dall’altro e tutti uniti ci offrono un quadro vivo dell’essenza del peccato nel suo aspetto policromo. Nessuno si meravigli se facciamo un parallelo fra i colori ed il peccato perché forse non c’è nulla di meglio per esprime la personalità di questa entità (Isaia 1: 18).

Questi termini ci dicono in modo assoluto che il peccato è sempre:

1) Una ribellione a Dio (Isaia 1: 28);

2) Il frutto della concupiscenza (Giacomo 1: 15);

3) Un’opera delle tenebre (Efesi 5: 11);

4) Una manifestazione diabolica (Giovanni 3:8);

5) Un’opera morta (Ebrei 9: 14) .

Ma soprattutto ci dicono che è una deviazione dallo scopo per il quale l’uomo deve vivere di fronte a Dio. Iddio ha posto l’uomo entro i limiti della Sua giustizia, costituiti dalla legge della santità, e lo scopo dell’uomo è quello di assecondare Iddio dal quale può ricevere bene nel tempo e nell’eternità. Ecco perché è detto che il peccato è empietà, cioè l’opposto di pietà o dì religiosità: l’opposto della perfetta sottomissione a Dio e del perfetto amore verso Dio.

Abbiamo visto che il peccato viene anche indicato col termine “iniquità” (1 Giovanni 5, 17) che significa mancanza di equità cioè mancanza dì equilibrio o d’imparzialità o di giustizia; quindi esso è un mancare lo scopo, un trasgredire e violare la legge divina, un soffocare l’amore e il rispetto verso Dio, ma è anche un alterare i rapporti nei confronti degli uomini.

L’iniquità prevede l’egoismo spinto fino alle estreme conseguenze e rappresenta l’offesa più aperta al sommario della legge cristiana:

“Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te” (Gal. 5:14,15);

oppure  “Fai agli altri quello che vorresti che fosse fatto a te” (Matteo 7:12).

Perciò possiamo ben concludere che l’essenza del peccato è costituita dall’opposizione a Dio, alla legge di Dio, al bene espresso da Dio, all’amore voluto da Dio, agli scopi stabiliti da Dio cioè è costituito dal contrapposto di Dio stesso nel quale è racchiuso ogni bene, ogni verità, ogni amore.

Poiché abbiamo parlato dell’origine del peccato e, indugiando sull’argomento, abbiamo potuto riconoscere che il progresso del peccato si è sviluppato attraverso diverse fasi, è necessario che nel trattare dell’essenza del peccato, esaminiamo il problema anche da un altro punto di vista e cioè da quello che ci presenta il peccato come un “pervertimento degli istinti naturali dell’uomo”.

Il peccato infatti rappresenta, in maniera incontroversibile, una alterazione della vita istintiva fornita da Dio all’uomo.

La Bibbia ci dichiara, e la scienza ci conferma, che l’uomo è dotato naturalmente di cinque istinti che sono:

1) Istinto di nutrizione;

2) Istinto di conservazione;

3) Istinto di riproduzione;

4) Istinto di acquisto;

5) Istinto di dominio.

Questi istinti furono posti da Dio nell’uomo come elemento indispensabile alla vita di esso. Le prime pagine della Bibbia ci parlano dettagliatamente di questa meravigliosa opera divina.

Gli istinti costituivano, indirettamente, una regola divina alla quale l’uomo era chiamato ad assoggettarsi. Essi rappresentavano una legge equilibratrice simile alle tante leggi che regolano in maniera perfetta ed armonica l’universo intero.

In rapporto a questa legge, posta da Dio nell’organismo e nella personalità umana, l’uomo era guidato a provvedere al proprio sostentamento fino al limite delle sue necessità; alla propria preservazione entro la regola imposta dalla esigenza della natura; alla propria riproduzione nell’ambito di una sana e rigida monogamia, all’acquisto di quanto imposto dal suo bisogno e, al dominio sotto l’espressione del dominio di Dio. Gli istinti quindi rappresentavano una garanzia di santità individuale ed altresì un pegno di benessere collettivo.

Il peccato si è introdotto e si è sviluppato come un pervertimento degli istinti: l’istinto di nutrizione è divenuto il peccato di gola; l’istinto di conservazione è divenuto il peccato di egoismo; l’istinto di riproduzione è divenuto il peccato di adulterio; l’istinto di conquista è divenuto il peccato di avarizia e l’istinto di dominio è divenuto il peccato di orgoglio.

Nella vita istintiva degli uomini era previsto il bene individuale e quello collettivo; dal pervertimento degli istinti è nato il peccato dell’uomo e il peccato del mondo. Se osserviamo attentamente la legge di Dio, possiamo facilmente riconoscere che gli articoli di essa cercano di ricondurre l’uomo entro l’ambito di istinti sani ed equilibrati.

Quella legge che condanna la gola, l’egoismo, l’adulterio, l’avarizia e l’orgoglio chiede all’uomo di reprimere la concupiscenza, che è esattamente un’alterazione dell’istinto puro, per sottomettersi alla legge che Iddio ha suggellato in lui per il proprio bene.

Non possiamo chiudere questo capitolo senza fermarci alla magistrale definizione che Cristo da del peccato. Egli lo classifica “un debito verso Dio” (Matteo 6:12).

Questa definizione suggerisce l’idea che il peccato rappresenta un’azione di “sottrazione”, cioè un’azione che provoca la necessità di una riparazione. Il peccato, in altre parole, è un prendere qualche cosa che appartiene a Dio. Può essere l’ubbidienza che dovevamo a Lui e che invece abbiamo riservata alla nostra concupiscenza, oppure l’onore che era dovuto al Suo nome e che abbiamo attribuito a noi stessi, od anche le proprietà che portavano il suo suggello e che noi abbiamo indegnamente usurpate.

Un’azione fraudolenta compiuta dall’uomo in offesa, alla personalità di Dio; questo è il peccato nella definizione di Cristo.

L’essenza del peccato, trasgressione della legge divina, in conclusione è rappresentata come la negazione del bene eterno ed infinito per una ricerca disordinata e tenebrosa del bene contingente e finito e perciò possiamo individuare il peccato in qualsiasi manifestazione attiva o passiva, interiore od esteriore che trasporta l’individuo fuori dei limiti degli istinti puri, della legge della coscienza illuminata da Dio, della legge morale della sana convivenza sociale.

Il peccato può avere le più svariate manifestazioni, può investire i più diversi aspetti della vita, ma rimane sempre costante nel suo carattere fondamentale e stabile nella sua essenza che è “negazione del bene eterno a favore di una ricerca tenebrosa e disordinata del bene contingente”.

Le conseguenze sul peccato 

Tutto nell’universo ubbidisce ad una legge di causa e quindi è logico che anche il peccato che è una entità causata produca a sua volta un effetto conseguente.

Le parole di Giacomo sembrano esprimere vivamente questo concetto: “… La concupiscenza, avendo concepito, partorisce il peccato; e il peccato, essendo compiuto, genera la morte” (Giacomo 1:15).

Il peccato produce una conseguenza e questa conseguenza è la morte. Questa conclusione corrisponde perfettamente alla dichiarazione di Dio ad Adamo: “Nel giorno che tu ne mangerai, tu morrai…”.

Il dubbio però che ha tormentato gli studiosi di tutti i secoli è costituito dal significato del termine “morte”.

Il peccato produce la morte nel senso fisico o soltanto la morte nel senso spirituale?

La trasgressione di Adamo introduce la “mortalità” o produce semplicemente la “separazione da Dio”?

Alcuni propendono per la prima tesi ed altri invece difendono appassionatamente la seconda tesi; cioè alcuni ritengono che il peccato costituisca perdita dell’immortalità ed altri, invece, sostengono che il peccato produce la distruzione delle realtà eterne dello Spirito, nell’uomo.

I primi quindi pongono la “morte”, alla quale sono sottoposti tutti gli uomini, in relazione al peccato di Adamo che era stato creato da Dio immortale. I secondi fanno invece notare che Caino non morì in conseguenza del suo peccato, e perciò la sentenza divina deve essere intesa in senso spirituale. La morte fisica, sostengono costoro, era già prevista nel piano di Dio perché “l’uomo era stato tratto dalla polvere e doveva ritornare in polvere” (Gen. 3:19).

Noi riteniamo che in ambedue queste tesi è contenuta una parte di verità, ma nessuna delle due è perfettamente vera.

