IL MATRIMONIO (Consigli ai giovani.)

Prefazione

Capitolo 1 – Prima del Matrimonio

Capitolo 2 – Il Fidanzamento

Capitolo 3 – Il Marito nel Matrimonio

Capitolo 4 – Doveri di un Marito

Capitolo 5  – Problema Sessuale

Capitolo 6 – Debolezza Femminile

Capitolo 7 – La Prole e la Santità del Matrimonio

 Prefazione

Questo volumetto si propone uno scopo modestissimo: sospingere i giovani allo studio delle Scritture affinché soltanto esse siano guida e consiglio nel problema del matrimonio.

Prevedo che questo studio darà ai giovani una visione più larga e soprattutto più impegnativa del matrimonio, ma questa eventualità non deve essere motivo di rammarico per nessuno.

Soltanto il ” matrimonio cristiano ” contiene in se stesso il germe di una felicità che trascende i sensi ed il tempo e quindi è indispensabile che ogni giovane, ogni marito sappiano riconoscere la necessità della luce di Dio per la propria vita coniugale. Raccomando questo opuscolo alla benevolenza dei lettori accompagnandolo con una esortazione:

Giovani, accettate il consiglio di Dio per la vostra vita matrimoniale; amate teneramente le vostre mogli; curatele affettuosamente assieme alle vostre famiglie; fate delle vostre case altrettanti altari di adorazione di Dio perché soltanto per questo sentiero voi potrete ricevere il bene prezioso che è contenuto in una moglie e in una famiglia.

Dio vi benedica nel vostro matrimonio e nella vostra vita.

Roberto Bracco

PRIMA DEL MATRIMONIO

(Genesi. 1:28; I Timoteo. 5:6; Tito 2:6, 7)

Un giovane cristiano ha di fronte al matrimonio delle precise responsabilità che gli derivano dalla sua professione di fede e che sono quindi in relazione alla volontà divina espressa dalle Scritture.

Egli ha una responsabilità verso Dio; una responsabilità verso la comunità; una responsabilità verso le giovani sorelle che avvicina .ed anche una responsabilità verso se stesso.

In conseguenza di queste sacre responsabilità, il giovane cristiano è chiamato a vivere nella più profonda purità e a condurre una vita prematrimoniale rigorosamente sana. Egli deve far risplendere la luce della verità e della santità, deve essere di reale edificazione cristiana e, soprattutto, deve conservare se stesso nell’integrità e nella correttezza senza mai essere motivo di turbamento o di peccato nell’ambiente giovanile che frequenta.

Le giovani sorelle devono essere sempre oggetto del più profondo rispetto spirituale e sociale e quindi le conversazioni, le relazioni o le imprese comuni fra giovani di sesso opposto devono essere caratterizzate dalla più castigata castità.

Il giovane cristiano non si deve mai permettere di oltrepassare questo limite e in conseguenza non deve mai pronunciare parole o compiere azioni che potrebbero essere licenze indiscrete o inopportune.

Coloro che assumono pose audaci e provocatorie e si servono della parola o delle circostanze per «corteggiare » con frivola leggerezza tutte le fanciulle con le quali stringono relazione, si macchiano di colpa di fronte a Dio e si assumono, per intero, il peso delle conseguenze dichiarate dalla Bibbia: « Chi rompe la chiusura il serpente lo morderà ».

Le più crude manifestazioni di peccato e di carnalità purtroppo nascono dal seme di una parola galante ed il giovane che esce dal sentiero della vera spiritualità si avvia sempre in quello della carnalità più insana. Ma pur volendo ignorare le diverse manifestazioni di sensualità che nascono e si sviluppano nel mezzo di quei giovani che invece di curare solo e sempre relazioni profondamente spirituali, fanno dei loro incontri una occasione della loro carne; pur volendo ignorare, dico, le cento leggerezze di ogni giorno, non posso fare a meno di segnalare due gravi pericoli che derivano da un contegno di carnalità.

Il primo pericolo riguarda la vita del giovane stesso. Egli seguendo l’insano sentiero eccita continuamente la sua mente ed i suoi sensi e finisce col perdere la libertà cristiana ed il controllo della propria vita, perché se una vita vissuta in Cristo preserva da ogni forma di schiavitù, una vita vissuta fuori di Cristo predispone a tutte le manifestazioni di servitù. Infatti il giovane che si lascia sfuggire la parola galante o che si abbandona ad atti indiscreti e licenziosi, il giovane insomma che non sa vedere più nella fanciulla soltanto « la sorella », ma vede in lei l’oggetto delle sue attenzioni maschili, sia pure soltanto delle sue galanterie maschili, perde progressivamente la propria virilità cristiana che è virilità spirituale e diviene vittima dei suoi sensi eccitati e riscaldati.

Egli può essere assomigliato all’incauta farfalla notturna, che è attirata da ogni lume o da ogni fiamma e che è irrimediabilmente destinata, dopo aver svolazzato di lume in lume, a bruciarsi le ali al calore di uno di essi. Quanti giovani, infatti, dopo aver assecondato le proprie concupiscenze hanno generato e compiuto il più turpe dei peccati, e quanti altri dopo aver corteggiato ed illuso una schiera di fanciulle, sono precipitati nel più infelice dei matrimoni cadendo vittime della loro superficialità.

Giovani che hanno perduto la sensibilità cristiana e la lucidità mentale che sono necessarie per affrontare le varie circostanze della vita con l’assoluto controllo della propria volontà sottoposta alla volontà di Dio.

Il giovane che vuole schivare questo pericolo deve far tesoro dell’esortazione biblica che raccomanda di avvicinare «le giovani come sorelle, in ogni castità». Egli deve essere il dominatore dei suoi desideri giovanili e non si deve mai concedere la pericolosa libertà di entrare nel sentiero della superficialità e della carnalità. Quando gli istinti sono dominati e controllati dal timor di Dio, la serenità e l’intelligenza permettono al giovane di guardare al futuro problema matrimoniale con l’occhio luminoso dello Spirito; ma quando invece gli istinti dominano in maniera quasi assoluta, serenità e intelligenza vengono turbate e se il giovane non cade in peccato è soggetto, però, come già detto a concludere il suo i problema matrimoniale nella guida delle più basse valutazioni carnali e sensuali.

Conosco molti giovani, anche nel seno della cristianità,che scontata l’ubriacatura dei sensi, si sono accorti di essere caduti nella rete dolorosa del più infelice dei matrimoni;

giovani cioè che hanno dovuto confessare di non aver avuto sensibilità, soltanto perché sì erano precedentemente riscaldati con il loro stesso contegno, con le loro parole, fino alla passione più insana o meno spirituale.

Ma se quanto detto rappresenta un pericolo, debbo aggiungere che non rappresenta però l’unico pericolo. Voglio qui di seguito intrattenermi sul secondo e non meno grave pericolo: quello di turbare ed avvilire molte povere ed ignare fanciulle.

La ragazza che si vede circondata di premure o che si sente oggetto delle attenzioni galanti di un giovane, si apre sempre, o quasi alla più rosea delle speranze: quella del matrimonio.

Se attenzioni e premure divengono insistenti e, qualche volta audaci, ella concepisce un sentimento che va oltre alla speranza intesa nel senso comune della parola.

Non bisogna dimenticare infatti che la donna attende il matrimonio, mentre l’uomo generalmente cerca il matrimonio Non bisogna dimenticare cioè che la donna, per le circostanze inerenti alla sua condizione, è indotta ad aspettare, e qualche volta con ansia, che un cuore si rivolga affettuosamente verso di lei.

