Charles Spurgeon: Predicare tra le avversità

di John Piper  –  Charles Haddon Spurgeon morì il 31 gennaio del 1892, all’età di 57 anni. Predicò per 38 anni al “Metropolitan Tabernacle” di Londra. La sua vita è ricchissima d’insegnamenti per i cristiani e specialmente per i pastori.

Tutti dobbiamo affrontare le avversità e trovare in mezzo ad esse, il modo di perseverare anche nei momenti più opprimenti della vita. Tutti, allo stesso modo, devono alzarsi, fare colazione, lavarsi, vestirsi, andare a lavorare ed ancora: pagare bollette, disciplinare i figli e, generalmente, continuare a tirare avanti anche quando il cuore sembra venire meno. Ma tutto ciò è diverso riguardo ai pastori. Non interamente diverso, ma differente. Il cuore è lo strumento della nostra vocazione. Spurgeon disse: «La nostra non è solo un’opera mentale, è un’opera del cuore, il travaglio della parte più intima della nostra anima». Così, quando il nostro cuore viene meno, siamo costretti a lavorare con uno strumento inefficiente. La predicazione è il nostro impegno principale. Oltre ad essere un esercizio della mente, la predicazione è altresì un’opera del cuore. Così, il grande interrogativo di ogni predicatore non è solo: «Come continuare a vivere quando il mio matrimonio è in difficoltà, quando un figlio se n’è andato via, quando le finanze scarseggiano o quando i banchi sono vuoti e gli amici mi hanno abbandonato?», ma piuttosto: «Come continuare a predicare?». Una cosa è sopravvivere tra le avversità; altra cosa, ben diversa, è continuare a predicare di domenica in domenica, mese dopo mese, quando il cuore è sopraffatto dalle avversità.

Spurgeon disse agli studenti che frequentavano il “Pastors’ College” (che era la scuola biblica per pastori che aveva fondato): «A volte, un ministro può essere portato ad una condizione pietosa, ricevendo un colpo mortale. Un fratello sul quale ti appoggiavi così tanto è diventato un traditore… Dieci anni di lavoro non possono toglierci più vita e salute di quanta ne possano sottrarre i traditori come Aitofel o gli apostati come Dema».

Per questa ragione dico che la questione, riguardo ai pastori, non è semplicemente come riuscire a vivere in mezzo ad uno spietato criticismo, alla sfiducia, alle feroci accuse ed all’abbandono, bensì come si riuscirà a predicare in mezzo a tali situazioni! Come può il predicatore continuare a compiere la sua opera del cuore quando il cuore stesso è così assediato e prossimo a capitolare? Durante quest’ultimo anno, questa è stata la domanda che in modo più ricorrente mi sono posto. D’altronde, è inevitabile che, prima o poi, questa divenga la domanda che rimbomba nella mente di ogni pastore. Ricordo molto bene una conversazione telefonica avuta con la moglie di un pastore fedele e buono. Suo marito era sottoposto a tali critiche ed accuse che lei stessa trovava difficoltoso perfino l’andare in chiesa. Eppure, si meravigliava di come suo marito fosse riuscito a predicare quella domenica mattina.

Predicare grandi e gloriose verità in un’atmosfera che non ha nulla di grande e glorioso è un’impresa di una difficoltà immensa! Essere coscienti che molta della gente seduta tra i banchi e che vi ascolta considera la vostra predicazione della gloria e della grazia di Dio come ipocrisia, spesso spinge un predicatore non solo sulle colline dell’introspezione ma, a volte, ancora più giù nel precipizio dell’autoestinzione! Con ciò non mi riferisco al suicidio. Intendo qualcosa di più complesso: lo smarrimento della propria identità, quella squilibrata incapacità di sapere chi realmente siate. Ciò che inizia come ricerca introspettiva per amore della santità e dell’umiltà, gradualmente e per varie ragioni diviene un gioco di specchi nella vostra anima: vi guardate in uno e siete basso e grasso, in un altro e siete alto e magro, guardate in un altro ancora e vi vedete capovolti! A questo punto cominciano ad insinuarsi in voi orribili sentimenti, non comprendete più chi siate e perdete il vostro equilibrio. E quando non c’è un centro di gravità ben chiaro, se non c’è un fisso e solido “io” in grado di collegarsi ad un fisso e solido “tu” riferito a Dio, allora chi predicherà la prossima domenica? Quando l’apostolo Paolo esclamò: «Per la grazia di Dio io sono quello che sono» (I Corinzi 15:10), stava affermando qualcosa di assolutamente essenziale alla sopravvivenza di un predicatore che si trovi in mezzo alle avversità. Se, per grazia, l’identità dell’io non è mantenuta (l’io creato da Cristo e unito a Cristo, ma nonostante ciò pur sempre un io umano), se questo centro non sussiste, allora non ci sarà più una predicazione autentica, perché non ci sarà più un autentico predicatore, ma soltanto una collezione di echi. Oh, quanto siamo privilegiati noi oggi! Infatti, non siamo i primi a dover affrontare queste cose. Ringrazio Dio per il conforto e la fede che riceviamo dalla storia della potenza di Dio nelle vite dei suoi santi. Nella propria lotta per la sopravvivenza, ogni pastore dovrebbe vivere nei secoli scorsi in compagnia di altri santi!

Perché Spurgeon?

In questi giorni mi sono rivolto a Charles Spurgeon per ottenere aiuto e non sono stato deluso. Il proposito di questo articolo è mostrare come la vita di Spurgeon ed il suo ministero, possano incoraggiare dei pastori a continuare a predicare anche tra le peggiori avversità. Ci sono almeno sette caratteristiche che qualificano Spurgeon come una guida adeguata per i predicatori bisognosi della forza necessaria per predicare tra le avversità.

 

1. Perché fu un predicatore.

Spurgeon fu, innanzi tutto, un predicatore. Prima ancora di aver compiuto vent’anni, aveva già predicato più di seicento volte! I suoi sermoni vendevano circa 25.000 copie la settimana ed erano tradotti in venti lingue diverse! La raccolta dei suoi sermoni riempie ben sessantatré volumi che equivalgono ai ventisette della nona edizione dell’Enciclopedia Britannica, e “rimangono come la più ampia raccolta di libri scritti da un solo autore nella storia del cristianesimo”.

Suo figlio Charles disse di lui: «Per la varietà inesauribile di argomenti, per la sua sapienza e proclamazione così vigorosa, per il suo insegnamento lucido, per le sue intercessioni così amorevoli e per molte altre qualità, a mio parere mio padre deve essere considerato il principe dei predicatori». Spurgeon fu un predicatore!

