LA FEDE O LE OPERE?

Sermone predicato da Roberto Bracco nella Chiesa Evangelica di Via Anacapri, 26  – Roma –
Trascritto in forma integrale.   –   “… che giova, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”  (Giacomo 2:14)

Questa frase dell’apostolo Giacomo è sotto un certo aspetto sconvolgente. Possiamo dire che ha sconvolto molti e suscitato tante perplessità nel corso dei secoli. Ci sono state delle dispute teologiche e dottrinali intorno a queste parole dell’apostolo Giacomo, e in fondo a tutta la Sua epistola. Sembra quasi che con questa affermazione Giacomo voglia contraddire l’apostolo Paolo, il quale afferma che noi siamo salvati per grazia, mediante la fede, senza le opere e ciò non è da noi, è il dono di Dio. Ma questa frase della apostolo Paolo non è una frase soltanto, una frase isolata, ma rispecchia la dottrina che l’apostolo Paolo sostiene e sostiene energicamente attraverso tutte le sue epistole. Egli nel proclamare il messaggio dell’Evangelo, nell’annunziare la buona novella di Dio, insiste su questo elemento fondamentale: noi siamo salvati per fede, senza le opere, e ciò non è da noi, è la grazia di Dio, è l’amore di Dio.

Di fronte a questo enunciato dottrinale, di fronte a questa affermazione teologica, sorge Giacomo per dire: che utilità vi è fratelli miei, se alcuno dice di avere fede e non ha opere? Può la fede salvarlo? Forse egli vuole polemizzare, con l’apostolo Paolo, con tutti coloro che sostengono la salvezza per grazia senza le opere, o vuole semplicemente offrire una chiarificazione dottrinale? Quella chiarificazione dottrinale che è stata ricordata tante volte relativamente al concetto della fede. E naturalmente ci riferiamo sempre al concetto della fede di fronte alla grazia, di fronte alla salvezza, del concetto della fede indispensabile per accettare il dono di Dio. Quante volte abbiamo sentito ripetere che mentre l’apostolo Paolo nel sostenere la salvezza per grazia mediante la fede non fa altro che sottolineare l’effetto della fede manifestata a priori, l’apostolo Giacomo invece non fa altro che sottolineare l’effetto della fede manifestato a posteriori.

In parole più semplici, più chiare, l’apostolo Paolo nell’esporre la dottrina, nel difendere la dottrina, nel proclamare la dottrina parla di quella fede che è necessaria per impadronirsi del sacrificio di Gesù Cristo; dell’opera che è stata compiuta al Calvario. È l’opera del Calvario che ci salva, è il sacrificio di Cristo che ci redime. Noi possiamo solo credere, possiamo solo accettarlo. Non dobbiamo presentare dei meriti, delle opere, dobbiamo soltanto aderire all’amore di Dio e porgere la nostra mano in fede per accettare in umiltà quello che il Signore ha fatto per noi.

L’apostolo Giacomo invece, secondo quanto è stato detto, parla di quello che la fede deve manifestare successivamente. Noi abbiamo creduto in Cristo, e quindi abbiamo realizzato ed esperimentato in noi l’opera della salvezza. E se quest’opera è diventata veramente parte di noi stessi, è stata applicata alla nostra esperienza spirituale, adesso si deve manifestare attraverso i frutti della fede, le opere della fede. La fede dev’essere in altre parole dimostrata in modo visibile, in modo palese, attraverso l’azione dei credenti. Quindi è la medesima realtà, considerata da un punto di vista diverso, considerata cioè prima della salvezza, o considerata dopo la salvezza. E noi possiamo accettare questo concetto teologico. E possiamo soprattutto accettare che l’apostolo Giacomo in questo passo voglia dare una definizione chiara, precisa della fede. Anzi della fede vera, affinché tutti abbiano la possibilità di distinguerla dalla fede falsa, da quella cioè che è solo un surrogato della fede, una manifestazione di credulità. Egli si sofferma su questo argomento perché riconosce che è un argomento fondamentale per la vita del credente e della chiesa.

Che cosa è dunque la fede? Lo scrittore dell’epistola agli Ebrei al capitolo 11 precisa che la fede è certezza di cose che si sperano, e dimostrazione di cose che non si vedono.

Cose che si sperano, cose che non si vedono.

Si parla sempre di realtà che stanno fuori dai nostri sensi, che non possano essere raggiunti dai nostri occhi, dalle nostre orecchie, dalle nostre mani. Ma possono essere raggiunte mediante la fede. La fede infatti è la certezza delle cose che si sperano. Quali sono le cose che si sperano? Tutte le cose promesse da Dio, che riguardano le realtà del cielo. Cari nel Signore, i credenti sperano nelle benedizioni divine, nella potenza dello Spirito Santo, nella fedeltà di Dio nell’adempiere tutte le promesse che ha fatto al Suo popolo, sperano nella gloria dell’eternità. Per mezzo della fede, cari nel Signore, c’è la certezza di queste cose che si sperano come c’è la dimostrazione delle cose che non si vedono.