L’uomo è stato tratto dalla polvere, ma questo non impone che egli “dovesse ritornare in polvere”. Le cose che sono state tratte dal nulla, infatti, non ritornano nel nulla e la scienza ci da ragione quando dichiara: “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto nell’universo si trasforma. Come le cose create dal nulla non erano destinate a tornare nel nulla, così neanche l’uomo che era stato formato dalla polvere era destinato a ritornare in polvere.

La scienza medica è d’accordo con noi nel dichiarare che un organismo umano potrebbe essere immortale se ubbidisse regolarmente a tutte le leggi di rinnovamento e di reintegrazione che sono state poste da Dio in esso. In altre parole, un organismo umano potrebbe ricuperare continuamente le forze che consuma e rinnovare costantemente gli organi affaticati, se possedesse in se stesso l’equilibrio col quale Iddio lo ha creato.

L’organismo si consuma e crolla perché una causa esterna ha turbato e turba l’equilibrio dei suoi apparati e dei suoi sistemi e questa causa è il peccato.

Ormai anche i medici più scettici sono obbligali ad ammettere che tutte le malattie hanno, in maniera diretta o in maniera remota, una origine morale.

Quindi il fatto che Adamo non morì nell’ora che consumò il suo peccato non ci dimostra affatto che egli era “già mortale” e che fu colpito unicamente da una morte intesa in senso spirituale o addirittura simbolico.

Adamo, nel momento stesso che disubbidì all’ordine divino, perse la vita. La morte che si manifestò in lui s’irradiò dall’interno all’esterno, si manifestò cioè prima la morte interiore e solo più tardi quella esteriore dell’organismo, che può essere appunto definita: un sintomo esterno di una realtà interiore.

Fra la morte spirituale e la morte fisica esiste, una relazione diretta, come quella che esiste fra l’anima ed il corpo e quindi la conseguenza del peccato è la morte intesa nel pieno significato di questa parola.

La morte spirituale è separazione dalla “vita spirituale”; la morte fisica è separazione dalla vita fisica sensitiva.

La morte spirituale precede la morte fisica, come la resurrezione spirituale precede la resurrezione fisica (Corinzi 15:26).

La morte si è manifestata dall’interno all’esterno ed anche la vita si manifesta e si manifesterà dall’interno all’esterno. Possiamo perciò ripetere che la conseguenza diretta del peccato è la morte che include in se stessa ogni assenza di vita. Il peccato ha generato la morte, e genera sempre la morte. In seguito esamineremo il problema definito “del peccato mortale”, ma sin da ora possiamo anticipare che qualsiasi manifestazione di peccato ha come conseguenza diretta la morte. L’Apostolo Giovanni, infatti, così si esprime nella sua prima epistola: “Se alcuno vede il suo fratello commettere peccato che – non sia a morte -, preghi Iddio, ed Egli gli – donerà la vita-” (1° Giovanni 5:16).

Questa precisa affermazione ci fa conoscere che anche coloro che commettono un peccato che non è a morte, perdono, in conseguenza del peccato, “la vita”.

Stabilito che la conseguenza del peccato è la morte, possiamo ora esaminare alcuni aspetti di questa tragica e terrificante realtà.

Il primo e più impressionante carattere della morte è rappresentato dal giudizio divino.

La vita è benedizione, la morte è maledizione e giudizio. La conseguenza del peccato perciò è il giudizio di Dio.

Non possiamo negare che nel mondo morale e nel mondo spirituale non esistono zone intermedie: c’è il bene ed il male; l’errore e la verità; la morte e la vita. Colui che non si trova in Dio si trova contro Dio e quindi sotto il giudizio di Dio. Abbiamo già visto infatti che il peccato può essere costituito sia da una azione attiva e sia da una azione passiva, ma nell’uno e nell’altro caso rappresenta sempre un’azione che cade sotto il giudizio di Dio.

Iddio giudica e condanna il peccato; lo condannò in Adamo e lo condanna in tutti coloro che lo consumano perché il peccato provoca inesorabilmente il giudizio divino.

Il mondo è già giudicato e vive sotto il giudizio perché ha accolto il peccato e lo ha elevato a sistema ponendolo sopra il trono della gloria umana e, individualmente, gli uomini che operano il peccato, attirano sopra loro stessi, come risultato naturale delle proprie azioni, un giudizio personale.

Il giudizio può essere considerato come un aspetto della morte che consegue al peccato, ma esso non esaurisce la personalità di questo terribile effetto. Anche il dolore e la malattia rappresentano infatti aspetti diversi della “morte” e perciò anche il dolore e malattia vivono nel seno dell’umanità come conseguenza del peccato.

Il peccato ha turbato gli istinti puri dell’uomo; ha prodotto uno squilibrio nella sua vita morale e nella sua vita organica; quelle che erano, nell’individuo, fonti di energia e di salute, sono state trasformate in potenze disordinate e disgregatrici. L’uomo ha incominciato ad essere diviso in se stesso in parti contrarie (Matteo 12:25) ed è caduto nella fragilità e nella malattia.

Mentre questo turbamento della personalità umana ha spalancato la porta a tutte le malattie, l’esercizio del peccato ha anche messo gli uomini in lotta ad oltranza, fra di loro ed ha, per riflesso, aperta la strada a tutti i dolori.

Gli istinti puri posti da Dio nell’individuo garantivano il godimento equo e pacifico di tutte le dovizie della Provvidenza, mentre il turbamento di essi non poteva che portare guerre, odi, gelosie , egoismo, sensualità, cupidigia.

Iddio ha creato ricchezze immense bastanti ad assicurare il benessere di tutte le sue creature, ma il peccato ha trasformato questi tesori di gioie in dolori e lagrime.

Anche i dolori più spiccioli della vita possono essere riguardati come una conseguenza del peccato, e se è vero che malattia e lagrime vengono frequentemente usate da Dio come una medicina per guarire il peccato (1° Corinzi 11:30), è vero soltanto in conseguenza del fatto che anche in natura il veleno può essere usato come antiveleno.

Riepilogando, ricordiamo quindi che quando parliamo di morte come conseguenza del peccato ci riferiamo alla separazione dalla vita nel senso più assoluto della parola, cioè alla separazione da Dio nel quale c’è vita esuberante (Giovanni 10:10); ci riferiamo quindi al giudizio divino, al dolore, alla malattia e ci riferiamo anche, e forse potremmo dire, sopratutto all’errore, allo spavento, al dubbio…

La vita è luce e verità; la morte è tenebre ed errore. La vita è pace e serenità; la morte è spavento e turbamento. La vita è fede e confidanza; la morte è incredulità e dubbio.

La conseguenza del peccato suggella anche queste tremende realtà che vivono nel mondo e vivono negli individui; che sono apparse ieri e che compaiono ogni giorno in coloro che per il peccato si pongono contro Dio.

La creazione senza il peccato ignorava la morte; non c’era la mortalità, non c’erano le malattie, non esistevano lagrime, dolori, disordini, turbamenti, giudizio. Il peccato ha introdotto come conseguenza la morte con le sue molteplici caratteristiche e la Bibbia ci dichiara che queste terrificanti realtà negative saranno debellate definitivamente soltanto quando e dove sarà annientato il peccato.

Quando la causa sarà distrutta, le conseguenze di essa cesseranno per un processo logico e naturale (1° Corinzi 15:56; Apocalisse 21:4,27).

La vittoria sul peccato 

Nei capitoli precedenti abbiamo potuto seguire l’esame del peccato, dalla sua origine al suo sviluppo nell’uomo e nella creazione. E’ necessario ora che ci soffermiamo a considerare l’aspetto più importante dell’immenso conflitto, nel quale sono impegnate le potenze del bene e quelle del male.

Il peccato ha attaccato il lavoro di Dio, ha aperta una, breccia, è penetrato, si è allargato, ma la sua vittoria non è stata né assoluta, né definitiva, sopratutto rispetto a Dio che è il vero avversario del peccato.

Come abbiamo già detto, anzi, le molteplici vittorie del peccato sono state incluse da Dio, nel suo immenso piano strategico, come elementi necessari per il conseguimento della vittoria finale.

Dio è il vincitore; le vittorie del peccato sono soltanto parziali e momentanee mentre la vittoria del Cielo adempie fedelmente il piano concepito nell’eternità.

Non dobbiamo perciò meravigliarci se dopo aver esaminato il problema del peccato nel suo rigoglioso sviluppo ci soffermiamo ora ad esaminare il problema della vittoria sul peccato. Dobbiamo anzi ammettere che questo è l’aspetto più normale e più logico del complesso problema.