2. Perché fu un predicatore della verità.

Secondariamente, Spurgeon predicò la verità. Non sono interessato al modo in cui qualche predicatore affronta le proprie avversità se, prima di tutto e soprattutto, non è un portatore ed un custode fedele della verità biblica che è immutabile. Se costoro riescono a superare le difficoltà e le prove con l’ausilio di qualche altro strumento, adombrando lo splendore della verità, allora mi ritraggo da loro! Spurgeon definì così l’opera del predicatore: «Conoscere la verità come deve essere conosciuta, amarla come deve essere amata e, quindi, proclamarla nello spirito adeguato e nelle sue giuste proporzioni». Egli disse ai suoi studenti: «Per essere predicatori efficaci dovete essere dei teologi illuminati». Inoltre, avvertì tutti affermando: «Coloro che non hanno riguardo alla dottrina cristiana sono, che se ne rendano conto o meno, i peggiori nemici della vita cristiana… perché la legna dell’ortodossia è necessaria al fuoco della pietà».

Due anni prima che morisse, Spurgeon disse: «Alcuni fratelli eccellenti sembra che si preoccupino più della vita che della verità, perché quando li avviso che il nemico ha avvelenato il pane dei figli, mi rispondono: “Caro fratello, ci dispiace udire una tale notizia. Per contrastare il male apriremo le finestre e daremo ai nostri figli dell’aria fresca”. Sì, aprite pure le finestre e date loro aria fresca in quantità…. Ma, allo stesso tempo, avendo fatto ciò, non lasciate che il veleno rimanga nel loro cibo. Fermate gli avvelenatori ed aprite anche le finestre! Se lasciate che tra voi ci siano uomini che predicano false dottrine, potete anche parlare all’infinito con l’intento di approfondire la vita spirituale dei credenti, ma non ci riuscirete mai». La verità dottrinale fu il fondamento e la sovrastruttura di tutte le fatiche di Spurgeon.

 

3. Perché fu un predicatore che confidò davvero nella Bibbia.

La verità che formò, guidò e determinò il suo ministero fu la verità biblica, che egli ritenne la verità di Dio. Alzando la sua Bibbia, esclamò: «Queste parole sono quelle di Dio…. Tu, o Libro di grande autorità, tu sei la proclamazione dell’Imperatore del cielo. Oh, non sia mai che io innalzi la mia ragione per contraddirti, questo è il Libro scevro da qualunque errore! Qui c’è la pura, inalterata e perfetta volontà! Perché? Perché l’ha scritto Dio!»

Quale differenza si noterà quando tale fedeltà risulta assente dai cuori dei predicatori e dei cristiani! Recentemente, sono stato a pranzo con un fratello che si lamentava dell’atmosfera della sua classe di Scuola Domenicale. La descrisse così: «Se qualcuno pone una domanda per animare la discussione e un altro legge un appropriato verso biblico, la classe risponde così: “Bene, adesso che abbiamo sentito cosa ne pensa Gesù, voi che cosa ne pensate?”». Quando quest’atmosfera comincia ad impadronirsi dei pulpiti e delle chiese, si verifica sempre un allontanamento dalla verità ed un decadimento nella santità di vita.

4. Perché fu un predicatore “conquistatore” di anime.

Quando Spurgeon entrò nella periodo della maturità, non c’era settimana in cui non si contassero delle anime salvate attraverso i suoi sermoni scritti. Insieme agli altri anziani della chiesa, era sempre “a caccia di anime” nella grande congregazione. «Un fratello» raccontò Spurgeon «si è guadagnato il titolo di “cane da caccia”, perché è sempre attento e corre dappertutto a raccogliere gli uccelli feriti».

Spurgeon non esagerava quando raccontava: «Ricordo, quando ho predicato in varie occasioni nello stesso luogo ed a volte anche qui, che la mia intera anima era in agonia per gli uomini. Ogni nervo del mio corpo era teso e mi sembrava che l’intero mio essere uscisse con le lacrime dai miei occhi, mentre scorrevano come fiumi nel desiderio di conquistare delle anime». Era letteralmente consumato dal desiderio di vivere per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

 

5. Perché fu un vero predicatore Calvinista.

Il Calvinismo di Spurgeon è quello che io condivido. Lasciate che vi dica perché il suo Calvinismo attirava cinquemila persone ogni settimana nella sua chiesa, piuttosto che cacciarle via. Spurgeon affermò: «Per me il Calvinismo significa mettere il Dio eterno prima di tutti e di tutto. Cerco di guardare ogni cosa attraverso la relazione che può avere con la gloria di Dio e perciò vedo Dio prima e in alto e l’uomo dopo e molto più in basso… Fratelli, se vivremo in comunione con Dio ci diletteremo nel sentirlo proclamare: “Io sono Dio e non ce n’è alcun altro”». Per Spurgeon i termini Puritanesimo, Protestantesimo e Calvinismo, sono semplicemente “poveri nomi che il mondo ha dato alla nostra grande e gloriosa fede che altro non è che la dottrina del Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo e dell’apostolo Paolo”.

Tuttavia, egli distingueva tra il pieno sistema che abbracciò ed alcune dottrine centrali ed evangeliche condivise da altri, con i quali amava avere comunione, come, ad esempio, la sua favorita: la dottrina della sostituzione di Cristo per i peccatori. Egli affermò: «Lungi da me il ritenere che all’interno delle mura di Sion vi siano solo dei cristiani Calvinisti e che non possano esserci altri salvati all’infuori di coloro che la pensano esattamente come noi». Disse ancora: «Tra gli evangelici in generale non faccio oltraggio a nessuno, e mi rallegro nel confessare che sento con certezza che possano esserci membri del popolo di Dio perfino nella chiesa di Roma». La sua comunione fu aperta a tutti i cristiani, ma, in riferimento al battesimo dei credenti, disse anche che avrebbe “rassegnato le sue dimissioni dal pastorato, piuttosto che ammettere alla comunione della chiesa qualcuno che non fosse ubbidiente al comandamento del Signore”. Le sue prime parole al Metropolitan Tabernacle, il locale che fece costruire e dove predicò per trent’anni, furono le seguenti: «Mi propongo che il soggetto del ministero in questo luogo di culto, fino a quando questo pulpito rimarrà in piedi e fino a quando vi saranno degli adoratori, sia la persona di Gesù Cristo. Non mi vergogno di definirmi Calvinista e non esito a confessare di essere Battista, ma se qualcuno mi chiede qual è il mio credo io rispondo: “Il mio credo è Gesù Cristo”».