La fanciulla quindi che si sente indirizzare frasi che esulano dalla cortesia cristiana o dalla conversazione spirituale; che si vede vezzeggiata, corteggiata difficilmente può non vedere in questo l’atteso matrimonio. E’ vero che ella non reagisce sempre positivamente a queste manifestazioni e che qualche volta anzi le producono disgusto ma non è meno vero che moltissime volte le accetta con compiacenza come una implicita richiesta di amore.

Nel maggior numero dei casi però le intenzioni dei giovani non sono cristiane, come non sono cristiane le loro attenzioni e loro parole e di conseguenza dopo aver illuso, per un periodo più o meno lungo, una povera fanciulla, passano con incurante disinvoltura a svolazzare intorno ad una nuova fiamma.

Forse il giovane crede di aver diritto ad esercitare la propria galanteria maschile come mezzo di appagamento della propria sensualità e non si rende conto dell’opera di distruzione morale e spirituale che compie, oltre che in se stesso anche negli altri. La fanciulla delusa solo raramente riesce a fare tesoro dell’esperienza amara. Più frequentemente rimane un’anima turbata; priva di fiducia in se stessa, nella fratellanza e frequentemente priva di fiducia nel Signore. Se non interviene una circostanza fortunata a sanare la ferita, almeno per quello che riguarda i sintomi esteriori, quasi certamente la fanciulla che si era aperta ad una legittima speranza e che aveva edificato sopra questa i suoi programmi futuri, rimane come una povera creatura avvilita e distrutta.

Si, è vero, una cristiana dovrebbe essere preservata, per il timor di Dio, da simili dolorose esperienze, ma questa considerazione non diminuisce la responsabilità del giovane che ha saputo approfittare del colpevole acconsentimento della fanciulla per illuderla, ingannarla e distruggerla.

Il giovane cristiano non deve desiderare avventure sentimentali e non deve esperimentare il sentiero della sensualità. Egli deve essere profondamente casto verso se stesso e, soprattutto, deve essere profondamente casto verso tutte le fanciulle con le quali ha opportunità di relazione. Le sue parole devono essere purità, le sue azioni gravità. Egli insomma non deve far precedere il matrimonio da nessuna, dico nessuna manifestazione che possa comunque essere considerata priva di una sana e severa spiritualità.

Per raggiungere questa condizione il giovane deve accettare il principio cristiano che la vita sessuale inizia soltanto con il matrimonio. Prima di esso deve saper tenere nel pugno di una volontà resa forte dalla grazia di Dio « i suoi appetiti giovanili ». Naturalmente non soltanto quegli istinti che vorrebbero indurlo a fare il damerino od il conquistatore per il piacere sensuale di udire flebili sospiri o raccogliere sguardi teneri, ma anche quelli più prepotenti che vorrebbero indurlo ad illegittimi piaceri sessuali.

Un giovane cristiano deve sapere che non esiste vita sessuale legittima fuori dal matrimonio e quindi deve accettare che qualsiasi piacere sessuale fuori del matrimonio rappresenta un immondo peccato agli occhi di Dio.

Con queste parole non mi riferisco soltanto al «desiderio impuro» , «alle relazioni impure», ma mi riferisco anche «agli atti impuri». Nella Bibbia noi incontriamo Onan, figliolo di Giuda, che contaminava il suo corpo e la sua anima concedendosi pratiche sessuali immonde. Troviamo il giudizio del Signore verso lui e la punizione del Signore sopra lui.

Giustamente è stato osservato che il più grave peccato di Onan era costituito dal suo proposito di non suscitare progenie a nome del suo fratello, ma non vogliamo però dimenticare che egli è, ed è rimasto, nel seno della cristianità, come l’esempio tipico dell’uomo che si abbandona a pratiche immonde.

L’immondizia sessuale avvilisce lo spirito e distrugge il corpo. La pratica di essa indebolisce il sistema nervoso dell’individuo fino a fare di esso un debole ed un vizioso. Infatti coloro che si danno a questo esercizio abominevole difficilmente riescono a liberarsi da questo legame infernale.

Molti giovani credono che questa pratica sia legittima purché rappresenta soltanto un piccolo aiuto dell’uomo alla natura. Essi infatti pensano di essere spinti a ciò da un imperioso bisogno naturale. Non c’è nulla di più falso; la natura in queste cose non ha bisogno di nessun aiuto perché sa da se stessa mantenere l’equilibrio dell’organismo con interventi opportuni e tempestivi. Il giovane che si abbandona a quello che comunemente viene chiamato onanismo è il giovane che ha concepito e poi generato il peccato.

No, soltanto una vita esuberante di virilità spirituale fa di un giovane un cristiano. Egli potrà apparire un indifferente, un freddo nella sua gravità e nella sua castità, ma egli sarà il solo che potrà affrontare e risolvere il problema matrimoniale nel pieno possesso delle sue risorse intellettuali, morali e fisiche. La guida di Dio potrà risplendere nella sua vita, perché nessun turbamento e nessuna debolezza ostacoleranno il fulgore dello Spirito divino.

Ed egli infine non porta, nel matrimonio, la triste eredità di un passato sgretolato o di una testimonianza contaminata, che sempre, purtroppo, hanno il loro significato negativo nelle relazioni coniugali o familiari.

IL FIDANZAMENTO

(Genesi. 2:24; Ebrei 18:4)

La Scrittura si sofferma a parlare lungamente del matrimonio, ma ignora o quasi, quello che noi chiamiamo il fidanzamento.

Evidentemente Iddio ha, intorno al matrimonio, un concetto diverso da quello che hanno molti cristiani moderni.

Anzitutto la Scrittura c’insegna chiaramente che il matrimonio deve rappresentare più che il primo, l’unico atto sessuale dell’uomo. Il matrimonio non può, non deve, essere preceduto o seguito da altre manifestazioni di sessualità. Quindi l’uomo non soltanto deve giungere al matrimonio puro, ma non deve far precedere il matrimonio da pericolose e impure anticipazioni.

In secondo luogo la Scrittura c’insegna implicitamente che il matrimonio deve rappresentare un problema da affrontarsi e da risolversi al medesimo tempo.

La Bibbia è contraria al concetto moderno del fidanzamento, perché esso è purtroppo un «acconto» del matrimonio e un trasferimento, nel futuro, della soluzione del problema matrimoniale.

Il giovane che giunge al matrimonio deve sapere chiaramente che è giunto di fronte ad un problema che non va studiato e procrastinato ma va risolto. Egli non può affrontare con leggerezza questa circostanza della sua vita e tanto meno può cullarsi nell’illusione che la soluzione ‘possa essere conseguita progressivamente, attraverso un comodo, prolungato fidanzamento.

Il giovane perciò non deve anticipare la data del suo problema affinché non faccia nascere nuovi problemi, soprattutto di carattere morale e spirituale perché il cristiano che si lega con un fidanzamento, pur trovandosi nella impossibilità di concludere sollecitamente un matrimonio, apre la porta a quella moltitudine di pericoli ai quali comunemente si espongono tutti coloro che non conoscono la Parola di Dio.

Ritengo superfluo enumerare e dettagliare quali sono tutti i pericoli connessi con un prolungato fidanzamento, perché questi sono conosciuti e rappresentano una delle tante piaghe della società moderna.

Ma come si può ben conoscere una sorella e come si può studiare il suo carattere se non mediante un fidanzamento? Questa è la domanda che molti giovani sollevano.

Questa domanda però non è molto spirituale. Con questa domanda infatti il giovane ammetterebbe, implicitamente, di poter avere una relazione amorosa o di fidanzamento per un periodo più o meno lungo, esclusivamente a carattere sperimentale. Cioè egli potrebbe studiare la fanciulla richiesta per poi lasciarla nell’eventualità che l’esame non si concludesse con risultati soddisfacenti.