Il peccato è stato sconfitto!

Quella potenza negativa che sembrava indomabile è stata spogliata della sua armatura ed è stata, ancora una volta, aggiogata al carro trionfante di Dio.

Per un uomo è entrato il peccato nella creazione e quindi si è verificata la vittoria del peccato; per un uomo altresì è tornata la giustizia nella creazione e con questa si è realizzata la vittoria sul peccato.

La vittoria sul peccato non è ancora pienamente manifestata nel mondo, ma non per questo è incompleta, Il peccato è un nemico vinto e nonostante che la sua presenza offenda ancora il mondo e l’uomo, la sua sorte è già segnata dalla conclusione di una battaglia che al Golgota lo ha definitivamente sconfitto.

E’ estremamente difficile esprimere in termini umani il processo di causa ed effetto attraverso il quale si è determinata la sconfitta del peccato, ma, per grandi linee, tutti comprendiamo che, come il dubbio, l’orgoglio, l’infedeltà hanno determinata la vittoria del peccato, così la fede, l’umiltà e l’ubbidienza hanno conquistato la vittoria sul peccato.

Era necessario però che questa vittoria fosse raggiunta da uno che non ne avesse bisogno per se e quindi che potesse trasferirla ad altri e per questa ragione il Figliuolo dell’uomo, non discendente d’Adamo, (perché concepito senza seme umano) ha affrontato l’immane battaglia sul piano della fede più profonda (Giovanni 8:26), dell’umiltà più assoluta (Filippesi 2:6-8) e dell’ubbidienza più incondizionata (Giovanni 17:4; 19:30; Matteo 26:42,) e ha sconfitto in se stesso il peccato raggiungendo una vittoria completa.

Egli non aveva bisogno di questa vittoria per se, perché in cielo e in terra era esente dal peccato e quindi non era coinvolto nella sconfitta dell’umanità e perciò si è potuto presentare come “l’Agnello di Dio che toglie il peccato dei mondo”.

L’Agnello del quale Cristo è l’antitipo, cioè l’agnello che veniva offerto per togliere, in figura, il peccato, non s’immolava per se stesso perché esso era il simbolo stesso dell’innocenza, e cosi Cristo si è dato per conquistare una vittoria che avrebbe potuto essere trasferita a quanti si fossero uniti a Lui per una legge di solidarietà spirituale mediante la fede.

Cristo ci da la sua umiliazione, la sua fede, la sua ubbidienza; ci da, insomma, la sua giustizia giustificante che rappresenta la vittoria sul peccato e così adempie la Scrittura che ci dichiara che “Egli è apparito per disfare le opere del diavolo”.

Ma l’opera vittoriosa di Cristo che viene partecipata agli uomini come “grazia”, cioè come “favore divino immeritato” non compie soltanto un’opera giuridica di condono o di giustificazione (Romani 4:25; 5:1), ma compie un’opera profonda di rigenerazione che ci rende partecipi della natura divina (Efesi 4:24; Giovanni 1:13; 3:6; 2° Pietro 1:4; 1 Giovanni 5:1).

Infatti, come la solidarietà con Adamo ci rende partecipi di una debolezza conseguente alla vittoria del peccato, così la solidarietà con Cristo ci mette in possesso di una potenza derivante dalla vittoria sul peccato conquistata per noi. E’ per questo motivo che Paolo può dire: “Il peccato non vi signoreggerà poiché non siete sotto la legge, ma sotto la grazia”.

La legge ha dato conoscenza del peccato, cioè ha reso il peccato estremamente peccante, ma non lo ha avvilito, La grazia invece ha affrancato l’uomo dal peccato e lo ha sollevato in alto nella vittoria di Cristo.

Anche Giovanni afferma solennemente: “Chi è nato da Dio non pecca…”, ed altrove: « … non può peccare perché è nato da Dio”.

Naturalmente questi versetti vanno rettamente intesi perché non generino l’erroneo concetto che la rigenerazione conduca con se l’infallibilità.

Il peccato è vinto in potenza e colui che partecipa questa vittoria nella rigenerazione, riceve “il seme di Dio in se stesso”; questo non lo rende infallibile in senso assoluto, ma lo fa ascendere da un piano di peccaminosità naturale ad un piano di santità soprannaturale e ne consegue che, mentre precedentemente alla grazia “non operava la giustizia”, cioè compiva il peccato come regola ed il bene soltanto come eccezione, nella rigenerazione “non pecca”, cioè opera il bene come regola ed il male come eccezione.

Non vorremmo che quanto detto in questo capitolo servisse a creare una visione unilaterale della vittoria di Cristo, che nel suo aspetto generale è notevolmente, o meglio infinitamente, più complessa di quanto appaia nella nostra scheletrica esposizione. Noi abbiamo soltanto cercato di mettere in evidenza il processo di questa vittoria nel suo aspetto riflessivo nei confronti dell’umanità, ma questo non ci fa dimenticare che la vittoria di Cristo può essere considerata e valutata sotto molteplici aspetti che ci parlano costantemente di vittoria sul peccato.

Comunque, nell’avviarci alla conclusione, vogliamo sottolineare che la vittoria di Cristo si trasforma o diviene la vittoria dell’uomo soltanto quando questo si unisce intimamente a Cristo per una legge di solidarietà spirituale. Questa unione, in un certo senso, trasferisce all’uomo tutta la giustizia e tutta la potenza vittoriosa di Cristo, mentre dal lato opposto trasferisce su Cristo tutte le colpe e tutti i giudizi che colpiscono l’uomo perché Egli possa annientare ogni realtà negativa nella croce del Calvario (1° Pietro 2:24).

Quest’ultima dichiarazione, però, investe il problema della vittoria di Cristo sotto l’aspetto del “sacrificio vicario” o della “giustizia placata” e noi non lo approfondiamo ulteriormente in questo scritto nella convinzione che esula dall’argomento del presente studio.

Ma, per concludere il soggetto del presente capitolo, vogliamo insistere nel chiarire che il peccato è sconfitto nella vittoria di Cristo.

L’uomo è stato vinto dal peccato perché ha servito il peccato ed è divenuto “schiavo” del peccato fino al limite della dichiarazione dell’Apostolo: “Tutto il mondo giace nel maligno ».

I termini di questa schiavitù sono costituiti da “un motivo morale” e da “un motivo giuridico”: l’uomo si è piegato al peccato ed è divenuto succube del peccato questo è il motivo morale. L’uomo altresì ha consumato il peccato ed è divenuto colpevole in conseguenza del peccato e questo è il motivo giuridico.

Ormai però il peccato è stato vinto in Cristo e quindi i due termini della schiavitù umana sono stati superati e tutti coloro che si uniscono a Cristo vengono vivificati nella sua vittoria e perciò liberati dall’influenza del peccato: il motivo morale viene così eliminato. Coloro che si uniscono a Cristo vengono altresì perdonati e giustificati dei loro peccati nella giustizia di Cristo e quindi anche il motivo giuridico viene neutralizzato.

La vittoria è completa anche se non è completamente manifesta nella causa e negli effetti. Il peccato non è più un sovrano invincibile, ma un signore destituito e spodestato: egli può ormai signoreggiare soltanto coloro che desiderano volontariamente il suo gioco, perché tutti quelli che vogliono riacquistare la completa libertà, e quindi la vita, nel senso più intero della parola, possono uscire facilmente dalle maglie della sua rete per la vittoria di Cristo.

Quindi, per concludere, il peccato che era entrato nella creazione con un cantico di trionfo è ridotto ormai, nella creazione stessa, ad essere un re in esilio che va elemosinando favori ed onori.

Il peccato originale 

La teologia distingue fra “peccato originale originante” e “peccato originale originato”. Il primo si riferisce al peccato commesso in origine da Adamo ed il secondo al peccato che la razza umana avrebbe ereditato dal primo uomo.

La dottrina del “peccato originale” ha sempre suscitato accalorate controversie nel seno della cristianità ed anche nella nostra generazione i punti di vista sono diversi e contrastanti. Si discute intorno all’essenza del peccato commesso da Adamo, ma, soprattutto si discute intorno alla definizione dell’ereditarietà di “quel peccato”.

Purtroppo nel maggior numero dei casi le dispute acquistano un sapore puramente filosofico e si sviluppano e si esauriscono in una terminologia dialettica che cerca volutamente di ignorare il punto di vista biblico per ridurre il problema ad un’arida controversia di parole e di distinzioni. Non mancano però tentativi sinceri di approfondimento esegetico cioè di interpretazione biblica, sana ed oggettiva.