Pertanto, egli fu, apertamente e senza alcuna vergogna, un Calvinista: «La gente viene da me per una cosa… le persone sanno che io predico loro un credo Calvinista ed una moralità Puritana. Questo è ciò che essi vogliono ed è quanto, in effetti, ricevono. Se qualcuno vuole qualcos’altro, dovrà andarsene altrove».

6. Perché fu un predicatore instancabile ed un “gran lavoratore”.

Se qualcuno vuole aiutarmi, consigliandomi come affrontare le avversità, non accetterò mai le parole di quegli uomini morbidi e comodi che mi suggeriscono di “non esagerare” o di “non lavorare troppo”. Non accetto assolutamente tali consigli!

Osserviamo insieme, più da vicino, la mole di lavoro compiuta da quest’uomo: «Nessuno può immaginare le fatiche e le preoccupazioni che devo sopportare… Devo seguire l’opera dell’orfanotrofio, gli impegni di una chiesa che conta quattromila membri, a volte ci sono matrimoni e funerali, i sermoni settimanali da correggere, la rivista “Sword and Trowel” da pubblicare e, oltre a tutto ciò, la media di cinquecento lettere ogni settimana a cui devo rispondere. Tutto ciò, ovviamente, è solo la metà dei miei impegni, poiché c’è un gran numero di chiese che sono state fondate da fratelli a me molto vicini con le quali siamo intimamente collegati, e non dico nulla dei casi difficili che mi vengono costantemente proposti». Al suo cinquantesimo compleanno fu letta una lista di ben sessantasei diverse organizzazioni che aveva fondato e che continuava a dirigere! Lord Shaftesbury, che era presente, affermò: «Questa lista di associazioni istituite dal caro fratello Spurgeon e curate da lui personalmente, sarebbero sufficienti per occupare le menti ed i cuori di cinquanta uomini comuni».

Generalmente, leggeva sei libri dei più sostanziosi ogni settimana, ed era in grado di ricordare esattamente ciò che aveva letto e dove era scritto. Scrisse più di centoquaranta libri, tra i quali spiccano opere come The Tresury of David, un commentario sui Salmi che impiegò vent’anni per completare; Morning and Evening, un libro di letture devozionali mattutine e serali per tutti i giorni dell’anno; Commenting on Commentaries, una guida ed una valutazione sui commentari dei libri della Bibbia reperibili al suo tempo; John Ploughman’s Talk, discorsi riguardanti argomenti pratici di sapienza popolare e Our Own Hymnbook, l’innario usato nel Tabernacolo. Spesso lavorava fino a diciotto ore al giorno! Una volta, il missionario David Livingstone gli chiese: «Ma come riesci a svolgere il lavoro di due persone in un solo giorno?». Al che Spurgeon replicò: «In effetti siamo in due a lavorare!». Credo che si riferisse alla potenza di Cristo che ci sostiene e ci permette di compiere l’opera che ci è stata affidata: «A questo fine mi affatico, combattendo con la sua forza, che agisce in me con potenza» (Colossesi 1:29). Siamo in due a lavorare!

Credo che l’atteggiamento infaticabile di Spurgeon verso il lavoro non sia molto popolare oggigiorno! Sembra che ciò che conti principalmente, e ciò che in effetti è ricercato, sia il benessere materiale e la tranquillità emotiva. Sentite come la pensava invece Spurgeon: «Se moriamo prima di avere raggiunto l’età media degli uomini a causa dell’eccessivo lavoro, consumati nel servizio del nostro Signore, allora sia gloria a Dio! Avremo di meno della nostra parte terrena e di più della parte celeste». E ancora: «È nostro dovere e nostro privilegio consumare le nostre vite per il nostro amato Signore Gesù Cristo! Non dobbiamo essere quel genere di campioni che si conservano gelosamente, ma sacrifici viventi la cui sorte è quella di essere consumati».

A fondamento di tali vedute radicali vi erano delle profonde convinzione bibliche che egli trasse dall’insegnamento dell’apostolo Paolo. Spurgeon espresse una di queste convinzioni nel modo seguente: «Riusciremo a produrre la vita in altri, solo mediante le nostre fatiche e le nostre lacrime. Questa è una legge valida tanto nelle cose naturali quanto in quelle spirituali: il frutto sarà prodotto dal seme solo se questo dà e si dà fino alla consunzione di sé». L’apostolo Paolo affermò: «Se siamo afflitti è per la vostra consolazione e salvezza» (II Corinzi 1:6), ed ancora: «La morte opera in noi, ma la vita in voi» (II Corinzi 4:12). Inoltre, era convinto che le sue sofferenze fossero il completamento di quelle di Cristo per amore della chiesa (Colossesi 1:24).

Un’altra convinzione radicale che fu alla base dello zelo pastorale di Spurgeon fu questa: «La soddisfazione per i risultati raggiunti sarà come il suono della “campana a morto” per il progresso del ministero. Nessuno potrà essere buono, se pensa di non poter essere migliore! Nessuno sarà santo, se pensa di essere già abbastanza santificato!» In altre parole, egli fu trasportato dalla passione, mai soddisfatto dalla misura della propria santità o dall’estensione del proprio servizio (Filippesi 3:12). Quando compì quarant’anni, alla conferenza dei pastori fece un discorso intitolato con una sola parola: «Avanti!», nel quale affermò: «Nella vita di ogni ministro devono esserci i segni del duro lavoro. Fratelli, fate qualcosa, fate qualcosa, FATE QUALCOSA! Mentre i comitati perdono tempo nel trovare un accordo per prendere delle decisioni, fate qualcosa! Mentre le società e le organizzazioni formulano le loro costituzioni, noi conquistiamo anime! Troppo spesso ci ritroviamo a discutere, discutere e discutere, mentre Satana se la ride… mettetevi all’opera e dimenticatevi di voi stessi». Sicuramente, il vocabolo “infaticabile” è stato coniato per gente della stessa tempra di Charles Spurgeon!

7. Perché fu un predicatore molto calunniato e che soffrì grandemente.

La settima ragione che qualifica Spurgeon per questo genere di studio è il fatto che conobbe l’intero campo delle avversità che la maggior parte dei predicatori devono affrontare, ed anche molte di più. Questo punto merita di essere maggiormente elaborato rispetto agli altri.