Ma non è soltanto questo il lato negativo di questa domanda e di questa concezione, ed anzi non è neanche il lato meno spirituale di essa. Le parole interessate del giovane infatti esprimerebbero anche il concetto che il matrimonio dovrebbe essere il risultato delle valutazioni e delle considerazioni umane. E’ il giovane che sceglie, che studia, che esamina, che conclude….

Iddio viene posto completamente fuori da questo problema e dalla sua felice soluzione. Mi sembra che questo sia quanto di più carnale possa esserci.

Il giovane cristiano si deve affidare fiduciosamente ed incondizionatamente a Dio per la conclusione del matrimonio. Iddio gli deve recare la dolce compagna della sua vita; Iddio deve dare certezza al suo cuore che la fanciulla prescelta dalla Sua intelligenza infinita rappresenta, in modo perfetto, “l’aiuto convenevole” nella fatica quotidiana del suo sentiero terreno e del suo sentiero cristiano.

Valutazioni estetiche o valutazioni sociali non possono e non potranno mai superare le valutazioni compiute dallo Spirito di Dio che solo ci può dare e ci sa dare la fanciulla capace di appagare le più profonde esigenze della nostra vita cristiana. Quindi il matrimonio deve essere ispirato da Dio. Colui che preparò Rebecca per Isacco è capace di preparare una moglie per ognuno dei suoi figliuoli; ed Egli potrà prenderla da lontano o da vicino; potrà sceglierla bionda o bruna, magra o formosa, ma, possiamo essere sicuri, la sceglierà certamente con una abilità che supera infinitamente l’abilità dei nostri occhi o dei nostri esami soggettivi e quindi imperfetti.

Quando la scelta viene compiuta dallo Spirito di Dio, il matrimonio ha, in se stesso, la garanzia del successo, perché non rappresenta il risultato di una passione passeggera e non è la conseguenza di un calcolo, forse sbagliato, ma rappresenta ed è l’unione di due metà integranti che Iddio ha voluto e saputo congiungere.

Una volta un grande naturalista affermava che ogni uomo ha, nel mondo, la propria metà e quando riesce a trovarla egli si accorge che 1’unione di due vite può essere presa a simbolo di perfezione.

Noi cristiani possiamo concordare con questo concetto perché possiamo credere che Iddio ha “un aiuto convenevole per ogni credente”; ma questo “aiuto prezioso” non potrà mai essere manifestato dagli esami diligenti di uno o molti fidanzamenti. perché potrà essere trovato solo attraverso la guida dell’Eterno. Ed io sono convinto che unicamente per questo motivo lo scrittore del libro dei Proverbi dichiarava: “Chi ha trovato moglie ha ottenuto un favore dall’Eterno”..

Non è difficile prendere moglie, ma non è facile “trovare” la propria moglie, cioè quella che potrà rappresentare un “favore divino”.

Perciò il fidanzamento, come pratica terrena e carnale, deve essere sostituito dalla fiducia assoluta in Dio, dalla preghiera rivolta a Dio.

Praticamente il giovane che è giunto alla soglia del matrimonio, che si trova in condizione di poterlo contrarre e che ha deciso di compiere questo passo, si deve consacrare ad una vita di preghiera. Egli deve saper chiudere gli occhi e serrare le orecchie per poter raccogliere nel silenzio dei propri sensi, il consiglio di Dio e la guida Dio.

Quando il Signore avrà fatto risplendere la luce della Sua volontà, il cuore sarà riempito della benedizione. Non ci saranno perplessità od incertezze, tutto apparirà chiaro, preciso, convincente.

Il fidanzamento non sarà più necessario, ma sarà indispensabile soltanto un brevissimo spazio di tempo per compiere, di comune accordo con la fanciulla trovata, i preparativi sobri e cristiani per la celebrazione del matrimonio.

Parlo di preparativi sobri e cristiani, perché in questi ultimi anni le comunità si sono aperte alla mondanità fino a fare entrare le più riprovevoli consuetudini nel prorio seno. Moltissimi cristiani celebrano i loro matrimoni con una forma e con un corredo di accessori che li rende perfettamente identici ai matrimoni degli inconvertiti.

Noi siamo stati chiamati a santità, cioè a « separazione », e non dobbiamo quindi uniformarci alle abitudini di coloro che cercano opportunità per le loro ebbrezze, per le loro gozzoviglie e per le loro vanità.

Un matrimonio non dovrebbe essere mai una gara emulativa di doni tanto preziosi quanto superflui. Non dovrebbe essere mai uno sfoggio di abiti simbolici ed inutili. Non dovrebbe essere mai un banchettare disordinato e crapulento. Il matrimonio cristiano dovrebbe avere sempre, fra gli invitati, il benedetto Gesù e quindi dovrebbe essere mantenuto, alla Sua presenza, nel profumo dell’onestà, della santità, della riverenza.

Nel concludere ripeto: Il periodo di tempo che chiamiamo comunemente fidanzamento non deve essere una concessione di anticipi matrimoniali, e quindi i due giovani, nei rari incontri, devono osservare un portamento dì illibata castità che renda testimonianza del timore di Dio lei loro cuori.

Esso altresì deve essere soltanto un breve periodo preparatorio e quindi non deve avere esagerati od inopportuni trasferimenti nel futuro della data delle nozze.

Ed infine deve essere soprattutto una preparazione spirituale per affrontare le gravi responsabilità connesse con il matrimonio, e perciò deve essere usato come tempo di riflessione cristiana e di preghiera.

Si, se il giovane cristiano saprà affrontare il problema matrimoniale con questa severa visione spirituale, riuscirà ad evitare quei pericoli che potrebbero rovinare non soltanto la sua vita coniugale ma anche la sua vita di credente.

IL MARITO NEL MATRIMONIO

(Colossesi 3:19)

Una moglie ha bisogno, nel marito, di un capo. Di un uomo cioè che sappia guidare, sorreggere, comandare.

Il ministerio delcapo è molto più impegnativo e quindi molto più difficile di quello del subalterno e saperlo adempiere bene è soltanto da pochi. Un marito cristiano però deve mettere ogni impegno per adempiere e per adempiere bene questo ministerio.

Egli si deve sentire il capo della donna e quindi la guida ed il sostegno della famiglia; deve accettare le proprie responsabilità ed affrontarle con virilità e sapienza.

Comandare vuoi dire per un cristiano saper comandare, e guidare vuol dire avere saggezza e forza, ed un marito deve approfondirsi nel timor di Dio in queste preziose discipline spirituali. E’ estremamente pericoloso dare spettacolo di incapacità e di ingiustizia come è pericoloso affrontare il matrimonio senza una profonda preparazione cristiana. Molti infatti giungono al matrimonio privi della consapevolezza dei propri doveri di marito e purtroppo, o a causa del fuoco della passione o a causa dell’inopportuna invadenza femminile, permettono la violazione della divina legge dell’equilibrio e cedono alla moglie, comando, direttiva ed autorità.

E’ difficile che questa violazione possa essere riparata, quando l’uomo ha capitolato cedendo le sue prerogative non riesce facilmente a risollevarsi e le sue rivendicazioni diventano in seguito soltanto motivo di baruffe e contese.

La donna è stata posta da Dio in una posizione di subordinazione e quando ella occupa il suo posto nell’umiltà e nel timor di Dio riesce a trovare in esso tutta la gioia e tutto l’appagamento che è riservato ad una moglie fedele; l’uomo invece deve comandare ma, ripeto, questo significa soprattutto saper comandare; deve guidare, ma deve saper guidare. Egli deve dare sin dal primo momento la misura delle proprie capacità prendendo nelle sue mani, in un modo tanto virile quanto sicuro, il timone della famiglia.