In questo capitolo non pensiamo di affrontare il problema in maniera totale e diretta scendendo in polemica con le diverse teologie che trattano l’argomento, ma ci proponiamo semplicemente di esporre il nostro punto di vista che è sopratutto in opposizione con il nebuloso dogma cattolico, cioè con l’opinione solennemente affermata dalla chiesa cattolica.

Approssimativamente la chiesa cattolica afferma:

“Adamo ha peccato e poiché in lui era tutta la nostra natura, la natura stessa passa ai posteri col reato di colpa e con la macchia per una propagazione per la quale il peccato è inerente a ciascuno come proprio”.

Per definire l’essenza o piuttosto la conseguenza di questo peccato, la chiesa cattolica precisa:

“… il peccato dei posteri formalmente sta nella privazione della grazia e materialmente nella privazione dell’integrità e perciò nella concupiscenza:

“Il Battesimo toglie la macchia per la infusione della grazia, ma la concupiscenza rimane… chi muore col solo peccato originale subirà la pena del danno… ma non può andar soggetto alla pena del senso…”.

Questa dottrina è complicata e contrastante in se stessa, ma per noi ha come difetto fondamentale quello di essere in opposizione con l’insegnamento biblico.

La chiesa cattolica infatti afferma che in Adamo era tutta la natura nostra e che quindi il peccato originale “si propaga con la generazione carnale che ha come conclusione l’uomo intero: anima e corpo”. La Bibbia invece ci dichiara che “ogni anima è creata individualmente da Dio” (Isaia 57:16).

In Adamo quindi non era tutta la natura nostra, ma soltanto una parte di essa e cioè la natura carnale. Noi veniamo da Adamo rispetto alla natura carnale, ma veniamo da Dio rispetto alla natura spirituale.

Per accettare il principio che la nostra personalità anima, corpo e spirito (e non soltanto anima e corpo, come si esprime la chiesa cattolica) nasca con il reato di colpa e con la macchia dovremmo ammettere uno di questi due assurdi:

1) L’anima, come il corpo, generata dai genitori.

2) Dio crea ogni singola anima contaminata dalla presenza del peccato.

Tutta la Bibbia insorge contro queste due ipotesi e quindi tutta la Bibbia insorge contro la prima dichiarazione della dottrina cattolica.

La seconda dichiarazione espressa in questa dottrina è costituita dall’inciso: “il peccato è inerente a ciascuno come proprio”.

Facciamo subito notare che questa dichiarazione è in opposizione con l’altra che afferma:

“chi muore col peccato originale… non può andar soggetto alla pena del senso”.

Perché se il peccato non è volontario per volontà propria, ed infatti non può essere sottoposto ad una pena positiva, non può neanche essere dichiarato “inerente a ciascuno come proprio” perché la chiesa cattolica nel definire il peccato dichiara: “esso è una – libera – trasgressione della legge di Dio…”.

Quando il peccato è inerente a ciascuno come proprio, diventa peccato personale e il peccato non può essere invece personale se non c’è il concorso della volontà di colui al quale viene imputato.

Sopratutto però questa seconda dichiarazione è in opposizione con l’insegnamento biblico che è preciso nell’affermare che “l’anima di colui che avrà peccato, quella morrà” (Ezechiele 18:4).

In seguito, nell’approfondire questo aspetto del problema dal punto di vista biblico, cercheremo di mettere in evidenza le affermazioni delle Scritture che distinguono, senza tema d’equivoci, fra reato di colpa e solidarietà di razza, cioè che distinguono fra come e a chi viene imputato il peccato e come e chi possono colpire le conseguenze del peccato.

Il terzo punto della dottrina cattolica precisa la natura del peccato originale; esso asserisce che il peccato originale nei posteri ha due aspetti: uno formale ed uno materiale. Queste due parole hanno però un significato teologico e non letterale e quindi dobbiamo precisare che per la chiesa cattolica questi due aspetti consistono in una conseguenza materiale del peccato che è rappresentato dalla perdita dell’immunità dalla concupiscenza, dalla perdita dell’immortalità e dalla perdita della scienza infusa che consiste in quel dono divino che permette di conoscere le cose senza l’ausilio dei sensi.

E in una conseguenza sacramentale o spirituale (tutti questi termini sono approssimativi), che consiste nella privazione della grazia e quindi, di riflesso, nella privazione della visione di Dio che è resa possibile, asserisce la dottrina cattolica, soltanto dalla grazia.

Questo punto afferma che il peccato si è imposto come realtà negativa dalla caduta di Adamo e che quindi non c’è stato un “progresso del peccato” perché tutti gli uomini, dai figliuoli di Adamo a Cristo, sono stati privati dell’integrità e della grazia e quindi sono stati dominati da una condizione peccaminosa ereditata dai progenitori.

Questa affermazione è inconciliabile con la Bibbia, che c’insegna esplicitamente che il peccato si è introdotto netta creazione con Adamo, ma si è potuto imporre soltanto attraverso un processo progressivo che trova il suo tragico epilogo nel diluvio universale (Genesi 6).

Anche questo punto però ha bisogno di un successivo approfondimento biblico che ci proponiamo nelle pagine seguenti.

L’ultima dichiarazione della dottrina cattolica relativa al peccato originale è quella delle conseguenze di esso. Come già detto, la dottrina cattolica afferma che “chi muore col solo peccato originale (per esempio i neonati) subirà la pena del danno, ma non può andar soggetto alla pena del senso…”

Agostino non era neanche d’accordo con questa terribile conclusione perché riteneva che ambedue le pene dovessero essere comminate ai rei (?) di peccato originale; l’unica indulgenza che concedeva riguardava la pena del senso che poteva essere mite.

Per essere estremamente chiari, precisiamo che, secondo la teologia, la pena del danno consiste nella perdita di Dio, mentre la pena del senso consiste in una sofferenza reale o positiva. Ambedue queste pene sono “inflitte” da Dio e perciò si distinguono da quelle che vengono chiamate “pene concomitanti” che sono le conseguenze naturali del peccato, come per esempio il rimorso, lo spavento…

Anche a questo punto facciamo rilevare l’incoerenza esistente fra il concetto di peccato “azione volontaria” e la “pena che sarebbe inflitta da Dio” per una azione non commessa per “volontà propria”, ma facciamo anche rilevare che la distinzione penale è, dal punto di vista biblico, estremamente offensiva a Dio. Infatti la dottrina cattolica asserisce: “Nel limbo, luogo confinante con l’inferno, le anime non soffrono, perché subiscono soltanto la pena della privazione di Dio…”.

Quel “soltanto” suona bestemmia all’orecchio di chi sa, invece, che la pena più terribile dei dannati non sarà costituita dal tormento delle fiamme, ma precisamente dalla privazione della presenza di Dio (2° Tessalonicesi 1:9).

La teologia cattolica risponde: “Coloro che abitano nel limbo non hanno coscienza della privazione della visione di Dio, mentre i dannati dell’inferno sono privati di un bene intravisto…”

La risposta da l’impressione di essere un autentico cavillo dialettico privo di qualsiasi fondamento e quindi impotente di fronte ad una critica soggettiva.

La chiesa cattolica, infatti, per raggiungere e mantenere questa conclusione, ha dovuto negare e combattere l’ontologismo, cioè quella dottrina che afferma che l’idea di Dio è naturale in tutti gli uomini, perché in tutti gli uomini è l’idea, e l’idea fondamentale degli uomini è Dio. E’ notorio che l’ontologismo ha avuto la sua conferma in quella che è stata chiamata la “prova storica” la quale ha dimostrato che tutti i popoli, di qualsiasi epoca e di qualsiasi civiltà, hanno avuto un concetto della divinità.

Noi crediamo che in tutti gli uomini è l’intuizione di Dio o l’idea di Dio ed affermiamo, con la Bibbia, che non esistono “anime” che ignorano totalmente il proprio Creatore e quindi affermiamo anche che non esistono atei nel senso integrale di questo termine.

D’altronde, ammesso che le anime del Limbo non avessero coscienza della perdita subita, potrebbe questa essere inclusa fra due virgolette per essere definitiva “soltanto”?

Ci sembra quasi di riudire le argomentazioni degli schiavisti sudisti dell’America che sostenevano non essere una pena la perdita della libertà, subita dai negri, perché essi non avevano una chiara coscienza di essa.