In primo luogo, Spurgeon conobbe quella varietà di frustrazioni e di delusioni quotidiane che ogni pastore subisce a causa dei membri tiepidi che sono presenti in ogni chiesa: «Avete fatto anche voi l’esperienza di essere ‘gelati’ da qualche individuo freddo come il ghiaccio che, proprio prima del culto, vi viene incontro per farvi sapere che la signora tal dei tali e tutta la sua famiglia sono offesi e che per questa ragione il loro posto è vuoto. Certamente, nessuno di noi vorrebbe venire a conoscenza della rimostranza di quella signora proprio prima di salire sul pulpito. Una cosa del genere non ci aiuta di certo».

Probabilmente, la frustrazione è ancora maggiore quando ciò avviene dopo il servizio: «Quanto possono essere crudeli certi membri di chiesa! Le loro osservazioni dopo il sermone possono essere tanto spietate da atterrarvi… Voi avete supplicato gli uomini parlando di questioni di vita o di morte e loro hanno contato quanti secondi è durato il sermone e si lamentano di quei cinque minuti in più del solito che avete lasciato passare». Peggio ancora, dice Spurgeon, se il puntiglioso ‘cronometrista’ è uno dei vostri diaconi: «Non lavorerai con un bue ed un asino aggiogati insieme! Questo era un precetto molto saggio, ma quando un ministro laborioso come un bue, si trova ad essere aggiogato ad un diacono che non è un altro bue, diviene difficile arare il terreno».

Oltre alle comuni avversità, Spurgeon conobbe anche calamità straordinarie che possono essere, giustamente, ritenute uniche. Il 19 ottobre del 1856, a causa della mancanza di spazio nella propria chiesa, predicò per la prima volta nella “Music Hall” dei “Royal Surrey Gardens”. La sala, capace di diecimila posti a sedere, era gremita di gente e vi si raccolse una folla di molto maggiore di quel numero. Ad un certo punto della riunione, qualcuno gridò “Al fuoco!” e un grande panico s’impadronì della gente. Sette persone ne rimasero uccise e molte altre gravemente ferite. A quell’epoca Spurgeon aveva ventidue anni e rimase sconvolto da una tale calamità. In seguito disse: «Probabilmente nessuno è mai giunto così vicino alla fornace ardente della follia ritornandone indenne». Tuttavia, non tutti sono concordi che tale esperienza lo abbia lasciato completamente indenne. Infatti, lo spettro di quella tragica sera continuò a tormentarlo per anni e un suo intimo amico e biografo scrisse: «A mio parere, per quanto ho potuto constatare, la sua morte precoce può essere attribuita, in una qualche misura, alla fornace delle sofferenze interiori che egli patì da quella tragica sera in poi».

Spurgeon sperimentò anche l’avversità delle sofferenze in famiglia. Aveva sposato Susanna Thompson l’8 gennaio dello stesso anno in cui si verificò la tragedia alla Music Hall. I suoi due gemelli nacquero proprio il giorno dopo, il 20 ottobre. La signora Susanna non poté più avere altri figli. Nove anni dopo, nel 1865, all’età di trentatré anni, divenne invalida e dal quel momento, fino a quando rimase vedova ventisette anni dopo, poté udire predicare suo marito assai di rado. Nel 1869, James Simpson, il padre della ginecologia moderna, tentò una delicata operazione, ma senza ottenere alcun risultato positivo. Così, a tutti gli altri pesi si aggiunsero anche quelli di una moglie invalida e dell’impossibilità di avere altri figli (sua madre ne aveva dati alla luce ben diciassette).

Inoltre, Spurgeon stesso fece l’esperienza di sofferenze fisiche insopportabili. Soffrì di gotta, reumatismi e del morbo di Bright (un’infiammazione ai reni). Ebbe il primo attacco di gotta nel 1869, all’età di trentacinque anni, e peggiorò progressivamente a tal punto che “almeno un terzo dei rimanenti ventidue anni del suo ministero li trascorse lontano dal Metropolitan Tabernacle: o nella sofferenza, o in convalescenza o per prevenire il ritorno della malattia”. In una lettera ad un amico scrisse: «Luciano (uno scrittore dell’antichità) disse: “Pensavo che un cobra mi avesse morso ed avesse riempito le mie vene di veleno, ma si trattava di qualcosa di peggiore: era la gotta”. So bene che solo chi ha sperimentato queste cose può esprimersi in questo modo». Per più di metà del suo ministero, Spurgeon dovette lottare contro dei dolori articolari che, sempre più frequentemente, lo tenevano lontano dal pulpito e dall’opera pastorale. Le stesse malattie, alla fine, furono la causa della sua morte che sopraggiunse all’età di cinquantasette anni, mentre si trovava in convalescenza a Mentone, in Francia.

Oltre alle sofferenze fisiche, Spurgeon dovette sopportare per tutta la vita la ridicolizzazione pubblica e la calunnia che spesse volte giungevano nei modi più offensivi. Nell’aprile del 1855, il giornale Essex Standard pubblicò un articolo che conteneva le seguenti parole: «Il suo stile è volgare, semplicistico e frammezzato a declamazioni… Tutti i più solenni misteri della nostra santa religione, da lui sono trattati in modo rude, rozzo ed empio. È un oltraggio al senso comune e disgustoso alla decenza! Le sue declamazioni sono alternate dai più grossolani aneddoti». L’Indipendent di Sheffield e Rotherham scrisse: «È un fuoco di paglia, una cometa che attraverserà velocemente l’atmosfera religiosa. È partito come un razzo e ricadrà a terra come un pezzo di legno».

Sua moglie raccolse in un ampio catalogo tutte le critiche che gli vennero mosse tra il 1855 e il 1856. Fu relativamente facile sopportarne alcune, ma non altre. Nel 1857 Spurgeon esclamò: «Spesso sono caduto sulle mie ginocchia con la fronte sudata a causa di qualche nuova calunnia nei miei confronti. In una di queste occasioni il mio cuore è giunto quasi a spezzarsi». I suoi colleghi nel ministero lo criticarono da destra e da sinistra. A Londra, da sinistra, Joseph Parker scrisse: «Spurgeon è completamente privo di benevolenza intellettuale. Se la gente vede le cose come le vede lui, allora è considerata ortodossa; se le vede diversamente, allora è eterodossa, corrotta ed incapace di guidare le menti di studenti e di coloro che cercano consiglio. Egli è di un egoismo superlativo. Non di quel genere di egoismo timido, puerile e riservato, ma di quel tipo, così sviluppato, prepotente e sublime che pretende i primi posti come se gli spettassero di diritto. Gli unici colori che Spurgeon riesce a scorgere sono il bianco e il nero». Dall’altra parte, da destra, l’ipercalvinista James Wells scrisse: «Per quanto mi riguarda dubito fortemente della realtà e dell’autenticità della sua conversione».