Comandare non significa esercitare dispotismo, e guidare non significa esercitare potere dittatoriale, anzi l’uomo deve dimostrare di saper comandare imponendo la propria personalità con dolcezza e con grazia.

Egli deve essere fermo ma anche giusto; deciso ma anche saggio.

Una donna trascina sempre con se le inevitabili debolezze della sua personalità; ella vorrebbe comunicarle, parteciparle, imporle… E’ in queste circostanze, soprattutto, che l’uomo deve saper comandare; egli deve essere tanto tenero quanto risoluto e deve far comprendere chiaramente che non è disposto a trasferire la direzione della famiglia in mano altrui.

Si è sentito ripetere frequentemente che non saprà mai comandare colui che precedentemente non ha saputo ubbidire. Questa affermazione è esatta perché se è vero che l’uomo ha innato il senso del comando è anche vero che soltanto l’esercizio sviluppa le facoltà necessarie per comandare. Quindi il giovane che non ha esercitato l’ubbidienza verso Dio o verso la propria famiglia difficilmente saprà saggiamente comandare la propria moglie ed altresì il giovane che non ha esercitato se stesso nella visione delle proprie responsabilità difficilmente potrà essere un marito ideale.

Il giovane però deve anche tener presente che la sua posizione di «capo» non deve essere confortata soltanto dall’esercizio del comando ma anche dalla sottomissione a tutti gli obblighi che gli competono.

L’uomo deve essere il sostegno della famiglia socialmente, moralmente e spiritualmente. Egli deve provvedere ai bisogni della sua famiglia, senza cedere alla vanità e alla dissolutezza. Egli deve essere anche il padrone di ogni situazione quando le folate del dolore o delle distrette colpiscono il nucleo familiare ed egli deve essere inoltre il sacerdote della casa per educare e guidare nelle cose di Dio.

Ci sono molti giovani mariti che vogliono comandare fino alla prepotenza e poi non si preoccupano di lavorare per provvedere il necessario alle proprie mogli. Ce ne sono altri che vogliono fare i forti verso le loro deboli compagne e poi si lasciano abbattere ed avvilire da ogni vento e da ogni contrarietà. Ed infine ci sono giovani che vogliono guidare e dirigere e poi dimostrano, ad ogni piè sospinto, di non possedere sensibilità spirituale e timore di Dio.

L’uomo deve essere interamente uomo ed il comando gli deve essere riconosciuto in relazione alla sua precisa posizione di capo e sostegno della famiglia.

Se il giovane non possiede questa visione non può affrontare cristianamente il matrimonio e se non possiede i requisiti necessari per essere incontrastatamente il capo della donna sarà sempre un marito imperfétto e insoddisfatto.

Molte volte la fanciulla che viene messa a fianco dell’uomo non possiede per intiero il senso della subordinazione e della riverenza e cerca, di conseguenza, di uscire fuori dai suoi confini con la disubbidienza e con la ribellione. Quando queste circostanze si verificano la donna non è esattamente l’aiuto convenevole che è necessario al marito. L’uomo non si deve però far vincere dalla situazione perché Iddio disse: « Io gli farò un aiuto convenevole… ».

Iddio può rendere la donna quello che ella non è e l’uomo deve collaborare con Dio perché quest’opera venga compiuta.

Fermezza, padronanza, qualche volta inflessibilità cristiana devono costringere la moglie a rientrare nei limiti assegnatile dalla legge di Dio.

Tutto ciò deve essere compiuto amorevolmente e con grazia ma altresì decisamente e sin dai primi giorni del matrimonio.

Non c’è luna di miele che autorizzi una moglie ad essere irriverente e disubbidiente verso il proprio marito e perciò non ci sono ragioni sentimentali capaci di giustificare un uomo che cede quelli che più che i suoi diritti rappresentano i suoi doveri.

Colui che sa veramente comandare impone la propria personalità in maniera tanto sicura quanto convincente e non sarà mai difficile ad una moglie cristiana ubbidire ad un marito nel quale emergerà inequivocabilmente il senso del comando. Ella riconoscerà umilmente la posizione del capo della famiglia purché vedrà nelle caratteristiche del marito i segni inconfondibili di un ministerio ricevuto da Dio. Non è altrettanto facile sottomettersi quando colui al quale spetta il comando dimostra chiaramente la propria incapacità. Molte donne di indiscutibile valore non hanno saputo resistere alla tentazione di sostituirsi al marito al timone della navicella familiare, riconoscendosi chiaramente più abili di lui nell’arte del comando.

Una moglie profondamente cristiana dovrebbe usare la propria abilità non per prendere il posto del marito, ma per esercitare una influenza positiva al fine di aiutarlo ad assumere profondamente il proprio mandato. Però soprattutto un marito dovrebbe, nell’esercizio del suo ministerio e della sua autorità, riconoscere le proprie lacune e le proprie debolezze per cercare di colmarle mediante l’aiuto che si può ricevere in preghiera. Egli dovrebbe chiedere a Dio luce e saggezza per essere veramente uomo, cioè per essere il capo affettuoso tenero, vigile, sollecito ed altresì il marito saggio, sicuro, deciso. Un cristiano, che comanda perché sa comandare, che guida e dirige perché esercita il ministerio congenito nell’ordine di Dio nella natura, non sarà mai un marito dispotico ed autoritario che predispone naturalmente all’insofferenza, ma sarà il compagno virile di una moglie fedele e desiderosa di sottomettersi dolcemente a lui.

DOVERI DI UN MARITO

(Efesi 5:28)

La misura dell’amore dovuto da un marito alla moglie ci è dato dal passo della Scrittura:
« . . .debbono amare le mogli come i propri corpi ». Se penetriamo questo verso biblico, avremo la visione chiara dell’amore di un marito.

L’unione coniugale deve avere un fondamento soltanto: l’amore. Se nella donna l’amore si manifesta soprattutto nella sottomissione, nel rispetto, nell’uomo si manifesta nella tenera sollecitudine verso la propria compagna.

Amore sta qui, oltre che per affetto in senso sentimentale, e direi teorico anche per cura, per protezione, per aiuto, per conforto.

Il matrimonio non deve essere mai il risultato di una passione sessuale che una volta appagata o spenta si esaurisce, ma deve essere l’unione di due vite in modo profondo, in maniera duratura. Quindi l’amore per la propria moglie deve andare molto più in là del calcolo utilitario ed anche molto più in là del calore dei sensi. Si deve amare non per ottenere l’assistenza muliebre o per una necessità sessuale, ma per avere cura di colei che è stata fatta da Dio una medesima carne con l’uomo

«Curarla e nutrirla teneramente» deve essere uno dei più spontanei risultati di quest’amore, ma non deve essere il solo, perché non è la sola caratteristica dell’amore che portiamo a noi stessi. L’uomo come ama e cura la propria vita così deve amare e curare quella della moglie. Per far questo deve mettere in azione un profondo sentimento di altruismo che lo sospinga continuamente e sollecitamente verso la propria moglie.

Troppi giovani fin dai primi passi della vita matrimoniale, palesano un egoismo sfrontato. Essi dimostrano di voler trarre dal matrimonio soltanto il proprio beneficio e, quindi, non soltanto negano alla propria moglie l’assistenza necessaria ma non sanno neanche avere considerazione e rispetto per la fragilità e le debolezze fisiche della donna.

Essi vogliono, vogliono, vogliono, ma purtroppo non vogliono e non sanno dare e quindi esercitano semplicemente un’azione di sfruttamento che avvilisce la donna e degrada loro stessi.