Io non vedo, con gli occhi della mia carne, le realtà del cielo, quelle realtà invisibili che durano in eterno; ma per mezzo della fede io raggiungo tutte le cose che non si vedono. Posso vedere continuamente, mentre muovo i miei passi, che il Signore è vicino a me e mi accompagna; posso vedere che i Suoi angeli sono accampati intorno a me; posso vedere i Suoi doni che pendono sul mio capo, posso vedere che l’abbondanza dello Spirito è a disposizione della chiesa del Signore, posso vedere i cieli aperti e la gloria di Dio: le stanze meravigliose che Gesù è andato per preparare, i troni che aspettano i redenti, le corone che sono preparate per tutti coloro che combattono il buon combattimento della fede: Gloria al nome del Signore!

La fede: certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono. Quindi certezza in me e dimostrazione dentro di me; certezza in voi e dimostrazione dentro di voi. Ma se è certezza in me e dimostrazione dentro di me, deve essere anche certezza attraverso me, e dimostrazione attraverso la mia vita. Quello che io realizzo dentro di me ed esperimento per la grazia di Dio, mediante la potenza dello Spirito Santo, deve avere anche una sua espressione; si deve tradurre nella mia testimonianza, e nella testimonianza della mia fede. Infatti lo scrittore delle epistola agli Ebrei, dopo aver dato una definizione così brillante, così lucida, ci offre il catalogo degli eroi della fede; presenta davanti a noi una miriade di testimoni; uomini e donne che hanno onorato il nome di Dio nel cammino della fede, operando per fede, combattendo per fede, soffrendo per fede e, soprattutto, manifestando la potenza di Dio nell’esercizio di una fede incrollabile nel nome del Signore.

Quindi non soltanto una certezza in loro, una dimostrazione dentro di loro, ma hanno manifestato questa certezza, hanno dato questa dimostrazione. Possiamo proprio dire che i martiri che si sono immolati per la causa di Dio, gli eroi che hanno offerto la loro vita sull’altare del Signore, hanno dimostrato chiaramente le cose che non si vedevano, la certezza che era in loro: e questa è fede, autentica fede!

E la fede della quale parla l’apostolo Giacomo, sta davanti a noi come modello perfetto che dev’essere considerato proprio in conseguenza del fatto che dobbiamo guardarci dai surrogati, dalle imitazioni, da tutte quelle manifestazioni che si chiamano “anche” fede, ma che non sono fede dal punto di vista biblico, alla luce della Parola di Dio. Ed infatti l’apostolo Giacomo, proprio in questo capitolo, ricorda che c’è una fede che è proprio credulità, fede intellettuale, possiamo definirla in questo modo. Tu credi che Dio è uno solo, fai bene! Ma anche i demoni lo credono e tremano…. e noi cari, non vogliamo metterci in parallelo con i demoni, e dire che la fede dei demoni è uguale alla fede dei credenti in Cristo, che la fede che hanno coloro che si trovano nell’inferno assomiglia alla fede dei santi, alla fede dei figliuoli di Dio. No! Essi sanno che Dio è uno solo, e tremano; e questa è una fede soltanto intellettuale!

C’è un altro tipo di fede che è esclusivamente di labbra, lo ricorda l’apostolo Paolo, quando parlando proprio dell’opera della salvezza e della grazia dice: “se tu confessi con le tue labbra il nome di Gesù Cristo, e credi con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, tu sarai salvato”. Se confessi… e se credi. Se noi confessiamo soltanto con le labbra, formuliamo soltanto delle dichiarazione di fede esclusivamente verbali, non possiamo dire di possedere un’autentica fede, una fede originale, corrispondente al modello biblico. Sappiamo purtroppo che in tante religioni, che si chiamano anche cristiane, viene soltanto richiesta una dichiarazione verbale, la sottoscrizione di un dogma, di un credo e l’istituzione si appaga, si accontenta ed è soddisfatta. Ma questo perché è una istituzione umana, e quindi richiede solo elementi umani; ma questa non è fede. Non è affatto fede!

Come non è neanche fede quella credulità manifestata attraverso la nostra vita emozionale. Le nostre emozioni possono esprimersi nelle più diverse maniere; alcune di esse possono essere scambiate per fede, ma noi dobbiamo vigilare intorno a noi stessi; camminare con diligente circospezione, con la sapienza di Dio, affinché non confondiamo le nostre emozioni con le realtà dello Spirito o le realtà dello Spirito con le nostre emozioni. Dobbiamo vivere una vita equilibrata ed illuminata.

