LE TRE VOLONTA’

di Roberto Bracco  –  E Giosuè disse loro: «Se siete un popolo numeroso, salite alla foresta e dissodatela per farvi del posto nel paese dei Ferezei e dei Refaim, dato che la regione montuosa d’Efraim è troppo esigua per voi». Ma i figli di Giuseppe risposero: «Quella regione montuosa non ci basta; e quanto al territorio della pianura, tutti i Cananei che l’abitano hanno dei carri di ferro: sia quelli che stanno a Bet-Sean e nei suoi villaggi, sia quelli che stanno nella valle d’Izreel».
(Giosuè 17:15-16)

Rimanevano, tra i figli d’Israele, sette tribù che non avevano ricevuto la loro eredità. E Giosuè disse ai figli d’Israele: «Fino a quando trascurerete di andare a prendere possesso del paese che il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, vi ha dato?
(Giosuè 18:2-3)

Il territorio dei figli di Dan si estese più lontano, perché i figli di Dan salirono a combattere contro Lesem; la presero e la passarono a fil di spada; ne presero possesso, vi si stabilirono e la chiamarono Lesem Dan, dal nome di Dan loro padre.  (Giosuè 19:47)

I tre riferimenti biblici, presi a testo di questa meditazione, illustrano in maniera magistrale la differenza che contraddistingue la volontà vera, dalla volontà apparente e dalla volontà ammalata.

Una volontà vera è una potenza dinamica e conquistatrice; una volontà apparente è una superficiale e falsa espressione di lotta; una volontà ammalata è una manifestazione di capitolazione supina e indolente.

Il popolo di Dio deve possedere una volontà vera per poter assolvere il compito glorioso ricevuto dal cielo; il compito cioè di lottare, conquistare, avanzare. È utile precisare che mi riferisco al combattimento che tutti i cristiani devono sostenere per prendere possesso del « paese delle benedizioni » che si estende vastissimo davanti a noi.

Tutti sappiamo che i beni preziosi di Dio sono disposti davanti ai nostri passi perché ci sono stati donati in Cristo Gesù il Signore della gloria, ma è anche necessario sapere o ricordare che questi beni diventano possesso soltanto di coloro che li conquistano a prezzo di lotta e quindi a premio di una volontà viva, palpitante, dinamica. Il popolo d’Israele non prese mai possesso completo dell’eredità ricevuta da Dio, perché mai raggiunse i confini della terra di Canaan, stabiliti dal Signore; la volontà dei figliuoli di Dio non resse alla prova delle circostanze e le difficoltà e gli ostacoli spensero l’apparente ardore degli eserciti.

Se noi vogliamo progredire nella grazia di Dio e spingerci ed allargarci nel paese delle benedizioni celesti cioè nella terra delle esperienze, della conoscenza, dei doni spirituali, della potenza divina, dobbiamo volere, fortemente volere, sinceramente volere. Quando la nostra volontà è l’espressione della grazia di Dio in noi, la nostra vittoria sicura, ma quando la nostra volontà è la manifestazione di un ipocrita formalismo religioso o l’estrinsecazione di un compromesso interiore, allora il nostro successo è irrimediabilmente ipotecato.

Le tre testimonianze che stanno davanti a noi illustrano in pratica questa verità:

PRIMA TESTIMONIANZA: la tribù di Giuseppe dopo aver riconosciuto il proprio bisogno territoriale chiede a Giosuè che le venga accordato lo spazio vitale. Il luogo dove abitano è troppo stretto e non risponde alle esigenze del popolo; hanno necessita di allargarsi, di godere un più ampio respiro.

Giosuè riconosce incondizionatamente il loro stato e non respinge la legittima richiesta, ma risponde in conformità ai piani di Dio. “Volete altra terra in pianura?” Chiese il saggio condottiero d’Israele,  “Ebbene, conquistatela e lavoratela.”

La risposta non soddisfa gli Eframiti, cioè i più nobili e guerreschi rappresentanti della tribù di Giuseppe che evidentemente pretendevano di ottenere la “possessione”, ma non pensavano di dover pagare un prezzo. Ecco una volontà apparente; una volontà che è priva di mordente, di dinamismo cioè… che è priva di « volontà ».

Questa testimonianza identifica la condizione di quei cristiani, e purtroppo non sono pochi, che riconoscono la necessità di progredire, di allargarsi, di avere altro spazio nell’immenso territorio delle benedizioni di Dio, ma non vogliono impugnare l’arma e non vogliono affrontare il combattimento. Possedere è bello, ma lottare è duro; ricevere è piacevole, ma pagare il prezzo è ingrato.

Sono pochi i cristiani e sono poche le chiese che sono soddisfatte dello stato raggiunto; la maggior parte vorrebbero doni spirituali, successi cristiani, conquiste missionarie, ma… ma…. tutti rimangono fermi nel proprio torpore e nella propria indolenza.

S’incontrano numerosissimi i credenti che aspettano e “vogliono” il battesimo nello Spirito Santo, cioè la divina promessa di Gesù, ma molti di questi aspettano nell’inerzia, a braccia conserte. Vogliono, ma non vogliono faticare e lottare; le riunioni di preghiera e d’attesa nelle quali è necessario vegliare e combattere rappresentano un prezzo troppo alto per questi credenti che possiedono soltanto una volontà apparente.

E guardiamo un istante a tutte quelle chiese che parlano di « risveglio »; sembra che non vogliano altro perché un risveglio spirituale rappresenta per esse l’elemento fondamentale della loro vita, cioè una specie di « spazio vitale ». Vogliono un risveglio, parlano del risveglio, predicano la necessità del risveglio, ma non vogliono fare quello che è necessario per conquistare il risveglio.