La donna deve essere guidata, indirizzata, ma deve essere anche sostenuta, incoraggiata e, perché no, vezzeggiata; ella è profondamente sentimentale ed ha bisogno continuamente di espressioni rivolte al suo cuore; ha bisogno di atti dì grazia che giungano a far vibrare le corde del suo sentimento e quindi, l’amore dell’uomo, manifestato pienamente e con intelligenza, rappresenta un reale nutrimento per il cuore della donna. La moglie, veramente fedele, sarà condotta ad una gratitudine e ad un affetto sempre più intensi non tanto dall’autorità virile quanto dall’amore assoluto ed espansivo del proprio marito.

Si può concludere che anche per questo motivo il matrimonio deve essere affrontato quando ha già in se stesso la soluzione dei suoi problemi. L’uomo si deve trovare nelle possibilità economiche che sono idonee a dare una espressione concreta al proprio amore verso la moglie. Egli deve poter sovvenire la propria compagna, e deve poter supplire alle sue necessità nei limiti stabiliti dalla sobrietà cristiana.

Un marito che trascura la propria moglie e particolarmente un marito che cura se stesso ma non esercita le medesime attenzioni per la sua compagna, è un marito colpevole d’infedeltà.

L’intelligenza e la capacità produttiva dell’uomo devono essere messe al servizio della causa familiare affinché sempre, il capo della famiglia, possa interpretare i bisogni e le necessità di tutti i membri della famiglia stessa e prime, fra tutte, le necessità della propria moglie. L’uomo non deve dimenticare che molte volte una moglie modesta e riservata fino al punto di non chiedere nulla ed anche fino al punto di nascondere le proprie necessità, quindi egli deve avere perspicacia e sensibilità per individuare i propri doveri e per adempierli con fedeltà e con amore, perché una moglie è degna di ottenere tutto quello che il marito le può concedere.

Perché infatti sottovalutare o sprezzare il valore di una dolce collaboratrice donataci da Dio? Non è ella che circonda la nostra vita di tutte quelle cure che la obbligano ai lavori più ingrati e più umili? Non è ella la madre soave dei nostri figli, colei che frequentemente si priva di ogni riposo per poter, di giorno o di notte, lavorare e vegliare all’espletamento del suo sublime ministerio? Non è quindi doveroso volgere verso questa dolce creatura l’amore concreto, vivo, che ci è stato insegnato da Dio?

L’uomo che trascura questo sacro dovere avvilisce la propria moglie, abbassandola al disotto del livello di una schiava. Egli pretende servizio, vuole sacrifici, reclama l’offerta di un corpo.., ma non vuol rendere nulla.

Sì, il giovane che si avvia al matrimonio deve sapere che esso non si esaurisce in una passione sessuale ma che si compie nella sottomissione ad una legge divina che fa del matrimonio un sacro istituto ricco e fecondo di benedizioni, e severo di doveri.

Gli obblighi di affetto verso la moglie non si esauriscono, naturalmente, nelle cure che possono essere prodigate alla sua persona fisica. Una donna può essere colmata di beni materiali ed essere ferita dall’indifferenza sentimentale del proprio marito. Perciò la Scrittura continua: « Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa… ». Colui che ci viene presentato come modello di perfezione ha dato se stesso per la sua sposa ed ha compiuto e compie ogni cosa per lei. La Chiesa, rispetto a Cristo, è la sposa bisognosa di conforto, di coraggio, di assistenza, di protezione, di guida e quindi l’amore di Cristo si manifesta nell’offerta di tutte queste cose.

L’amore di ogni marito cristiano deve seguire l’identica direzione, perché ogni moglie, come la Chiesa, ha bisogno di coraggio, di protezione, di guida, di conforto. Le battaglie quotidiane e le tempeste che assalgono il nucleo familiare tendono a provare in maniera più dura e più dolorosa gli elementi più deboli. La donna perciò è quella che viene più frequentemente e più duramente provata dalle circostanze e dai dolori.

Il marito deve essere sempre al fianco della sua compagna con il calore di un cuore traboccante di affetto per darle la precisa sensazione della sua protezione e del suo aiuto. Deve non offendere le sue debolezze ma comprenderle e sollevarle. Deve non riprovare le sue lacrime ma asciugarle e convertirle in sorrisi di serenità e di pace.

La mano robusta, virile del marito, deve sorreggere la moglie in ogni smarrimento, in ogni pena. La sua padronanza deve sempre rappresentare una guida inconfondibile per la fragile creatura agitata dai venti della perplessità.

Molte volte, invece, il marito si irrita per le lacrime e per le debolezze della moglie e dopo forse aver sfogato la sua collera violenta, abbandona la sua compagna a se stessa. Questo procedere genera le più dolorose conseguenze e cioè la formazione di mariti sempre più egoisti e sempre più collerici e quella non meno dolorosa di mogli sempre più scoraggiate, sempre più avvilite, sempre più oppressate.

Il debito dell’amore deve essere pagato per intero a colei che offre tutta se stessa a noi e alla nostra famiglia. Ella si dà e forse non chiede nulla; ma perché non ricordare che ella è una dolce ma debole creatura bisognosa almeno delle medesime cose che necessitano a noi. Ella reclama inoltre comprensione, guida, conforto, coraggio; quelle cose cioè che mancano nella sua debole natura.

L’amore deve infine avere una sua profonda manifestazione spirituale; il marito deve amare l’anima della moglie, deve avere cura perché la sua compagna possa compiere serenamente e coraggiosamente tutta la volontà del Signore.

Questo non vuol dire soltanto che l’uomo non deve essere motivo di tentazione o di turbamento, ma vuol dire anche, anzi soprattutto, che egli deve essere il consigliere pronto, lo spronatore sollecito della sua compagna. Tentazioni e smarrimenti possono cogliere chiunque indipendentemente dal sesso, ma l’uomo anche in queste circostanze deve riconoscere un suo particolare dovere, quello di vegliare assiduamente sopra la vita spirituale della propria moglie.

Io credo che i ministeri di carattere direttivo sono stati affidati da Dio all’uomo e di conseguenza concludo che egli, anche nella vita spirituale della famiglia, dovrebbe avere costantemente il timone. Questo ministerio dovrebbe essere esercitato nell’amore perché anche la moglie come il resto della famiglia possa essere illuminata, guidata, sorretta nel sentiero cristiano.

La comunione spirituale dei coniugi rappresenta un fattore decisivo per la serenità e la felicità della famiglia e l’uomo non deve ignorare che la protezione di questo tesoro incomparabile è affidata soprattutto al suo ministerio nell’ambito della sua casa.

Quando Paolo, nello scrivere ai Corinti, esorta le donne a tacere nel seno della chiesa, aggiunge: «Se vogliono imparare, domandino ai loro mariti in casa… ». E’ chiaro che egli con queste parole voleva confermare il ministerio spirituale dell’uomo nel seno della famiglia. Egli perciò deve essere il sacerdote della sua casa e quindi il consigliere spirituale, la guida, l’interprete della legge divina. La moglie, prima fra tutti, deve godere il beneficio di questo ministerio nella partecipazione dell’amore del marito.

Il dovere del marito verso la moglie, per chiudere, èessenzialmente amore. Egli si deve dare interamente per la compagna della sua vita e non deve ignorare le necessità fisiche, morali e spirituali di colei che è stata posta da Dio sotto il suo braccio.

E’ di grande utilità saper dare ogni giorno una prova concreta di affetto alla propria moglie: una parola gentile, affettuosa; un abbraccio caldo e tenero; un fiore che esprima il proprio pensiero; una collaborazione nelle sue forse dure fatiche; un riconoscimento della sua fedeltà e dei suoi sacrifici…

Una donna ha bisogno, assolutamente bisogno, di essere l’oggetto dell’affetto del marito, perché quando viene ferita dai dardi dell’indifferenza, si scoraggia, si avvilisce e perde la gioia del matrimonio e della famiglia; e quando viene umiliata da una costante manifestazione di egoismo, cessa di essere donna per reagire in senso difensivo agli attacchi che riceve.