Le battaglie della sua vita raggiunsero l’apice nella cosiddetta “Downgrade Controversy”, in cui Spurgeon combatté, senza riuscire a vincere, per conservare l’integrità dottrinale della comunione delle chiese Battiste chiamata “Unione Battista”. Nell’ottobre del 1887 si ritirò dall’Unione e, nel seguente mese di gennaio, fu pubblicamente e ufficialmente censurato da un voto dell’Unione stessa a causa del modo in cui si oppose. Otto anni prima aveva detto: «Gli uomini non possono dire di me peggio di quanto abbiano già detto. Sono stato contraddetto in tutto e le mie parole sono state travisate fino all’estremo. La mia reputazione è già stata compromessa e nessuno, ormai, può danneggiarmi ulteriormente…». Ci ha lasciato un esempio di questo genere di distorsioni e travisamenti che furono tipici della Downgrade Controversy: «In questa controversia mi sono riferito di rado alla dottrina delle pene eterne, ma il “pensiero moderno” la richiama continuamente in tutte le occasioni, rivoltandola sottosopra e mettendone dinanzi a noi l’aspetto sbagliato». Ma anche se generalmente apparisse forte e aspro, la sofferenza lo sopraffece mortalmente. Nel maggio del 1891, otto mesi prima di morire, disse ad un amico: «Addio; non ci rivedremo più. Questa controversia mi sta uccidendo».

L’ultima avversità che consideriamo è quella da cui derivarono tutte le altre: la continua battaglia che dovette sostenere contro la depressione. Non risulta facile immaginarsi quest’uomo di grande cultura, eloquente, brillante, pieno di energia, scoppiare a piangere come un bambino senza alcuna ragione apparente. Nel 1858, all’età di 24 anni, gli accadde per la prima volta. Egli stesso racconta: «Il mio spirito era così abbattuto che ho pianto come un bambino per più di un’ora. Eppure, non sapevo per quale ragione stessi piangendo». Spurgeon disse ai suoi studenti: «Non si può ragionare contro questo genere di depressione immotivata. Nemmeno la dolcezza dell’arpa di Davide può respingerla! È una lotta contro una disperazione informe, indefinita ed incomprensibile, ma che, tuttavia, ti avvolge e ti penetra… Questo lucchetto di ferro che così misteriosamente serra la porta della speranza ed incatena il nostro spirito nella prigione tenebrosa, può essere spezzato solo dalla mano di Dio».

Egli considerò la sua depressione come “l’aspetto peggiore di sé”. «Lo scoraggiamento» disse «non è una virtù, bensì un vizio. Mi vergogno di me stesso quando vengo meno di fronte ad esso. Sono certo che non vi sia alcun altro rimedio contro di esso oltre che una santa fede in Dio».

 

Come riuscì Spurgeon a resistere?

 

A dispetto di tutte queste sofferenze e persecuzioni, Spurgeon perseverò fino alla fine e fu in grado di predicare potentemente fino all’ultima volta: al Tabernacolo, il 7 Giugno del 1891. Così la domanda che dobbiamo porci considerando la vita e l’opera di quest’uomo è: «Come riuscì a perseverare ed a predicare in mezzo a tutte queste avversità?» La vita di Spurgeon ci mostra quali sono le molteplici risorse della grazia, le quali sono capaci di sostenerci nelle prove più tremende. La sapienza delle sue strategie, dimostrata in mille battaglie, fu molto profonda.

1. La fede che Dio è sovrano sulla depressione.

Consideriamo, per prima cosa, lo scoraggiamento e la depressione. Se questi avversari possono essere sconfitti, allora tutte le altre forme di avversità che li sostengono saranno uccise con loro! Spurgeon considerò la propria depressione come il disegno di Dio per il bene del suo ministero e per la gloria di Cristo. Ogniqualvolta si presentavano delle afflizioni, egli si tenne saldamente legato alla fede nella sovranità di Dio. Fu proprio questa fede, più di ogni altra cosa, che fece sì che non precipitasse nel sepolcro delle avversità che la sua vita gli aveva scavato. Egli disse: «Il solo pensiero di dover subire un’afflizione che non è stata mandata da Dio, che il calice amaro non è stato riempito dalla sua mano, che le mie prove non sono state stabilite secondo il suo consiglio, sarebbe per me un peso che non sarei in grado di sopportare». Questo è l’esatto contrario di quanto il pensiero contemporaneo afferma, perfino in ambienti evangelici, dove si trascurano le implicazioni dell’infinità di Dio. Se Dio è Dio, non solo conosce ciò che avverrà, ma lo sa perché egli lo ha disegnato e stabilito. Per Spurgeon questa prospettiva teologica non fu primariamente un argomento da dibattere ma, semplicemente, uno strumento di sopravvivenza.

Le nostre afflizioni sono la terapia di un Medico infinitamente saggio. Egli disse ai suoi studenti: «Mi permetto di affermare che la più grande benedizione terrena che Dio possa concederci è la salute, con l’eccezione della la malattia!  Se alcune persone che conosco potessero beneficiare di un solo mese di reumatismi, tale esperienza, per la grazia di Dio, li plasmerebbe meravigliosamente». Anche se temette le sofferenze e ne avesse fatto volentieri a meno, affermò: «Temo che la grazia che sono riuscito a cogliere nei miei momenti migliori, nei tempi di serenità e nelle ore felici, sia veramente poca cosa. Ma il bene che ho ricevuto dai dolori, dalle sofferenze e dai travagli patiti è incalcolabile… L’afflizione è il miglior pezzo d’arredamento della mia casa! È il libro migliore che possa esserci nella libreria di un ministro…».

Spurgeon vide tre scopi specifici per i quali Dio lo fece lottare contro la depressione. Il primo era il medesimo causato dalla “spina nella carne” dell’apostolo Paolo (II Corinzi 12:7). In questo modo il Signore insegna ai suoi figli ad umiliarsi. Spurgeon affermò: «Non per potenza, né per forza, ma per lo spirito mio, dice il Signore degli eserciti! Gli strumenti saranno usati, ma la loro intrinseca debolezza sarà manifestata chiaramente, in modo che non ci sia diminuzione della gloria e dell’onore dovuto al Grande Artefice… Coloro che vengono onorati dal loro Signore in pubblico, generalmente devono sopportare delle umiliazioni nel segreto, o sono costretti a sopportare prove particolari. Così, in nessun modo, essi potranno innalzarsi e cadere nel laccio del diavolo».