Comunque, ora ci proponiamo di esporre il pensiero che noi ci siamo formato su questa dottrina, in relazione agli insegnamenti biblici, e quindi ci proponiamo di rispondere più esaurientemente a quanto la dottrina cattolica afferma relativamente al peccato originale.

Per una chiara intelligenza del soggetto, crediamo opportuno seguire un determinato metodo che ci consiglia di iniziare la nostra esposizione da un punto di vista passivo o da un punto di vista critico.

La prima cosa che vogliamo dunque far rilevare è costituita, dall’importantissima, constatazione che la Bibbia non ci dichiara affatto che “tutti” gli uomini, da Adamo a Gesù, siano stati ritenuti da Dio colpevoli di peccato. Iddio stesso anzi rende testimonianza della “giustizia” di molti credenti nei quali non ravvisa reato di colpa o macchia.

Questa constatazione autorizza due conclusioni:

1) Gli uomini non erano privi, in maniera assoluta, della possibilità di operare il bene e perciò non portavano in loro stessi quello che la chiesa cattolica chiama l’aspetto formale del peccato originale.

2) Gli uomini non erano automaticamente sottoposti ad un procedimento penale conseguente il peccato di Adamo.

Per evitare il primo argomento la chiesa cattolica, in opposizione con la Bibbia, ha dovuto compiere ancora una volta, un capolavoro di dialettica filosofica per precisare che la “grazia” si differenzia in molteplici aspetti e cioè:

Grazia abituale, Grazia attuale, Grazia efficace, Grazia sacramentale, Grazia sufficiente.

Purtroppo, nel seno della stessa chiesa cattolica, esistono grandi controversie circa queste distinzioni e non saremo certo noi a seguire queste controversie e queste distinzioni perché ci basta sapere che anche dopo Adamo ci sono stati uomini liberi di fare il bene.

Alla seconda constatazione la chiesa cattolica risponde che tutti i credenti pii del Vecchio Testamento scesero, alla loro morte, nel Limbo in attesa detta liberazione, operata infine da Cristo. La mancanza del battesimo cristiano rendeva necessaria questa procedura giudiziaria.

Osserviamo però che non basta una errata interpretazione di (Efesi 4:8) per far reggere questo monumentale castello teologico che si erge in opposizione alla Scrittura, perché una moltitudine di passi biblici ci parlano di credenti “raccolti dal Signore” facendoci sottintendere che essi sono stati ammessi nel riposo che è nella presenza di Dio.

Non ci sembra che sia possibile ammettere esegeticamente che Enoch o Elia, furono portati da Dio nel Limbo; come non ci sembra che sia conciliabile questo luogo “ove le anime non hanno visione e coscienza di Dio” con uomini come Giacobbe, Mosé, Giobbe i quali, durante la loro vita, hanno avuto visioni beatifiche.

E Noé, Abrahamo, Isacco, il vecchio Simeone, Giovanni Battista, Samuele, gli eroi della fede presentati dallo scrittore dell’epistola agli Ebrei… sarebbero tutti scesi nel luogo ove non c’è visione e coscienza di Dio? Nel luogo ove non si soffre e non si gode? Sarebbe stato questo il “luogo del loro riposo” al quale, secondo la dichiarazione della Bibbia, andarono al termine del loro pellegrinaggio?

La seconda cosa che vogliamo far rilevare è che Cristo stesso ci assicura ripetutamente che i “piccoli fanciulli” sono eredi del Regno dei cieli, cioè che non sono contaminati dal peccato e non sono sottoposti a pena, ma posseggono una personalità incontaminata in relazione a Dio. Sembra quasi che le molteplici precisazioni di Cristo su questo soggetto, abbiano lo scopo di pronunciarsi in maniera assolutamente chiara sull’argomento del peccato originale.

Gesù ci precisa dunque che i fanciulli sono gli “eredi naturali” del Regno dei cieli; anzi, quasi ad evitare che si potesse pensare che Egli parlasse di “fanciulli” in senso metaforico, il Maestro divino si servì dei fanciulli che lo attorniavano come termine di controversia, giungendo fino alla meravigliosa dichiarazione: “Gli angeli loro vedono del continuo la laccia del Padre Mio”

Pensiamo che nessun esegeta, degno di questo nome, voglia affermare che i bambini ai quali si riferiva Gesù, avevano ricevuto il battesimo cristiano.

D’altronde, vogliamo, a questo punto, fare una terza osservazione: la Bibbia non insegna in nessuna delle sue pagine che il battesimo possa essere amministrato indipendentemente dalla volontà di colui al quale viene amministrato e quindi non c’insegna che il battesimo possa essere amministrato ai neonati. Neanche c’insegna che il battesimo sia stato ordinato come “pratica sacramentale” capace di cancellare “il peccato originale” mediante l’infusione della grazia. Tutte le conclusioni della teologia cattolica, raggiunte per giustificare la dottrina del peccato originale, sono arbitrarie e in aperta opposizione con la Scrittura.

L’intero Vecchio Testamento ignora la dottrina del peccato originale benché, come già detto in precedenza, non ignora una legge di solidarietà della razza umana. Nel Nuovo Testamento l’unico scritto che sembra dar ragione a questa dottrina è rappresentato da un brano del capitolo 5 dell’epistola di Paolo ai Romani. Ma studiando la Bibbia nel suo assieme per cogliere la perfetta armonia delle dichiarazioni contenute in essa, non ci è difficile rilevare che le parole di Paolo non enunciano “una nuova rivelazione di un mistero”, ma ribadiscono un concetto ripetutamente calcato attraverso tutte le pagine della Scrittura.

Quindi Paolo non afferma la dottrina del “peccato originale” così come è intesa nella chiesa cattolica, ma illustra quella legge di solidarietà umana alla quale ci siamo richiamati già diverse volte. Anzi l’Apostolo si serve di questa legge come di un simbolo della nuova legge di solidarietà che lega Cristo a coloro che lo accettano quale Redentore.

Per spiegare in modo semplice il passo paolino pensiamo che sia opportuno rovesciare i termini. L’Apostolo fa un raffronto fra Adamo e Cristo, noi vogliamo fare un raffronto fra Cristo e Adamo onde poter comprendere questo passo che in conclusione ci dice che come da Adamo è uscito il peccato, o come per Adamo è stato introdotto il peccato nella creazione così da Cristo è uscita la giustizia o è stata introdotta la giustizia.

Cristo, il secondo Adamo, di Spirito vivificante, ha dunque portato l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia, per controbilanciare l’opera negativa di Adamo ed ottenere così la vittoria sul peccato e sulla morte negli uomini.

Adamo ha compiuto un peccato, Cristo invece un atto di giustizia; Adamo ha trasmesso il peccato e con il peccato la morte, mentre Cristo ha trasmesso la giustizia e con la giustizia la vita.

Ma come e a chi Cristo ha trasmesso giustizia e vita?

La Scrittura ci risponde col dichiararci che Egli ha trasmesso la giustizia, per una legge di solidarietà mediante la fede, a coloro che si sono uniti a Lui per lo spirito della fede. Perciò Cristo Salvatore del mondo, cioè Salvatore di tutti gli uomini, partecipa giustizia e vita soltanto a coloro che si legano a Lui per una legge di solidarietà spirituale

Se Cristo è l’antitipo di Adamo, dobbiamo concludere che il progenitore della razza umana partecipa peccato e morte per una legge di solidarietà e quindi trasmette la sconfitta cioè l’indebolimento della carne a coloro che sono uniti a lui per una legge di solidarietà carnale, e trasmette la macchia del peccato a coloro che sono uniti a lui per una legge di solidarietà morale. In altre parole come Cristo partecipa la sua giustizia soltanto a coloro che si uniscono a Lui, così Adamo partecipa il suo peccato unicamente a quanti solidarizzano con lui.

Una legge di solidarietà indistruttibile esiste fra Adamo e tutti gli uomini, ma questa, come afferma giustamente Godet “rimane limitata alla sfera della natura fisica e psichica e non si estende a quella dello Spirito”.

Perciò Adamo partecipa la sua natura indebolita a coloro che discendono da lui secondo la carne, ma partecipa il suo peccato soltanto a quelli che si uniscono a lui moralmente.

Quindi la sua non è trasmissione del “peccato originale” ma è soltanto partecipazione di “una predisposizione a peccare.

Una esemplificazione materiale può aiutare a comprendere il soggetto.