IL PROBLEMA SESSUALE

(1 Cor. 7:4, 5)

Il cristianesimo c’insegna la sobrietà in ogni azione della nostra vita e quindi c’insegna la sobrietà anche nelle manifestazioni più intime del matrimonio e se è vero, come ha affermato un valente medico, che l’uomo è l’unico essere che non ha una stagione per l’amore, è anche vero che la Bibbia c’insegna che c’é un tempo per gli abbracci ed un tempo per fuggire gli abbracci.

Il credente non deve consumare la sua vita in «letti e lascivie» e deve saper accettare il digiuno sessuale come quello alimentare, allo scopo di conseguire una più profonda vita di intimità con Dio.

Tutto questo però non annulla il problema sessuale e soprattutto non supera i doveri che incombono ai coniugi cristiani. Sì, c’è un tempo per gli abbracci, ma deve essere chiaro che questi tempi non debbono essere stabiliti nell’interesse di uno solo dei coniugi, ma devono concordare, per quanto è possibile, con il bisogno e con il desiderio di ambedue.

Troppo frequentemente il marito ignora questo principio. La moglie non è un giocattolo che può essere usato a proprio piacimento e che può essere abbandonato in un cantuccio in preda alla polvere e alla distruzione. La moglie è una donna, una creatura profondamente sentimentale che ha bisogno delle attenzioni del marito, dell’affetto del marito ed anche del calore sessuale del marito. Ella ha bisogno di essere integrata nell’amplesso, perché questo rappresenta, nella vita coniugale, la fase più acuta della fusione di due cuori e di due vite.

Non è frequente il caso di una moglie costretta al digiuno per l’indifferenza sessuale del marito; generalmente l’uomo è più proclive della donna all’amplesso. Però è frequente il caso di una donna obbligata all’intempestività, dall’assenza di sensibilità o dalla deficienza di amore del coniuge.

Il marito cristiano deve ricordare che, nonostante che una donna non chieda, perché non può chiedere, ha egualmente dei diritti. L’apostolo Paolo afferma che il corpo della moglie è del marito, ma il corpo del marito è della moglie; se ella, a causa del suo soave pudore, non può esprimere una richiesta esplicita, ha ugualmente la facoltà di esternare i suoi legittimi desideri in forma implicita, velata. Questi desideri devono essere interpretati, compresi e soddisfatti perché molte volte sono, oltre che desideri sentimentali, bisogni corrispondenti a profonde esigenze fisiologiche.

Quando poi si determina la penosa eventualità di un accentuato squilibrio sessuale, il marito, ancora più profondamente, deve esercitare la sua azione di amore in funzione di sacrificio.

Un marito apatico, indifferente non può naturalmente comprendere e riconoscere i desideri di una compagna calda. Ma egli non ha nessun diritto di farla bruciare ed incenerire per il fuoco di un sentimento che diviene passione.

Il dovere del marito, in questo caso, e di lasciarsi influenzare positivamente dalla legge di adattamento che esiste nella natura. Aprendosi all’amore coniugale, egli deve riconoscere i desideri e i diritti della propria compagna e deve farsi riscaldare dal suo calore fino al punto di poter stringere insieme i nodi dell’amore coniugale. In altre parole, il marito deve essere sempre pronto a dare alla moglie quello che ella può desiderare, così come egli è sempre pronto a chiedere quanto possa soddisfare i propri desideri, e questa prontezza deve essere in relazione al tempo opportuno e ai modi richiesti dall’amore.

Non posso infatti approvare il procedere di quei mariti che vogliono essere signori sopra la propria moglie e che in pari tempo vogliono rimanere padroni assoluti dei loro corpi. Essi credono di aver diritto di soddisfare unicamente le proprie esigenze e calpestano o ignorano i desideri e le esigenze della moglie, che, quindi mortificata dall’insoddisfazione, alla fine reagisce con il malumore. Oggi molte tragedie familiari hanno la loro origine nelle concezioni egoistiche dell’uomo.

Naturalmente non posso neanche approvare quei mariti che sacrificano indeterminatamente le proprie mogli alla loro assoluta indifferenza sessuale. Se l’indifferenza è reciproca, può essere anche una felice opportunità di riposo fisico e mentale, ma se è soltanto da parte del marito può essere fonte di conseguenze funeste. Come già ho detto, in questo secondo caso l’uomo ha l’obbligo di superare la propria apatia per pagare il proprio debito coniugale alla sua compagna.

Non credo che una moglie possa essere esageratamente esigente a questo riguardo, perché a meno che non esistano tare fisiche, ella è sempre una donna, cioè una creatura gentile e pudica e perciò quello che ella vuole e si aspetta da un marito le deve essere concesso con calore e con affetto. Una donna vuole dal marito consiglio, guida, protezione, comando.., ma vuole anche, come manifestazione di amore virile, ciò che ella non chiede ma che il marito deve darle anche quando egli sarebbe più propenso a rifiutare.

Quanto esposto dimostra ancora più profondamente la necessità di fondare il matrimonio esclusivamente sull’amore. L’egoismo rende insensibili e ciechi, mentre l’amore affina la nostra sensibilità ed aumenta la nostra luce. Un marito veramente innamorato della moglie saprà anche spegnere la sete della sua compagna al momento opportuno. Egli saprà riconoscere questi momenti e saprà individuare questi desideri nonostante che essi appariranno appena indistintamente dietro i veli del pudore femminile. Un marito innamorato della moglie, infine saprà dare quello che la sua attitudine fisica gli vieterebbe di dare; egli non seguirà i suggerimenti dei suoi deboli stimoli, ma seguirà soltanto la direttrice dell’amore per imporsi quanto in un primo tempo rappresenterà un sacrificio, ma che in seguito diventerà anche per lui fonte di gioia coniugale.

No, la vita matrimoniale non deve essere un’occasione di sensualità, ma una fonte di caldo e reciproco affetto dove l’amore, libero da qualsiasi legame egoistico, possa regnare sovrano per seguire il sentiero suggerito dal bisogno puro e profondo di due cuori traboccanti della grazia e del timore di Dio.

Debolezza Femminile

(I Pietro 3:7)

La donna, dichiara la Bibbia, rappresenta il vaso debo1e e deve essere quindi considerata in vista di questa evidente realtà. Molti uomini invece approfittano della debolezza della moglie per, spadroneggiare incontrastatamente sopra di essa e la signoreggiano egoisticamente in ogni manifestazione della vita coniugale. Il cristianesimo insegna, anzi impone la discrezione: il marito, come è chiamato a concedersi, fino ai limiti della sobrietà cristiana, ai bisogni della moglie, così è chiamato a godere dei benefici sessuali della sua compagna non oltre quei limiti.

Forse è più frequente, come già detto, incontrare il coniuge maschile traboccante di calore sessuale che non quello femminile, nonostante che il marito debba spendere nell’amplesso una riserva dì energie fisiche notevolmente superiore a quello della moglie, lo troviamo quasi sempre desideroso di soddisfare le sue esigenze sessuali e di appagare i suoi stimoli erotici.

Questi uomini generalmente non conoscono riserve e discrezione e pretendono che la loro compagna si conceda ai loro piaceri senza limiti e senza misura.

Non posso assolutamente autorizzare una donna ad opporsi a questa pretesa che rientra nell’autorità di un marito; sono però obbligato a ricordare all’uomo che egli ha il preciso dovere di esercitare sobrietà e discrezione a beneficio della propria compagna.