Vi ricordate di Felice? Egli volle ascoltare l’apostolo Paolo, e Paolo fu ben lieto di porgere la sua testimonianza ed annunciare il suo messaggio anche a quel funzionario dell’impero romano. E parlo francamente e chiaramente. Egli non faceva differenza in base alla qualità delle persone; non aveva un messaggio per i poveri e un altro per i ricchi, uno per gli incolti e uno per gli intellettuali. Sapeva applicare la sua parola secondo le circostanze, ma l’essenza del suo messaggio era sempre lo stesso: egli predicava Cristo e Cristo Crocifisso. E nel predicare Cristo egli espresse tutto il consiglio del Signore a quel funzionario romano. E noi leggiamo nel libro degli Atti degli apostoli che Felice tutto spaventato e tremante disse: “per adesso ritorna pure nella tua prigione ma io ti manderò a chiamare, voglio ascoltarti ancora intorno a questo argomento.” Era spaventato, era tremante. Giudicando dall’esterno facilmente si sarebbe potuto dire che quell’uomo aveva fede nella parola di Dio e nel messaggio del Signore. Ma in realtà la fede di Felice era solo una emozione, una emozione ricorrente, perché più volte egli mandò a chiamare l’apostolo Paolo per ascoltarlo, e probabilmente ogni volta manifestò lo stesso interesse e la stessa emozione. Ma notate bene che la parola di Dio precisa che quell’uomo non aveva solo l’interesse ad ascoltare il messaggio di Paolo e la sua testimonianza, ma aveva interesse perché sperava che Paolo gli avrebbe offerto qualche somma di danaro per ottenere la libertà. Sperava cioè che Paolo avrebbe tentato di corromperlo, ed egli si sarebbe lasciato corrompere, ad accettare una somma di danaro.

Quante volte ho visto individui emozionati nell’ascoltare il messaggio del Signore; non sempre questa emozione si è estrinsecata attraverso timore e spavento. Qualche volta è stata la commozione, altre volte il pianto, ma cari nel Signore le lacrime non sono fede, il pianto non è fede, lo spavento non è fede. La FEDE è FEDE: certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono. Gloria al nome del Signore!

Tornando nell’epistola agli Ebrei possiamo vedere che il primo esempio di fede che ci viene proposto è Abele, del quale ci viene detto che “per fede offerse a Dio un sacrificio più eccellente di quello di Caino”. Si parla di un sacrificio, di un’offerta, di una espressione di amore. Un’azione compiuta nel cospetto del Signore e alla Sua gloria; come quella di Enoc che cammino per 300 anni con Dio, come quella di Noè che credette alla parola di Dio e costruì l’arca; o di Abramo che credette alla promessa del Signore e fu pronto ad offrire il suo figliuolo Isacco sull’altare del Signore. Dio non permise che quel sacrificio diventasse cruento, ma fu un sacrificio ugualmente. Abramo aveva preparato l’altare, aveva posto la legna, e su quella legna aveva già legato il suo figliolo; e proprio su quel figliolo aveva alzato la sua mano armata per compiere il supremo sacrificio. Davanti a Dio il sacrificio era compiuto, ed era il sacrificio della fede. Gloria al nome del Signore!

Di tutti questi esempi lo scrittore delle epistola agli Ebrei dice che il Signore ha veduto in questo popolo, un popolo di “forestieri e pellegrini sulla terra. Coloro infatti che dicono tali cose dimostrano che cercano una patria. E se avessero veramente avuto in mente quella da cui erano usciti, avrebbero avuto il tempo per ritornarvi. Ma ora ne desiderano una migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, perché ha preparato loro una città. (Ebrei 11:13-16)

Uomini che hanno operato per fede. Una fede che si è estrinsecata in maniera evidente; si è manifestata in un modo chiaro attraverso quelle che possiamo ben chiamare “le opere conseguenziali della fede”, i frutti della fede.

Se vogliamo vedere un altro esempio ancora più pratico, soprattutto uno che appare nel contesto dell’opera della grazia, allora pensiamo a Zaccheo, il capo dei pubblicani, il quale desiderava vedere Gesù e riuscì a vedere Gesù. Non soltanto riuscì a vederlo, ma fu invitato da Gesù a scendere da quell’albero perché desiderava essere ospitato nella sua casa. E così leggiamo che Zaccheo scese da quell’albero, e con allegrezza ricevette il Signore. E queste due azioni per me sono già due azioni della fede. Anche il fatto che egli era salito sull’albero era un atto di fede, ma adesso che scende velocemente alla parola di Gesù, e fa strada perché lo vuole ricevere in casa sua, ancora meglio io vedo l’azione della fede in questo povero peccatore, in questo pubblicano che è raggiunto dall’opera della grazia.