Il secondo degli scopi divini della propria depressione fu quello di sperimentare un’inattesa potenza nel proprio ministero: «Nel giorno del Signore, la mattina, predicai dal testo “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e, anche se non lo dissi, in effetti predicai la mia esperienza. Potevo sentire il tintinnio delle mie catene mentre predicavo ai miei compagni di prigione, nelle tenebre! Tuttavia, non ero in grado di spiegare le ragioni per cui mi trovassi in un tale orribile terrore di morte, del quale io stesso mi sentivo colpevole. Il lunedì sera seguente venne a trovarmi un uomo che aveva impressi sul volto tutti i segni della disperazione. Aveva i capelli arruffati e gli occhi che sembravano voler schizzare fuori dalle orbite. Mi disse, dopo avere scambiato qualche frase: “In tutta la mia vita, non avevo mai udito parlare qualcuno che conoscesse così bene il mio cuore. Avete descritto la mia condizione in un modo perfetto e avete predicato come se vi trovaste all’interno della mia anima”. Per grazia di Dio salvai quell’uomo dal suicidio e lo condussi alla luce e alla libertà del Vangelo, ma mi resi conto che non avrei potuto farlo se io stesso non fossi stato nella medesima prigione nella quale si trovava quell’uomo. Fratelli, vi ho raccontato questa storia perché, a volte, non riusciamo a comprendere le nostre esperienze e potrebbe succedere che qualche persona ‘santissima’ ci giudichi negativamente a causa di ciò che ci accade. Ma che ne sanno costoro cosa significhi essere servi di Dio? Voi ed io dovremo soffrire molto per il popolo che dobbiamo pascere… Potreste trovarvi nelle tenebre d’Egitto e meravigliarvi del perché un tale spavento si sia abbattuto su voi; eppure, vi accorgerete che state perseguendo lo scopo della vostra chiamata e che lo Spirito Santo vi sta conducendo per quella via affinché possiate simpatizzare con altri che si trovano nella medesima condizione di abbattimento».

Il terzo degli scopi divini della sua depressione fu ciò che egli stesso definì come “un segno profetico per il futuro”. Queste considerazioni hanno incoraggiato molto anche me nelle mie difficoltà. Spurgeon racconta: «Questa depressione mi piomba addosso ogniqualvolta il Signore sta preparando una benedizione ancora più grande per il mio ministero. Le nubi sono nere e minacciose prima di riversare un diluvio di grazia! La depressione è diventata come un profeta coperto da rozzi abiti, come un Giovanni battista che preannuncia la prossima venuta delle ricche benedizioni divine». Vorrei affermare, insieme a Spurgeon, che nelle ore più oscure della mia vita è stata proprio la sovrana bontà di Dio a fornirmi la forza di andare avanti. La verità incrollabile che il Signore governa sovranamente tutte le mie circostanze facendole cooperare al mio bene è il fondamento della mia vita.

2. Un uso adeguato del riposo e della natura.

Spurgeon accompagnò, in modo molto pratico, la sua strategia teologica di sopravvivenza con i mezzi naturali messi a disposizione da Dio per il nostro bene: il riposo e la natura. Unitamente alle esortazioni a spendere e ad essere spesi per amore del Signore, egli ci consiglia di riposare e di prenderci un giorno di libertà ogni settimana affinché possiamo godere delle virtù guaritrici che Dio ha posto nella natura che è intorno a noi.

Spurgeon sostiene che siccome “il nostro giorno del riposo è un giorno di fatiche, se non ci riposeremo in un altro giorno della settimana crolleremo”. Eric Hayden ci ricorda che Spurgeon “quando era possibile, si riposava il mercoledì”. Spurgeon stesso consigliò i suoi studenti: «È saggio prendersi, di tanto in tanto, qualche giorno di riposo. A lungo andare faremo di più abituandoci a fare, qualche volta, di meno! Avanti, avanti e avanti continuamente senza alcuna interruzione può andar bene per spiriti che sono già stati liberati da questa stanca argilla, ma fino a quando dimoreremo in questa tenda sarà necessario, di tanto in tanto, fermarsi per servire il Signore mediante una santa inattività e un riposo consacrato. Che nessuna delle coscienze più sensibili abbia alcun dubbio sulla liceità di liberarsi, per qualche tempo, del proprio giogo». Posso testimoniare personalmente che le quattro settimane straordinarie di riposo che la chiesa mi ha concesso l’estate scorsa, sono stati giorni cruciali che mi hanno permesso di respirare un’aria spirituale del tutto differente.

Quando accantoniamo per un po’ le pressioni dei nostri impegni, Spurgeon ci raccomanda di approfittare della bontà dell’aria di campagna e della bellezza della natura. Egli confessò che “le abitudini sedentarie tendono a portarci allo scoraggiamento… specialmente nel corso dei mesi nebbiosi e cupi”. Inoltre, disse che “una boccata d’aria marina o una breve passeggiata con il vento che ci soffia in faccia non potranno conferire grazia all’anima, ma forniranno ossigeno al corpo che è anch’esso un gran bene”.

Mi rivolgo adesso in modo speciale ai pastori più giovani. Sto per concludere il mio quindicesimo anno come pastore della chiesa “Bethlehem” ed ho appena celebrato il mio quarantanovesimo compleanno. Ho osservato con attenzione il mio corpo e la mia anima nel corso di questi anni ed ho notato alcuni cambiamenti. In parte sono dovuti al cambiamento delle circostanze, ma in parte anche al cambiamento della mia stessa costituzione fisica. Ad esempio, non sono più in grado di mangiare come prima senza appesantirmi ed ingrassare, perché il metabolismo del mio corpo non è più quello di prima.

Inoltre, sono molto meno capace di recuperare la mia stabilità emotiva quando perdo sonno. Per anni ho potuto lavorare con energia e grande spirito d’iniziativa senza dare troppo peso al riposo, ma oggi le cose sono cambiate. Negli ultimi sette o otto anni la mia capacità di resistere allo scoraggiamento si è molto ridotta. Per me, adesso, la giusta quantità di riposo non è più una questione necessaria per mantenere una buona salute, ma è una questione essenziale per potere rimanere nel ministero!