L’incontinenza spinta fino al vizio avvilisce la donna ma, soprattutto, la rende ostile verso l’amplesso. Ella continua a concedersi, perché come moglie cristiana non può e non deve fare diversamente, ma lo fa con un senso di disgusto e di ripugnanza.

Quell’amplesso quindi, che dovrebbe rappresentare il coronamento di un affetto traboccante, si traduce in un sudicio atto sessuale, necessario a soddisfare la frenesia passionale dell’uomo.

Inoltre, non dimentichiamoci, la donna affronta per intero le probabili conseguenze del coito e quando questo si compie senza il suo affettuoso e caldo assenso, ella oltre al disgusto, prova il terrore della eventuale conseguenza, cioè il terrore del concepimento.

Molte donne vivono una vita di nausea e di terrore femminile, perché dopo aver avuto ripetute gravidanze devono continuare a darsi, non più per il calore dell’amore, ma per la sottomissione che le obbliga ad un marito esageratamente incontinente. Non è raro il caso di giovani spose che dopo aver attraversato varie gestazioni penose, dopo aver avuto diversi parti dolorosi, si trovano con tre o quattro piccolissimi bambini fra le braccia che tolgono loro ogni riposo ed ogni tregua. Molte volte queste eroiche madri, dopo aver sfibrato il loro fisico nei lavori della giornata, dopo aver vegliato per una parte della notte sulle culle dei loro piccoli, sanno che nel letto non le attende il sospirato riposo, ma un marito egoisticamente esigente che continua a reclamare ogni giorno, e in ogni ora l’offerta di un corpo che non può neanche fremere, l’offerta di una sposa che non può contraccambiare a causa dell’avvilimento fisico generato dalla stanchezza.

«Discretamente». L’uomo deve desiderare e deve essere desiderato. L’amplesso si deve compiere sempre nella fusione di due cuori ardenti di affetto e di passione ed il marito, soprattutto, deve saper conoscere la misura che preservi questa regola da eventuali squilibri.

Egli deve essere capace di scuotere la frigidità della sua compagna ma senza provocare giustificate reazioni. Egli deve saper rivendicare i suoi diritti ma senza calpestare la debolezza, il pudore, la castità della sua sposa.

Una moglie fredda deve essere riscaldata con l’affetto, con l’insegnamento e, perché no con l’autorità, ma questo non significa che ella possa diventare un fuoco permanente… Il vaso debole deve essere compatito, considerato e non si può richiedere che abbia una virilità esuberante che è sola dell’uomo.

In conclusione, l’uomo non deve pretendere e desiderare un corpo freddo che si conceda suo mal grado e forse con senso di repulsa, ma deve volere una sposa affettuosa, sollecita e bramosa di stringere con lui il nodo coniugale dell’amplesso.

Anche da questo punto di vista il matrimonio è educazione. Il marito deve saper educare i propri sensi fino al punto di manifestare il più profondo rispetto e la più illuminata considerazione per il vaso femminile che è quello debole.

La discrezione naturalmente deve essere applicata oltre che alla quantità anche alla qualità dei rapporti sessuali. E’ l’uomo che ha il compito di lacerare dolcemente i soavi veli del pudore femminile. Questo rappresenta un compito tanto nobile quanto delicato ed un marito deve conoscere anticipatamente la sua missione nobile per poterla compiere con discrezione.

L’uomo riceve l’offerta soave del pudore sacrificato sul fuoco dei rapporti coniugali, ma deve vegliare perché questo non venga oltraggiato o violentato da un senso di conquista audace o esageratamente sensuale.

La donna deve rimanere sempre velata dai suoi veli di pudore e di castità e questi devono essere rimossi ogni volta con squisita gentilezza da un marito che sappia lacerare senza offendere…

Questo non vuol dire che l’uomo si deve arrestare di fronte al pudore femminile. No, l’uomo deve pretendere virilmente il continuo sacrificio di esso e quindi deve saper superare ogni reticenza ed ogni evasione, ma deve far tutto ciò con tanta forza maschile quanto con delicata discrezione cristiana.

La discrezione perciò non rappresenta una rinuncia all’offerta del pudore femminile, ma una disciplina di procedura nell’accettazione o nella conquista di essa.

La discrezione quindi deve rappresentare una legge stabile nei rapporti intimi, ma la medesima legge deve essere valida per tutti i rapporti coniugali. Il marito deve conoscere con precisione e, soprattutto, con senso di amore e di giustizia, quello che può avere da una moglie, quello che può chiedere ad una moglie; deve cioè conoscere il limite esatto delle forze fisiche della sua compagna e quello delle sue risorse morali. Egli deve sapere e riconoscere che la donna rappresenta il « vaso debole » e quindi non può assumersi il carico di uno sforzo fisico o di un impegno morale inadeguato alla sua natura.

Oggi invece s’incontrano purtroppo molte spose stanche, avvilite, scoraggiate. La loro attività le ha obbligate ad impegni e responsabilità nettamente superiori alle loro forze ed esse sono giunte fino alla rovina senza il sollievo di una mano amica o di una parola di comprensione.

E’ vero che molte volte queste situazioni sono la conseguenza dolorosa delle circostanze della vita, ma è anche vero che altre volte sono soltanto il risultato del senso di irresponsabilità di certi mariti che non sanno riconoscere ed applicare una legge di discrezione.

Molte volte queste povere spose, dopo aver svolto un’attività lavorativa per concorrere al mantenimento della famiglia, sono obbligate nel seno della casa ad assumersi per intero il peso delle faccende domestiche, della cura dei figli e del marito e di quanto altro rientra nel lavoro di una casa e di una famiglia.

Una sposa, particolarmente una madre, dovrebbe essere libera da qualsiasi attività lavorativa fuori di quella familiare, ma se circostanze penose la obbligano a concorrere al sostentamento della famiglia con una occupazione qualsiasi, il marito deve sentire, da parte sua, l’obbligo di concorrere allo svolgimento dei lavori domestici. Egli potrà lasciare alla moglie quelle attività della casa che sono proprie della natura femminile, ma potrà riservarsi quei lavori casalinghi che per il loro carattere possono essere compiuti perfettamente anche da un uomo.

Non soltanto quando la donna è obbligata ad un lavoro remunerativo il marito deve sentire il dovere di sollevarla con la propria collaborazione familiare, ma anche quando il peso della famiglia e quindi delle attività connesse a questa, assume delle proporzioni eccessive rispetto alle possibilità fisiche della donna. Non è avvilente ed umiliante partecipare al governo ed alla manutenzione della casa ed un marito deve essere pronto a questo per non obbligare la moglie alla rovina progressiva della propria personalità.

L’aiuto del marito deve essere decisamente negato quando viene reclamato da un sentimento d’indolenza e di pigrizia. Lo spettacolo di una sposa e di una madre pigra è semplicemente ripugnante e l’uomo che accondiscende ad indossare il grembiule di cucina unicamente per appagare questi sentimenti insani diviene colpevole verso se stesso e verso la moglie. Egli deve saper esercitare la propria affettuosa autorità per obbligare la donna all’adempimento dei propri doveri, ma deve saper dimostrare di conoscere il limite giusto delle sue pretese perché la donna non sia scoraggiata dall’indifferenza e dall’incomprensione del proprio marito.

Sì, la moglie non deve essere un’incompresa; i suoi umili lavori non devono essere ignorati o sottovalutati. Un marito deve saper comprendere, valutare, riconoscere e non soltanto per porgere l’espressione affettuosa dell’elogio, ma anche per individuare il momento nel quale è necessaria la sua collaborazione.

Il marito che cessa di essere il protettore per divenire lo sfruttatore insensibile della moglie, in quel momento stesso cessa anche di essere cristiano, e viene meno nel suo elevato e nobile ministerio coniugale.