L’allegrezza! E’ un frutto della fede, come è un frutto dello Spirito, vero! Lo dice Paolo nella sua epistola ai Galati al capitolo 5: 22. E Zaccheo così sollecito e disponibile, traboccante di allegrezza, manifesta l’evidenza della fede. Ma seguiamolo, nella sua casa mentre sta davanti a Gesù, si rallegra di avere sotto il suo tetto quell’Ospite glorioso. E cosa dice: “Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho defraudato qualcuno di qualcosa, gli restituirò quattro volte tanto” (Luca 19:8). Ecco la fede, che produce frutti; la fecondità di questa virtù gloriosa. Qualcuno dirà: ma questa è l’opera della grazia! Ebbene, se voi riuscite a dividere l’opera della grazia dall’opera della fede, mostratemelo, fatemelo vedere! L’opera della grazia è l’opera della fede quando la fede è vera fede. Fede secondo il modello biblico, il modello cristiano. E ogni volta infatti che io incontro nella parola di Dio una testimonianza di fede, incontro anche una testimonianza di azione che manifesta gloriosamente il frutto della fede.

Ho parlato di allegrezza e di gioia: il barone di Candace evangelizzato e battezzato da Filippo, che deve continuare la strada da solo, verso l’Africa, privo ormai del suo maestro, del suo insegnante che è stato rapito dallo Spirito e trasportato a 50 chilometri di distanza. Ma la parola di Dio ci dice che egli continuò la sua strada “tutto allegro”; perché la fede stava producendo i suoi frutti, stava manifestando la sua evidenza nella sua vita. E non è la stessa cosa per il carceriere di Filippi in Macedonia? Credi nel Signore Gesù Cristo e sarai salvato tu e la casa tua! Paolo non chiede opere, meriti, penitenze, ma solamente di credere nel Signore Gesù Cristo. Ma quell’uomo che ha esercitato una vera fede, ha immediatamente sentito il bisogno di far uscire dal carcere Paolo e Sila, di condurli nella sua casa, di lavare e fasciare le loro piaghe, di preparare una mensa davanti al loro e infine di essere battezzato insieme ai suoi familiari e rallegrarsi nella presenza del Signore.

E questa è fede, vera fede. È la fede che agisce, che si manifesta e da una dimostrazione chiara ed evidente nella presenza del Signore. Quante volte pensando alla conversione degli abitanti di Efeso ho concluso che una vera conversione deve essere sempre segnata da un grande falò. E credo che voi ricordate quel falò che fu accesso nella piazza di Efeso. In quella città era praticata largamente la magia e lo spiritismo. Circolavano tanti libri, costosissimi in quei giorni. Qualunque libro in quei giorni era costosissimo. Non esisteva la stampa, non esistevano i mezzi moderni. Avere un libro significava aver una ricchezza, e nella città di Efeso c’erano tanti libri che trattavano il tema della magia e dello spiritismo… ma quando la parola di Dio operò nei cuori, gli abitanti di quella città credettero nel Signore. Non avevano opere da presentare, meriti, ma solo peccati, solo contaminazione da umiliare davanti al Signore. Ma credettero al Signore! E proprio perché credettero radunarono tutti quei libri e li bruciarono, e qualcuno si prese la briga di valutarne il costo, ed erano milioni e milioni di lire rapportati alle misure moderne. Quelle fiamme che salgono al cielo per me sono una testimonianza di fede; è il fuoco che brucia, per distruggere il male e per onorare il nome del Signore, nella dimostrazione di una fede autentica. Non una fede teorica, astratta, come quella che hanno tanti cristiani, aderendo intellettualmente a certi principi e a certi regolamenti ecclesiastici o a certi articoli di fede.

Che noi dobbiamo conoscere anche gli articoli di fede può essere utile, che noi conosciamo i principi dottrinali importanti è indispensabile, ma questo non ha niente a che vedere con la fede. E infatti l’Apostolo Pietro scrive: “Sopraggiungete alla fede vostra la virtù, e alla virtù la conoscenza…”; sono cose separate e indipendenti. La vera fede è certezza di cose che si sperano, ed è dimostrazione di cose che non si vedono. E’ una potenza spirituale che ci fa operare fedelmente alla gloria del Signore.

Abbiamo questa fede nel cuore? La possediamo dentro di noi, o ci accontentiamo anche noi di avere soltanto una superficiale credulità, o vivere di emozioni religiose?!? Iddio ci aiuti, non soltanto ad esaminarci, ad analizzarci in profondità, ma ad assumere di fronte a Lui quell’attitudine di sincerità e di onestà che ci consente di crescere nella fede di Dio, quella fede che è vera fede, per vivere alla Sua Gloria, nel nome di Gesù, il benedetto in eterno. Amen!

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