Il prodotto del concepimento di due genitori tubercolotici è preservato, nella placenta materna, dal bacillo del male dei suoi genitori, e così, quando viene alla luce egli è esente da questo terribile flagello. Però, per il solo fatto di essere il frutto di due piante deboli, egli nasce debole e quindi predisposto alla tubercolosi.

La sua predisposizione, l’ambiente che lo accoglie, il contatto con la malattia faranno facilmente di lui un tubercoloso, ma egli non è nato tale e quindi se un qualsiasi accidente patologico stroncasse la sua vita ai suoi primi vagiti, egli non morirebbe tubercoloso o in conseguenza della tubercolosi.

Cristo non ha introdotta la sua giustizia nel mondo come un atto estensibile “automaticamente” a tutti gli uomini, però essa è partecipata in vita da quanti si accostano a Cristo anche senza compiere l’atto di giustizia di Cristo. Così Adamo non ha compiuto un peccato per il quale tutti sono resi responsabili indipendentemente dalla loro volontà, ma prendono parte al peccato di Adamo tutti coloro che peccano anche se non peccano del medesimo peccato di Adamo perché in questo caso la legge di solidarietà non è più soltanto fisica, ma è anche morale.

Come da Cristo e per l’adesione a Cristo sono stati costituiti i “giusti”, così da Adamo e per una totale adesione ad Adamo sono stati costituiti i peccatori.

Come Cristo ha prodotto il Regno della vita per coloro che si legano a Lui, così Adamo ha introdotto nella creazione il regno della morte per quanti solidarizzano fisicamente e moralmente con lui.

Potremmo anche audacemente concludere che la morte fisica rimane nel mondo come una realtà universale, dalla quale nessun uomo si può sottrarre, perché nessun uomo esiste fuori della legge di solidarietà che lega fisicamente Adamo a tutta la razza umana. La morte spirituale però colpisce soltanto coloro che sono uniti con Adamo anche moralmente.

Perciò Adamo non ci ha dato il “peccato originale”, ma purtroppo ha introdotto il peccato nella creazione e perciò ci ha dato la predisposizione e l’ambiente del peccato. Dopo Adamo, predisposizione e ambiente si sono accentuati in senso negativo dando al trionfo del peccato quell’aspetto di universalità e quel carattere di estrema peccaminosità che hanno stretto sempre di più la famiglia umana in una legge di compartecipazione agli effetti e alle conseguenze del, peccato.

La natura umana si è gradatamente indebolita mentre la potenza del peccato si è progressivamente accresciuta e quindi tutti gli uomini fanno il loro ingresso nel mondo come una povera e facile preda del male. Non bisogna dimenticare infatti che l’anima si serve del corpo, utilizzando le energie e le risorse di questo e perciò l’anima, creata pura, deve impegnare una lotta gigantesca e, sotto certi aspetti, impari “con una carne nella quale non abita alcun bene” perché “si è venduta al peccato”.

Questo ingresso dell’uomo in un mondo contaminato non può essere imputato a peccato perché l’individuo nasce nobile o plebeo, ricco o povero, senza merito e senza colpa e quindi dobbiamo accettare l’affermazione biblica così resa da un eminente studioso: “Nessuno è perduto definitivamente senza aver avuto campo di esercitare la sua libertà morale in modo cosciente”

(Romani 2, 12, 15, 16).

Noi quindi crediamo ad una predisposizione al peccato, ad un ambiente favorevole allo sviluppo del peccato, ad un possibile contagio del peccato, ma crediamo anche che il peccato rappresenta sempre un “atto cosciente e volontario” che non può essere trasmesso in forma ereditaria e quindi rigettiamo come antibiblica la dottrina del “peccato originale” che sarebbe conciliabile soltanto con un concetto di traducianismo secondo il quale le anime dei figli non vengono create da Dio, ma generate dai genitori.

Il peccato a morte 

Probabilmente questo capitolo presenta l’argomento intorno al quale si concentra in maniera più accentuata l’interesse delle comunità cristiane. Il problema della disciplina ecclesiastica è stato sempre uno dei più ardui e non possiamo negare che l’elemento che maggiormente ha reso difficile la soluzione di questo problema è costituito dalla classificazione del peccato.

In tutti i secoli si è ripresentata una domanda profondamente impegnativa per i conduttori delle comunità cristiane: Come si possono classificare i peccati? Quali sono i peccati perdonabili e quali quelli imperdonabili?

Qual’è il peccato che non uccide la vita spirituale e qual’è il peccato che può essere definito mortale?

Ripetiamo: questo problema non ha avuto soltanto un carattere teologico, ma più spesso ha rivestito un carattere comunitario, perché si è presentato, intimamente congiunto, con quello della disciplina nelle chiese.

Anche nella nostra generazione i conduttori cristiani si sentono profondamente impegnati nella soluzione di questo problema che investe direttamente l’esercizio del loro ministerio. Essi comprendono profondamente l’importanza del giudizio che sono chiamati ad esprimere nei confronti di qualsiasi manifestazione peccaminosa e perciò desiderano assumere, di fronte a questo problema, una posizione profondamente biblica.

In altre parole essi vogliono imparare a distinguere la differenza che esiste fra un peccato e l’altro e, sopratutto, vogliono imparare a riconoscere il peccato mortale nel novero multiforme, delle azioni peccaminose.

Questa aspirazione o questa ricerca è pienamente giustificata oltre che dall’importanza del problema, anche dalla responsabilità cristiana che deriva dall’espletamento del ministerio e perciò non loderemo mai abbastanza quei ministri che, anziché lasciarsi guidare da influenze negative, ricevute probabilmente dall’ambiente cattolico dal quale provengono, cercano di approfondirsi nella conoscenza biblica di questo soggetto.

E’ importante, prima di ogni cosa, ricordare che l’essenza del peccato non cambia mai. Tutti i peccati hanno la stessa essenza; potremmo quasi dire: sono formati tutti con la medesima materia.

Qualsiasi peccato attivo o passivo, contro il corpo o contro lo spirito, impulsivo o riflessivo è sempre costituito della medesima essenza: la negazione del bene. La Bibbia ci dichiara che il peccato “è la trasgressione della legge”. Tutti i peccati rappresentano la violazione di un’unica legge, data da un solo legislatore. Non importa se questa legge è rappresentata, nel momento della violazione, dalla Parola rivelata o dalla luce della coscienza, essa è sempre la legge di Dio cioè l’espressione codificata del bene.

Quindi, per fare una classificazione del peccato, bisognerebbe prima fare una classificazione degli articoli della legge divina, cioè bisognerebbe stabilire quali, fra gli articoli della volontà di Dio, espressi nella sua legge siano più importanti e quali meno importanti.

Una critica o un giudizio della legge di Dio appare addirittura azione sacrilega e, d’altronde, la Bibbia ci ricorda che Colui che ha dato un comandamento ha dato anche l’altro ordinando che “tutta la sua legge sia strettamente osservata” perché se “noi rompiamo un capo della legge, siamo colpevoli di tutti”.

Quindi i peccati non possono essere classificati per una differenza esistente nell’essenza di essi, come i comandamenti non possono essere catalogati secondo una graduatoria di valori.

L’unica cosa che possiamo affermare è: come tutta la legge divina si compendia in due soli comandamenti di una unica essenza, così tutti i peccati si racchiudono in due trasgressioni di essenza identica. Tutti i comandamenti sono uguali nella loro essenza e tutti i peccati hanno un’essenza soltanto.

Questa affermazione ci fa intravedere l’inequivocabile verità che la differenza fra un peccato e l’altro non viene determinata dall’essenza del peccato stesso o, come abbiamo detto prima, per esemplificare, dalla materia della quale è composto il peccato che non cambia mai fra un’azione peccaminosa ed un’altra totalmente diversa nell’aspetto esteriore, ma una eventuale differenza viene determinata unicamente dalla “posizione” del peccatore nei confronti del peccato.

Se osserviamo attentamente le differenziazioni giuridiche che venivano fatte nell’applicazione della legge mosaica, possiamo constatare che il concetto dell’unicità dell’essenza del peccato e quello della diversità della responsabilità del peccatore, in rapporto alla sua attitudine, sono ripetutamente affermati. La legge non puniva in maniera diversa i diversi peccati perché gli uni erano differenti dagli altri, per essenza o per natura, ma soltanto perché l’esecuzione di essi richiedeva una diversa attitudine da parte dei trasgressori.

Stabilito il principio che tutti i peccati rappresentano una negazione del bene e costituiscono una trasgressione della legge, cerchiamo di comprendere attraverso quale processo si determina la differenziazione fra peccato perdonabile e peccato imperdonabile.

