CORPO E SANGUE: IL SIGNIFICATO DELLA CENA DEL SIGNORE

«Il calice della benedizione che benediciamo, non è la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è la comunione col corpo di Cristo? Siccome vi è un unico pane, noi, che siano molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane» (1 Corinzi 10:16-17).

L’Apostolo Paolo sentì la necessità di chiarire ai Corinzi il significato della Cela del Signore, che era, oltre al battesimo, l’unico atto simbolico della Chiesa Cristiana primitiva. La stessa necessità ii sente oggi quando si passa, nell’ambito generale della Cristianità — cioè nell’ambito di coloro che si professano cristiani, pur senza necessariamente esserlo di fatto — dal sacramentalismo cattolico-romano, che fa di questa celebrazione un atto quasi magico e dei suoi ministri una specie di sacerdoti dagli straordinari poteri, nonostante le varie giustificazioni della teologia moderna, d’estremismo di qualche denominazione protestante che scoraggia l’uso di questo rito come qualcosa di inutile.

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Qui non abbiamo l’intenzione di difendere la celebrazione della Cena del Signore, che del resto non ha bisogno essere difesa, essendo questa una delle dottrine più chiare del Nuovo Testamento, quanto piuttosto di metterne luce tutto il suo complesso significato. Per questo prendiamo come guida del nostro studio il passo della lettera Corinzi, che abbiamo citato all’inizio.

Innanzi tutto, bisogna precisare che secondo la mentalità ebraica «corpo e sangue» significava tutta la persona umana e non ne connotava semplicemente l’aspetto fisico. Quando Gesù parlava dell’offerta del Suo corpo e del Suo sangue, si riferiva sempre all’offerta di tutto Sé stesso al Padre per la redenzione dell’umanità (vedi Luca 22:19-20).

Scendendo ora a dettagli, nel passo citato si parla del «calice della benedizione». Questo è un chiaro riferimento al rito della Pasqua ebraica, in cui si ringraziava Iddio per la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Si «benediva» il Signore, cioè si ringraziava per tutto ciò che Egli aveva fatto, poiché nell’idea di benedizione era inclusa quella di ringraziamento.

Trasferendo quest’idea alla celebrazione della Santa Cena, i cristiani, secondo il comando di Cristo, benedicono, cioè ringraziano, come comunità, Iddio per la redenzione dalla schiavitù del peccato e della morte. Si tratta di un atto solenne ed ufficiale che il Signore ha voluto e che noi non abbiamo alcun diritto di omettere o comunque alterare nel suo significato.

La seconda parola molto importante nel nostro testo è «comunione». Quando si parla di comunione con il «corpo ed il sangue» di Cristo, secondo la spiegazione che abbiamo dato all’inizio, si parla di comunione con la persona di Cristo. Naturalmente questa comunione non è effettuata dal rito stesso, che è solo simbolo di una realtà che già ci deve essere, così come la stretta di mano di due amici non crea l’amicizia, ma piuttosto la suggella, la manifesta esteriormente. Il Signore, che conosce la natura umana, ha voluto che vi fosse anche un rito esteriore, che però è solo segno di una realtà spirituale.

La comunione con lo stesso Cristo, comporta necessariamente la comunione tra loro di tutti quelli che partecipano alla Santa Cena. Si tratta quindi di un atto molto impegnativo, in cui, se non si è sinceri, si rischia di essere degli ipocriti della peggiore specie, come mette in chiaro lo stesso Apostolo nel capitolo 11.

Un altro aspetto della Cena del Signore è quello della «commemorazione»: «Fate questo… in memoria di me» (1 Corinzi 11:25). Noi ricordiamo solennemente il sacrificio di Cristo per i nostri peccati. Non è però il nostro un ricordare sterile — o almeno non dovrebbe esserlo — come non sarebbe dovuto esserlo per gli Ebrei, ma ci spinge alla gratitudine e alla consacrazione, a nostra volta, a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro unico Sommo Pontefice.

Inoltre la Cena del Signore è un banchetto, simbolo del patto tra Dio e noi per il sangue di Cristo. Infatti nell’Anti o Testamento normalmente un banchetto suggellava un patto, un accordo. Leggiamo infatti nel libro dell’Esodo che dopo che Dio ha stipulato il patto con Israele, Mosè, Aronne, Nadab, Abihu e settanta anziani «salirono e videro l’iddio d’Israele. Sotto i Suoi piedi c’era come un pavimento lavorato in trasparente zaffiro e simile, per limpidezza, al cielo stesso. Ed Egli non mise la mano addosso a quegli eletti tra i figliuoli d’Israele; ma essi videro Iddio, e mangiarono e bevvero» (Esodo 24:9-11). Si trattò evidentemente di un banchetto che suggellava il patto ed in cui si prende va occasione per rigioire per l’accordo stipulato.         _

Infine la Santa Cena è anche simbolo ed anticipo del grande convito del Regno di Dio. Questa era un’idea comune al tempo di Gesù, tanto che una volta tra coloro che ascoltavano i Suoi insegnamenti vi fu uno che esclamò: «Beato chi mangerà del pane nel Regno di Dio». Gesù allora, prese da questo lo spunto per narrare la nota parabola del convito (Luca 14:15).

Il simbolo del banchetto messianico ci porta spontaneamente a pensare alla seconda Venuta di Cristo, segno che ormai la presente epoca sta per terminare e si sta per inaugurare l’epoca del Regno di Dio giunto alla sua perfezione.

Da tutto questo dobbiamo renderci conto della straordinaria ricchezza simbolica della Cena del Signore ed approfittare di questo mezzo che Egli ha voluto mettere a nostra disposizione per crescere nella vita cristiana. Cerchiamo di comprendere sempre meglio quello che facciamo ogni qual volta prendiamo parte a questa celebrazione, disponendoci ad essa degnamente, onde non sia per noi l’ammonimento dell’Apostolo Paolo: «Chiunque mangerà il pane o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore. Or provi l’uomo sé stesso, e così mangi del pane e beva del calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve il proprio giudizio, se non discerne il corpo del Signore» (1 Corinti 11:27-29).

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