Anche se sembra irragionevole che il futuro possa apparire più nero solo perché per qualche giorno di seguito dormiamo soltanto quattro o cinque ore, ciò è quanto accade e noi dobbiamo attenerci ai fatti. Vi raccomando di dormire abbastanza, secondo le vostre esigenze, perché anche questo vi permetterà di appoggiarvi su Dio e sulle sue promesse. Spurgeon diceva bene, quando affermò: «Bisogna fare attenzione alla condizione del proprio corpo… un po’ di buon senso in più sarebbe un gran guadagno per alcuni che sono ‘ultra spirituali’ e attribuiscono tutti i moti del loro animo e i loro sentimenti a cause soprannaturali quando, invece, le cause reali sono molto più comuni e umane! Non è forse vero che, spesso, si è scambiata una dispepsia con lo sviamento e una cattiva digestione è stata confusa con l’indurimento del cuore?»

 

3. Preghiera e meditazione.

Spurgeon nutrì costantemente la propria anima mediante la comunione con Cristo attraverso la preghiera e la meditazione. Il libro di John Owen intitolato Communion with God ha nutrito il mio cuore continuamente quando la mia anima si domandava: «Può il Signore imbandire una mensa nel deserto?»

Spurgeon poneva grande attenzione alla propria condizione spirituale ed esortava i suoi studenti a fare altrettanto: «Non trascurate mai di alimentare la vostra anima, altrimenti verrete meno per la debolezza dovuta alla mancanza di nutrimento. Saziatevi delle sostanziose dottrine della grazia e vincerete mettendo fuori gioco coloro che si dilettano con le diete leggere del ‘pensiero moderno’».

Una delle ragioni per cui Spurgeon fu così ricco nel suo linguaggio, pieno di sostanza dottrinale e forte nello spirito a dispetto della depressione, delle malattie e delle lotte che dovette sostenere, è che egli era costantemente immerso in qualcuno dei libri di grande valore che riempivano gli scaffali della sua libreria. Pensate: ne leggeva sei ogni settimana! Noi non potremo raggiungere quel numero, ma ciò che possiamo fare è camminare sempre insieme a qualcuno dei grandi “veggenti” di Dio. Nell’ultimo anno della mia vita ho fatto molta strada insieme al predicatore Puritano John Owen e, lentamente e gradualmente, mi sono sentito rinvigorito mediante una più profonda comprensione della realtà di Dio.

Spurgeon c’insegna che lo studio della teologia è benefico quando promuove una reale comunione con Cristo: «Soprattutto, alimentate la fiamma mediante un’intima comunione con Cristo. Nessuno può essere freddo nel proprio cuore se vive con Gesù come anticamente fece Giovanni o Maria… Non ho mai incontrato un predicatore tiepido tra coloro che vivono costantemente in comunione con il Signore Gesù Cristo». In molte occasioni Spurgeon dimostrò di godere una comunione con Dio caratterizzata da quella semplicità tipica dei bambini. Su questo argomento egli non parla mai in modo complesso, strano o mistico. In effetti, la sua vita di preghiera sembra che sia più pratica che contemplativa: «Quando prego mi presento a Dio proprio come quando devo recarmi in banca a riscuotere un assegno. Vado allo sportello, metto l’assegno davanti all’impiegato, ritiro il contante e vado a fare il mio lavoro. Non mi sono mai trattenuto in una banca per cinque minuti dopo avere scambiato i miei assegni per chiacchierare con gli impiegati; quando ho ottenuto ciò che desideravo, sono andato via per sbrigare altre faccende. C’è un modo di pregare che mi da l’impressione che chi lo compie, in realtà, non faccia altro che poltrire nei pressi del trono della grazia senza avere alcuna ragione valida per cui trovarsi là».

Un tale atteggiamento potrebbe non apparire esemplare; anzi, paragonare Dio ad un “impiegato di banca” piuttosto che ad una “sorgente di montagna” può sembrare irriverente verso il Signore. Tuttavia, è errato ritenere che questa modo di fare ‘commerciale’ di Spurgeon sia qualcosa di diverso di una comunione con Dio Padre semplice e spontanea come quella di un fanciullo. La più toccante descrizione della sua comunione con Dio che io abbia letto risale al 1871, un periodo in cui stava soffrendo tremendamente di gotta: «Quando, qualche mese fa, fui colpito da dolori di una tale intensità da non poterli sopportare senza lamentarmi continuamente, chiesi a tutti i presenti di uscire dalla stanza e di lasciarmi solo. In quella circostanza non ebbi nient’altro da dire se non queste parole: “Tu sei mio Padre ed io sono tuo figlio. Tu sei un Padre benigno e pieno di misericordia. Io non posso sopportare di vedere mio figlio soffrire come tu mi stai facendo soffrire e se lo vedessi tormentato come me, farei tutto ciò che è in mio potere per aiutarlo e lo prenderei in braccio per sostenerlo. Nasconderai ancora il tuo volto da me Padre mio? Aggraverai ancora le tua mano su me senza mostrarmi nemmeno un po’ della luce della tua presenza?”… Così, dopo aver supplicato il Signore ed essermi permesso di parlare in questo modo, non appena mi acquietai tutti tornarono nella stanza e mi guardarono. Da quel momento in avanti non ho mai più avuto dolori della stessa intensità, perché Dio ha ascoltato la mia preghiera. Ringrazio il Signore e lo benedico perché provai un grande sollievo e quei dolori terribili non tornarono mai più». Questa è la comunione che dobbiamo avere con Dio se vogliamo essere in grado di predicare tra le avversità.

4. Lo sguardo rivolto all’eternità.

Spurgeon riaccendeva il suo zelo e la sua passione per la predicazione fissando lo sguardo sull’eternità. Egli non desiderava che la sua fedeltà fosse ricompensata immediatamente. L’apostolo Paolo comprese che il nostro uomo esterno si disfa e decade; ciò che lo sostenne fu la ferma certezza che l’afflizione momentanea stava producendo per lui un grande ed eterno peso di gloria. Pertanto egli aveva lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono (II Corinzi 4:16-18). La stessa cosa fece Spurgeon. In occasione della conferenza pastorale annuale esclamò: «O fratelli presto dovremo morire! Oggi ci vediamo gli uni gli altri in buona salute, ma presto verrà il giorno in cui altri ci vedranno pallidi nella nostra bara… In quel momento non sarà importante chi e quanti verranno a vederci, bensì il modo in cui abbiamo compiuto la nostra opera nel corso della vita».