Peccare vuol dire letteralmente: inciampare (dal latino pedis – piede). Questo termine è entrato successivamente nella lingua volgare con il significato di “macchia” e nel linguaggio ecclesiastico con il significato di “errore”.

Noi dobbiamo perciò cercare di comprendere quando, inciampando, viene esclusa ogni possibilità di rialzarsi o quando, macchiandosi, viene esclusa ogni possibilità di purificarsi, oppure quando, errando, viene esclusa ogni possibilità di correggersi.

Per cercare di comprendere questa solenne ed importante verità possiamo servirci dei termini

biblici che rappresentano il peccato e cioè: ma malattia, azione, posizione, pensiero.

Il peccato infatti ci viene costantemente presentato come una malattia, o come un’azione, o come una posizione, o come un pensiero,

Procediamo per ordine nel nostro esame. Il peccato è una malattia spirituale e Gesù stesso ci ha dichiarato che Egli è venuto per esercitare la nobile professione di medico a beneficio dei malati cioè dei peccatori.

Alcuni hanno accettato le sue cure, mentre altri non le hanno ancora accettate. I primi sono stati sanati mentre i secondi sono rimasti, fino ad oggi, addogliati dal loro peccato. Ma oltre a questi ce ne sono anche degli altri che non lo hanno accettato con la risoluta determinazione di non accettarLo mai: costoro “moriranno nei loro peccati” o, come potremmo anche dire, in conseguenza “del loro peccato”. Attenzione, non moriranno in conseguenza “dei loro” peccati perché quelli sono stati vinti da Cristo, ma moriranno in conseguenza del peccato di non aver voluto accettare Cristo. Questo è peccato volontario, peccato a morte.

Ma esaminiamo brevemente le varie circostanze che si possono verificare a coloro “che sono stati guariti” dal Medico Divino. Essi possono cadere nuovamente nella malattia e questa può essere soltanto passeggera o può anche condurli a morte.

Noi non facciamo mai la prognosi di una malattia in base al nome di essa, perché l’esperienza umana ci ha insegnato che talvolta una malattia orrida è stata validamente superata, mentre una malattia trascurabile si è conclusa, in maniera letale.

La prognosi, cioè l’esito della malattia, viene pronunciata, facendo un accostamento fra la malattia e le reazioni dell’organismo. Se l’organisino reagisce energicamente, e in maniera positiva, riducendo progressivamente la causa e gli effetti del male, viene pronunciata, una prognosi benigna: l’ammalato si muove verso la guarigione.

Se invece l’organismo non reagisce, la malattia conduce alla morte.

La morte quindi è si il risultato della malattia, ma in quanto la malattia ha potuto svolgere la sua azione malefica sopra un organismo incapace di reagire, e perciò potremmo anche affermare che la morte è venuta non dalla malattia, ma dall’inerzia dell’organismo.

“C’è un peccato che conduce a morte” afferma l’Apostolo Giovanni, e noi possiamo vedere in questo inciso la sintesi del nostro esempio e leggere: “C’è una malattia che conduce a morte …”.

Quale peccato, quale malattia? Non importa sapere il nome, perché si può morire con qualsiasi peccato, come si può morire di qualsiasi malattia. Il peccato conduce a morte quando rimane incontrastato nell’anima senza che questa sappia o voglia reagire per ridurlo ed eliminarlo.

L’inerzia dell’anima, cioè la mancanza di reazione, dimostra l’assenza nell’anima della potenza guaritrice di Cristo e in quell’anima il peccato è a morte perché essa non sa più ristabilire e far trionfare la legge della vita.

Non possiamo dire che la tubercolosi o il cancro fanno inevitabilmente morire; un organismo ha risorse insospettate che possono debellare in modo meraviglioso queste malattie, benché purtroppo milioni d’individui vengono condotti annualmente alla tomba da esse.

Così non possiamo dire che un qualsiasi specifico peccato conduca inesorabilmente all’inferno, perché l’anima che è stata potenziata dalla grazia divina può mettere in azione risorse che sorpassano la nostra immaginazione.

Quando un esame clinico ci dichiara la guarigione del canceroso, dobbiamo arrenderci alla evidenza dei risultati e delle analisi di laboratorio e somigliantemente, quando il ravvedimento sincero e la reintegrazione genuina del fratello sconfitto dal peccato ci dimostrano la sua guarigione, non possiamo che inchinarci commossi e riverenti davanti a Colui che ha stabilito le leggi della vita.

L’esegesi del passo di Giovanni ci autorizza ampiamente a dichiarare che l’Apostolo non si riferisce ad “una azione” ma ad “una condizione”, cioè non si riferisce “ad una malattia” ma “all’attitudine dell’ammalato”. Per Giovanni il peccato che “conduce a morte” è visibile, in questo suo penoso processo di rovina progressiva, che può essere assomigliato all’inerzia fisica dell’ammalato che non può più vincere, ma è vinto dalla malattia.

E’ interessante notare che Giovanni non vieta di pregare per questi poveri ammalati, ma solo raccomanda di concentrare lo sforzo dell’orazione a favore di quanti manifestano risorse di reazione nella loro anima; a favore di quanti insomma cadono in un peccato o in una malattia che “non conduce” verso la morte. Diciamo questo per ricordare che mentre l’inerzia è sempre chiaramente visibile, la reazione benefica può divenire visibile soltanto dopo uno sviluppo del male.

E’ scritto di Esaù che “non trovò luogo a pentimento” e detto anche di Saulle che non seppe ravvedersi del suo orgoglio..

Le malattie di questi due uomini non erano classificate fra le più gravi, ma essi perirono. I loro peccati li condussero a morte in conseguenza del fatto che non intervenne nessuna reazione benefica per ridurre ed eliminare il male nel quale erano caduti.

In conclusione la malattia può essere dichiarata mortale quando l’organismo invece di reagire, volgendosi verso la vita, rimane nel male e lo asseconda compiendo la strada verso la morte. Parimenti, il peccato può essere dichiarato “a morte” quando non è seguito da una reazione dell’anima che, nel volgersi nuovamente verso la vita, lo superi e lo vinca.

La diversità di peccato può aver valore soltanto nel senso che certe specie di immoralità sono la conseguenza diretta “di una condizione di predisposizione” lungamente assecondata e non nel senso che un peccato si differenzi dall’altro per la propria essenza intrinseca. In altre parole, può essere ammessa una differenza di peccato, nella stessa maniera che esiste una differenza di malattia, perché ci sono peccati e malattie che prima di manifestarsi hanno lungamente covato nell’individuo distruggendo le sue resistenze, mentre ci sono peccati e malattie che insorgono senza precedenti prossimi o remoti, ma questa ammissione non annulla l’affermazione che qualsiasi malattia può essere vinta nella guarigione e qualsiasi peccato può essere superato nella potenza della grazia in azione in una anima capace di reagire.

Paolo non esclude la salvezza per l’incestuoso di Corinto (1° Corinzi 5:5) e non esclude la guarigione ai poveri ammalati di fornicazione, dissoluzione ed immondizia (2° Corinzi 12:21) benché, naturalmente, raccomandi la più severa disciplina ecclesiastica nei confronti di quanti camminano, a causa di queste malattie, verso la morte (1 Corinzi 5:11-13).

Anche nell’Apocalisse troviamo questa affermazione categorica: “Tu lasci che Iezabel seduca i miei servitori per fornicare, e mangiare dei sacrifici degli idoli. Ed io le ho dato tempo da ravvedersi dalla sua fornicazione”.

Possiamo compiere delle autentiche ginnastiche di esegesi per cercare di interpretare tutti questi passi, allo scopo di cambiare il senso, ma questo non ci permetterà di annullare il fatto che la Parola di Dio ci dimostra che anche quelli che noi consideriamo i più gravi attentati contro la morale, possono essere superati e vinti quando l’anima possiede la potenza della vita e della grazia per reagire.

Ci siamo indugiati lungamente sull’argomento, per esaminarlo in questo suo primo aspetto, perché pensiamo che esso c’introduca profondamente nella questione, onde poterla esaminare anche sotto gli altri aspetti biblici.

Il peccato non è soltanto una malattia, ma è anche un’azione e precisamente un’azione compiuta dall’uomo in opposizione al bene.

E’ importante sapere se esiste una “azione” (e quando esiste) che determina la morte dell’anima. Matteo 12:30 ed Ebrei 10:26, sembrano rispondere a questo drammatico interrogativo.