La strada dell’umiliazione, della preghiera, della confessione, della consacrazione sincera, insomma del cristianesimo vivo, palpitante, è una strada dura e faticosa della quale è bello parlare, ma nella quale è faticoso camminare. Una volontà apparente sta alla base di questo assurdo paradosso spirituale: vogliono, ma non vogliono! La volontà sta sulle loro labbra ed è la corona dei loro desideri, ma “manca nel loro cuore come potenza d’azione”, come forza di propulsione.

SECONDA TESTIMONIANZA: sette tribù di Israele sono entrate nella terra della benedizione ed hanno davanti a loro i confini delle loro possessioni, le loro eredità. La terra è già conquistata, perché le battaglie vittoriose condotte da Giosuè hanno avviliti i popoli che occupavano quelle zone ed il territorio è libero, ma le sette tribù indugiano a prendere possesso dei propri confini.

C’è stata una volontà e c’è stata un’azione perché queste tribù hanno preso parte, assieme alle altre alla lotta conquistatrice della loro terra, ma questa volontà ormai si è ammalata: il paese è davanti a loro con tutta la sua ricchezza ed esse non ne prendono possesso.

Eccoci di fronte ad una figura che c’indica una seconda categoria di credenti, quella di coloro che dopo avere voluto e dopo aver lottato, esitano a prendere possesso ed esitano a godere il bene prezioso ottenuto in Dio. Pensiamo, per esempio, a quelle schiere di cristiani che non soltanto hanno desiderato, ma hanno anche ottenuto il battesimo nello Spirito Santo eppure vivono come se non avessero mai conquistato questa benedizione celeste.

I doni, i ministeri, la potenza divina sono sconosciuti alla loro vita come è sconosciuto il glorioso frutto dello Spirito, perché essi sono pervenuti, mediante uno slancio di fede volitiva, alla conquista del Consolatore, ma i loro passi e la loro volontà si sono paralizzati dopo la prima battaglia. Il paese conquistato è davanti a loro libero e in attesa e loro sono davanti al paese infermo ed esitanti; questa è l’immagine di una volontà ammalata.

Pensiamo ora a quelle tante chiese e movimenti che hanno conquistato il bene prezioso della conoscenza e della rivelazione e che intanto vivono fuori dei confini della luce, nel grigiore delle tradizioni ecclesiastiche e degli schemi liturgici. La conquista realizzata offre a loro ancora un cristianesimo autentico, libero, vivo, palpitante; un cristianesimo vibrante di Spirito ed invece essi sono costretti entro angusti limiti di programmi ed organizzazioni che offrono la forma, ma negano la sostanza della vera vita spirituale; volontà ammalata che non sa spezzare il gioco di una condizione anormale.

Anche l’uomo della parabola che ebbe il talento e non lo fece fruttare può essere assomigliato alle sette pigre tribù di Israele e perciò anche quei cristiani che hanno ottenuto il più piccolo dei depositi celesti, ma non l’hanno goduto, non l’hanno valorizzato, insomma non l’hanno veramente posseduto, possono essere inclusi nella categoria di coloro che possiedono una volontà ammalata

TERZA TESTIMONIANZA: I Daniti, cioè i figliuoli di Dan, componenti di una delle dodici tribù d’Israele, dopo aver conosciuto chiaramente il proprio bisogno, passarono alI’azione. Essi non si preoccuparono neanche di chiedere quel che volevano e non persero tempo per cercare consigli, ma sferrarono l’attacco e conquistarono il territorio per possederlo.

Qui vediamo finalmente una volontà autentica, una volontà sana; la volontà spezza gli ostacoli e brucia le tappe e piuttosto che porsi i problemi li risolve con energia. Lode a Dio per i credenti di ogni secolo che hanno rotto gli indugi ed hanno ignorato le recriminazioni inutili e le indagini sterili, per slanciarsi nella lotta conquistatrice.

Molti figli di Dio consumano la loro vita con le lagrime ed esauriscono le loro energie con le conferenze, ma rimangono sempre al medesimo posto; altri non piangono e non parlano, ma combattono e vanno avanti e noi possiamo sinceramente sostenere che soltanto coloro che combattono e vanno avanti dimostrano di possedere una sana volontà cristiana.

Il cristianesimo è espansione, è vittoria, è conquista; individualmente e collettivamente i credenti devono andare avanti di gloria in gloria e di successo in successo nella terra delle benedizioni celesti, ma non sarà mai possibile adempiere il piano divino senza la spinta di una volontà.

Forse è arrivato il momento che io chiarisca che volontà non vuol dire espressione della personalità naturale dell’individuo, ma piuttosto manifestazione della sopranaturale grazia celeste. Quali figli di Dio dobbiamo possedere la potenza e l’impulso di quella « volontà » che è stata posta in noi mediante l’opera della nuova nascita.

Dal giorno che siamo stati resi « partecipi della natura divina “, la nostra personalità ha acquisito una sana volontà, quella che non soltanto genera gli impulsi celesti, ma che sviluppa anche un dinamismo spirituale; è una volontà che ci fa desiderare le realtà divine e ci rende sufficientemente forti ed arditi per conquistarle.

Questa volontà è la vera volontà e perché essa possa condurre la nostra vita nelle vie della benedizione deve essere assecondata totalmente con la sincerità e la fede. Rinnoviamo quindi da noi ogni forma di falsità e di ipocrisia; ogni forma d’incredulità o di pigrizia affinché la volontà apparente o la volontà ammalata non possano prendere nella nostra vita il posto di quella gloriosa, dinamica volontà che ci è stata data da Dio e che sola può condurci nei sentieri preparati per noi dalla misericordia e dalla saggezza del Padre.

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