Quando i nostri cuori vengono meno e il nostro zelo per la predicazione s’intiepidisce, allora Spurgeon ci richiama: «Meditate profondamente e solennemente sul destino dei peccatori perduti… Sbarazzatevi di tutte quelle concezioni delle pene dei dannati che vorrebbero farle apparire meno terribili e che annullano l’ansietà che bisogna possedere per salvare le anime immortali dal fuoco inestinguibile… Meditate molto anche sulla beatitudine delle anime salvate e, come il pio Richard Baxter, traete ricchi incoraggiamenti meditando sul “riposo eterno dei santi”… Non vi accadrà mai di cadere in letargo se avrete continuamente davanti ai vostri occhi le realtà eterne».

Quando era maltrattato Spurgeon guardava molto lontano. In relazione alla cosiddetta “Downgrade Controversy” disse: «Dobbiamo considerare la posterità. Io non guardo solamente alle cose che accadono oggi, ma le considero alla luce di ciò che comporteranno nell’eternità. Per quanto mi riguarda sono pronto ad essere divorato dai cani durante i prossimi cinquant’anni, ma il futuro più distante mi darà ragione. Mi sono comportato onestamente al cospetto del Dio vivente. Fratelli miei, fate lo stesso». Per continuare a predicare tra avversità burrascose dovremo guardare molto oltre la crisi ed i sentimenti del momento. Bisogna che volgiamo lo sguardo a ciò che la storia dirà di noi e della nostra opera e, soprattutto, a come Dio ci giudicherà nell’ultimo giorno.

 

5. Pace della coscienza.

Un’altra ragione che permise a Spurgeon di perseverare a predicare tra le avversità fu la sua consapevolezza della propria identità che gli permise di non lasciarsi paralizzare dalle critiche che arrivavano dall’esterno né da congetture irragionevoli che provenivano dall’interno. Uno dei più grandi pericoli che corrono coloro che sono sottoposti costantemente a critiche è la tentazione di essere diversi da ciò che in effetti sono. Infatti, un credente umile desidererà sempre essere una persona migliore di quella che è. Ma in tutto ciò c’è il grande pericolo di fare naufragio nel mare del dubbio confondendosi sulla propria identità, perdendo il senso di chi siamo realmente e non potendo più esclamare come Paolo di essere ciò che siamo “per la grazia di Dio ” (I Corinzi 15:10).

Spurgeon avvertì fortemente questo pericolo. In riferimento ai paragoni che spesso si fanno, egli ricordò ad altri pastori che nell’ultima cena furono impiegati un calice per il vino e una bacinella per lavare i piedi. Quindi disse: «Io non posso decidere se essere calice o bacinella. Sarò lieto di essere tutto ciò che Dio vuole che io sia, purché egli mi usi… Allo stesso modo voi, cari fratelli, potete essere calice o bacinella, ma che il calice sia calice e la bacinella, bacinella e ciascuno di noi ciò che è adatto ad essere! Fratelli, siate voi stessi, perché se non sarete voi stessi non potrete essere nessun altro e così, è logico, non sarete nessuno… Non siate dei semplici ‘copisti’, gente che prende a prestito, saccheggiatori dell’opera altrui. Dite ciò che Dio dirà a voi e ditelo a modo vostro e, quando l’avrete detto, pregate affinché la benedizione divina riposi su quanto avete fatto». Ed io vorrei aggiungere, pregate affinché il sangue di Cristo possa purificare le vostre opere, poiché perfino i nostri pensieri e le nostre azioni migliori non sono esenti da imperfezione e corruzione. Tuttavia, il peso di questa verità non deve paralizzare il predicatore a causa del timore che può incutere l’uomo o di dubbi intorno a se stesso.

Undici anni dopo, nel 1886, Spurgeon batté sulla medesima incudine: «Fratelli, siate coerenti al piano stabilito da Dio per voi! Un uomo potrebbe essere uno splendido predicatore dalla parlata schietta e spontanea, perché dovrebbe rovinarsi per coltivare uno stile ornato?… Apollo ha il dono dell’eloquenza, perché dovrebbe copiare il rozzo Cefa? Ognuno sia ciò che è».

Con il suo modo di lottare, Spurgeon c’insegna come passare al contrattacco delle critiche. Durante la Downgrade Controversy, per un certo tempo cercò di adattare il suo linguaggio ai giudizi negativi degli altri, ma giunse il tempo in cui decise di essere solo se stesso: «Siccome ho scoperto che è impossibile compiacere tutti, lasciate che vi dica e faccia ciò che ritengo opportuno. Quando tutto ciò che dite offende continuamente, allora si diviene alquanto indifferenti. Ho osservato che quando ho misurato le mie parole e soppesato attentamente le mie espressioni ne ho offesi tanti, mentre alcune delle mie espressioni più forti sono passate del tutto inosservate. Per questa ragione l’unica cosa che mi preoccupa è che le mie parole siano giuste e vere, del resto non m’importa più di tanto di come saranno ricevute».

Se vogliamo sopravvivere e continuare a predicare in mezzo ad aspre controversie, allora deve esserci un punto in cui, avendo fatto del nostro meglio per valutare quanto ci viene imputato ed avendolo fatto di cuore, alla fine dobbiamo concludere che “per grazia di Dio siamo quel che siamo”. Con l’aiuto di Dio dobbiamo porre fine a tutte quei continui e devastanti dubbi su noi stessi che cercano di distruggerci l’anima.

6. Fiducia nella vittoria di Cristo.

Infine, la forza per andare avanti e continuare a predicare tra le avversità e gli ostacoli, Spurgeon la ricevette dalla sua assoluta certezza del sovrano trionfo di Cristo. Nel 1890, quasi alla fine della sua vita, rivolgendosi ancora ai pastori in occasione della conferenza, egli paragona l’eclissi della verità ad una marea decrescente: «Non è possibile incontrare un vecchio lupo di mare che ha paura perché la marea continua a decrescere da quattro ore. No! Egli è fiducioso perché sa bene che al momento giusto tornerà a salire… Così non porremo mai nemmeno come ipotesi che il Vangelo possa essere sconfitto ed eternamente spazzato via dal mondo. Noi serviamo un Signore onnipotente… Se egli battesse solamente il suo piede, potrebbe conquistare tutte le nazioni a sé e farebbe sparire tutto il paganesimo, l’Islamismo, l’agnosticismo, il “pensiero moderno” e ogni altra follia degli uomini! Chi potrà sconfiggerci se seguiamo Gesù? Come potrà essere sconfitta la sua causa? Al suo volere, i convertiti accorreranno in massa alla verità, numerosi come la rena del mare… Pertanto, state di buon animo e continuate a camminare per la vostra strada lodando Dio e predicando la sua Parola!»

 

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