Ambedue questi passi ci parlano di un’ “azione” che l’uno definisce “bestemmia contro lo Spirito Santo”, e l’altro “peccato volontario”. Queste due azioni sono dichiarate assolutamente imperdonabili!

L’esame, anche superficiale, di questi due passi ci conduce di nuovo alla constatazione già fatta: non è la natura del peccato che determina l’imperdonabilità, ma è la posizione del peccatore nei confronti del peccato o, piuttosto, nei confronti della grazia vivificante di Cristo.

I due passi biblici, infatti, non ci definiscono le caratteristiche dell’azione, non ci dicono cioè come è formato o quale fisionomia hanno la bestemmia contro lo Spirito e il peccato volontario, ma ci definiscono semplicemente l’attitudine del peccatore in “una qualsiasi azione”.

E’ evidente che la Scrittura qui ci parla di un’azione o, forse di una serie di azioni, che portano l’anima contro Cristo o lontano da Cristo.

Cristo soltanto è la purificazione ed il perdono del peccato; fuori di Cristo e lontano da Cristo c’è soltanto la morte, ed è chiaro perciò che quell’azione che pone l’anima contro Cristo, cioè in lotta con l’opera della Purificazione, allontana ogni possibilità di perdono.

La “bestemmia contro lo Spirito” rappresenta perciò l’opposizione all’opera dello Spirito che vorrebbe applicare la potenza della grazia all’anima turbata dal peccato e il “peccato volontario” rappresenta il rifiuto del sacrificio propiziatorio compiuto da Cristo per i vicini e per i lontani, per i pagani e anche per gli Ebrei ai quali l’epistola in questione s’indirizza.

Non bisogna dimenticare infatti che le due solenni ammonizioni furono rivolte ai Farisei che cercavano di denigrare e quindi respingere l’opera di Cristo manifestata per lo Spirito, e ai credenti Ebrei che erano insidiati dai propri connazionali, i quali cercavano di indurre i cristiani ad abbandonare “l’unico sacrificio propiziatorio” per farli ritornare ai molti sacrifici figurativi della legge mosaica dalla quale si erano allontanati.

Anche il “peccato come azione” ci conduce perciò alla conclusione già raggiunta e cioè ci conduce ad affermare che soltanto l’anima che definitivamente si pone contro Cristo, si esclude automaticamente dalla vita.

Nell’esaminare l’argomento dal terzo punto di vista e cioè dal punto di vista del “peccato come posizione” possiamo vedere che la conclusione non si modifica.

Il peccato è una malattia, è un’azione ed è, sopratutto, una posizione. Noi possiamo essere volti verso il bene o possiamo essere volti verso il male: la nostra posizione può essere giusta o può essere peccaminosa. C’è però “un momento” nel quale la nostra posizione può divenire decisiva o per il bene o per il male.

Noi vogliamo sopratutto indagare questo secondo aspetto magistralmente condensato nelle parole: “l’uomo il quale essendo spesso ripreso, indurisce il suo collo, sarà fiaccalo senza rimedio”.

Ci sono due passi neotestamentari che meglio di altri affrontano e trattano questo argomento ed essi sono: Ebrei 6:6 e 2° Pietro 2:20. L’esegesi di questi due passi non presenta difficoltà. Nessuno dei due ci da l’idea che “la morte” possa immancabilmente sopravvenire in conseguenza di uno specifico peccato che sia individuabile in precedenza. Questi due passi ci confermano che il “peccato a morte” è costituito da un voltar le spalle a Cristo e alla grazia.

Il primo infatti ci illustra l’argomento con l’esemplificazione del “campo lavorato e adacquato dalla pioggia che produce spine” ed il secondo si spiega da se con l’illustrazione “della porca lavata che torna a voltolarsi nel fango”.

Quindi il peccato non è rappresentato da “una spina” o da “una macchia di fango”, ma da una condizione definitiva di anarchia spirituale e di contaminazione morale. Il “cadere” o “l’essere vinti” di questi due passi si riferiscono chiaramente ad una posizione di aperta e dichiarata ostilità alla grazia già conosciuta, realizzata e goduta.

L’esperienza cristiana ci aiuta a comprendere questi concetti, attraverso il doloroso esempio di quei retrogradi induriti, la cui condizione morale è divenuta realmente sette volte peggiore della primiera.

Se esaminiamo il peccato come pensiero, cioè come errore della mente, noi possiamo ancora una volta constatare che esso diviene imperdonabile quando conduce l’anima ad una forma di eresia, che la pone irrimediabilmente contro Cristo.

Tutti possiamo sentire in maniera diversa da altri intorno alla concezione del bene e perciò intorno alla dottrina cristiana, ma questo non vuol dire,che tutti siamo preda di errore mortale. Quando però il nostro errore dichiara guerra alla verità e diviene cronico in noi, genera la morte spirituale dell’anima.

Lo sviamento accidentale, l’errore momentaneo, il pensiero contingente ottenebrato non costituiscono, per loro stessi, peccati a morte.

Il peccato a morte è chiaramente visibile ed individuabile, ma non nella malattia, nell’azione, nella posizione o nel pensiero in quanto manifestazioni di peccato, bensì nell’attitudine dell’anima peccatrice verso la luce di Dio, il sangue di Cristo, la grazia salvatrice, lo Spirito Santo. Quando l’anima prende posizione decisa di ostilità verso queste realtà spirituali, ha in se stessa il peccato che conduce a morte.

Noi crediamo che questa breve esposizione possa aiutarci a comprendere il significato dei termini usati ed abusati : “peccato volontario” o “peccato imperdonabile” e possa sopratutto convincerci che un peccato può essere sempre coperto dal sangue di Cristo se l’anima sa ritornare umiliata a Lui, cioè se l’anima sa “trovare luogo a pentimento”.

Gesù ci ha insegnato a perdonare il fratello offensore fino a tanto che egli sa ritornare a noi pentito ed umiliato e noi non vogliamo commettere il sacrilegio di pensare che Cristo non “sappia” esercitare l’opera di misericordia che ci ha insegnato a manifestare.

Alcuni ostentano una misericordia più profonda di quella di Dio e dichiarano che la severità del loro giudizio non procede dal sentimento del loro cuore, ma dall’ordine delle Scritture. In altre parole dichiarano: Noi perdoneremmo, ma Dio ci comanda di giudicare, condannare ed espellere…

Questa posizione e questo pensiero sono peccaminosi e noi speriamo sinceramente che questi credenti si sapranno ravvedere dal loro sviamento. Sviamento che è tanto più manifesto in quanto, questi stessi che giudicano ed espellono, mantengono rapporti d’intimità cristiana e di comunione fraterna con molteplici campi di maledizione, coperti definitivamente dalle spine dell’avarizia, della maldicenza e dell’orgoglio.

Per chiudere, vogliamo ricordare che la visione esatta della dottrina cristiana che ci dimostra la misericordia divina non sarà mai, come taluni temono, incoraggiamento al peccato. L’anima sincera onora Iddio perché il seme di Lui dimora in essa. D’altronde qual’è l’uomo che procacci di contrarre una malattia nella persuasione dell’efficacia della scienza medica?

No, come non ci sono individui desiderosi di ammalarsi, non ci sono veri cristiani bramosi di peccare perché gli uni e gli atri si preoccupano molto più di preservare perfetta e costante salute, che non di esperimentare la potenza dei farmaci a disposizione.

Il peccato separa sempre dalla vita, ma questa separazione è temporanea per qualsiasi peccato all’infuori di quello che conduce a morte cioè che toglie all’anima la capacità di umiliazione e di ravvedimento; la capacità insomma di credere alla potenza di Cristo e di giungere al sangue di Cristo (1° Giovanni 1:7,8).

La conclusione di questo capitolo, che rappresenta l’ultimo del nostro modestissimo studio, lascia senza soluzione il problema disciplinare nel seno delle comunità. Precisiamo che ciò non costituisce il risultato di una svista perché è stata nostra precisa intenzione di trattare il problema del peccato al di fuori dell’esercizio del ministerio disciplinare.

Noi crediamo che i conduttori delle comunità potranno sempre, con l’ausilio di una chiara conoscenza dottrinale e, soprattutto per la guida dello Spirito Santo, risolvere i particolari casi comunitari che richiedono l’amministrazione qualche volta ingrata dell’autorità e della disciplina.

Il presente studio quindi si propone di essere esclusivamente di aiuto per conseguire un approfondimento in un soggetto dottrinale che investe tutta la vita cristiana.

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