LA PROLE E LA SANTITA’ DEL MATRIMONIO
(I Tessalonicesi 5:23; I Corinti 6:20; Romani 1:24)

Il matrimonio è onorevole in tutti, a condizione però che anche in esso venga esercitata quella santità cristiana che un credente è chiamato a manifestare in ogni tempo ed in ogni circostanza. Anzi, poiché il matrimonio può essere occasione in se stesso, di contaminazione, è indispensabile che l’esercizio nella santità venga praticato con una intensità costante ed energica.

L’unione di due coniugi, la consumazione e l’uso legittimo del matrimonio, l’amplesso ed il bacio d’amore, rappresentano la più sacra, la più pura delle leggi naturali e quindi la vita coniugale vissuta entro l’ambito di questa legge è aliena da ogni impurità e da ogni offesa alla volontà divina.

Purtroppo però il pervertimento degli istinti tende a trascinare i coniugi fuori e lontani da questa legge; tende a trascinarli contro la legge di Dio a danno della loro vita fisica.

Ci sono soprattutto due motivi che muovono e spiegano il pervertimento degli istinti sessuali e questi sono: il desiderio di limitare la nascita della prole e la brama di un piacere erotico sempre più raffinato.

Ambedue questi motivi, anziché giustificare il pervertimento o la frode sessuale, ne aggravano notevolmente il carattere ed ambedue questi motivi rappresentano, in linea generale, una terribile tentazione satanica.

I coniugi devono possedere il controllo dei loro istinti per vivere una vita coniugale nella quale sia possibile conseguire oltre alla santità dell’anima e dello spirito, anche quella del corpo, ma soprattutto l’uomo deve essere il padrone assoluto di questa situazione per impedire che s’introducano, nella vita coniugale, elementi eterogenei e comunque peccaminosi.

Come ho già detto, la frode sessuale è apportatrice di due tremende conseguenze che si fondono insieme: offesa al volere divino e turbamento all’equilibrio fisico dei coniugi.

Iddio ci ha imposto delle leggi naturali che hanno un profondo contenuto morale e spirituale e che sono salvaguardia alla nostra personalità fisica e noi abbiamo sempre l’obbligo di sottostare ad esse.

Il sistema nervoso dei coniugi viene offeso dalla frode coniugale e, in conseguenza, si altera con pregiudizio della personalità dell’individuo. Quindi l’uso del matrimonio fuori dalle leggi naturali è offesa a Dio sia per la violazione della legge stessa e sia per le conseguenze deleterie che vengono subite dal fisico dei coniugi. Infatti lo stesso Dio che condanna il suicidio, la ghiottoneria, l’autolesionismo, cioè che condanna l’offesa più o meno grave recata dall’individuo alla propria personalità fisica, condanna la frode coniugale, oltre che per ragioni morali anche per le ragioni fisiche che la fa assomigliare ad una qualsiasi autolesione.

Il piacere sessuale contenuto nella coppa del matrimonio è in rapporto assoluto con la santità dei sentimenti. I coniugi timorati di Dio troveranno sempre nelloro reciproco, legittimo amore, ‘l’appagamento totale dei loro desideri e dei loro bisogni fisiologici, mentre quei giovani sposi che sono voluttuosi ed insensibili non riusciranno a raggiungere mai il limite estremo del loro appagamento, nonostante l’uso sudicio delle frodi più sensuali.

Anche la quantità della prole non giustifica la frode; la benedizione divina può sempre supplire alle necessità di quelle famiglie che moltiplicano in armonia con i piani e la legge di una santità incorrotta.

Ripeto: Ogni ricerca dell’esotico nel matrimonio è severamente condannata dalle Scritture; quanto alla limitazione dello nascite esiste una sola via, quella della continenza.

E’ necessario però che su questo secondo punto esprima per intero il mio modesto parere: la limitazione delle nascite non può mai essere il risultato di un calcolo umano, di una comodità carnale, ma deve essere sempre la conclusione di un incontro con Dio. L’uomo deve cioè sentirsi approvato dall’alto nella grande decisione che è costretto a prendere per determinate ragioni capaci di legittimare la decisione stessa. Egli non può e non deve giungere a onesta determinazione soltanto per godere una più ampia libertà o per non sostenere onerosi impegni economici o per soddisfare i desideri capricciosi di una moglie poco proclive alla missione materna. No, egli deve sentire che i suoi motivi lo giustificano pienamente nel cospetto di Dio e che quindi egli è approvato nella sua decisione.

Il conseguimento dello scopo deve essere raggiunto mediante un solo metodo: quello dell’astinenza. Quanto più sarà prolungato il periodo di astinenza, da effettuarsi sempre e soltanto col consenso di ambedue i coniugi tanto più sarà possibile raggiungere lo scopo voluto.

Forse non è fuori luogo ricordare a titolo informativo che una donna non è fecondabile in qualsiasi momento ma lo è soltanto in quel periodo che va dal 19° all’11° giorno prima del suo beneifcio mensile e di conseguenza è infecondabile nei giorni immediatamente precedenti e in quelli immediatamente successivi alle sue regole.

Questa informazione non vuol suggerire nulla ma potrebbe essere conciliata con un digiuno sessuale periodico e metodico.

Molti mariti si spaventano nel sentir parlare di astinenza periodica perché ravvisano in essa qualche cosa di gravoso o di impossibile per la loro calda natura. A questi mariti voglio ricordare che il digiuno periodico rappresenta pratica igienica profondamente benefica e facilmente attuabile. Anche gli israeliti, popolo notoriamente passionale, praticavano, per disposizione legale, un’astinenza mensile che iniziava il primo giorno delle regole femminili e terminava, secondo alcuni, dodici giorni e secondo altri quattordici giorni dopo. In un caso o nell’altro il periodo di astinenza terminava entro il periodo di fecondabilità della donna e questo spiega la generosa prolificazione del popolo ebreo.

Se questa pratica era possibile indiscriminatamente nei seno di un popolo caldo d’emotività e di passionalità, ritengo che sia possibile a qualsiasi individuo di buona volontà, soprattutto in considerazione del fatto che essa e associata ad un fine utilitario, quando la limitazione della prole è utile e legittima.

Naturalmente il fine utilitario non deve essere il risultato di un calcolo unilaterale, cioè non deve soddisfare soltanto l’interesse dell’uomo, ma deve essere la soluzione di un problema di ambedue i coniugi. Frequentemente, infatti, la limitazione della prole è suggerita da circostanze relative alla moglie ed il marito deve nutrire un così profondo senso di altruismo e di comunione coniugale, da fare proprio il problema della sua compagna che per le più svariate, ma comunque legittime ragioni viene a trovarsi nella necessità di sospèndere la proliferazione.

Dico sospendere perché, l’uomo dovrà essere sempre pronto a rimuovere la sua decisione se richiamato a ciò da nuove circostanze o dalla voce della coscienza. In questo caso ogni ostacolo dovrà essere affrontato e superato con virilità, anche se l’ostacolo è rappresentato dalle reticenze della moglie, che volesse opporsi senza plausibili od importanti ragioni.

In questa generazione il senso della maternità purtroppo si è notevolmente affievolito e la donna vede nella prole un peso insopportabile e generalmente ella cerca di esercitare la propria influenza negativa, sopra il marito per indurlo ad assecondare i suoi desideri, che come detto, quando non sono giustificati da particolari circostanze, sono soltanto capricci e debolezze femminili. Il marito deve compiere una profonda opera di persuasione, d’insegnamento, di amore e, in circostanze estreme di decisa autorità. Se la limitazione delle nascite costituisce un’offesa alla propria coscienza, non ci deve essere ostacolo capace di arrestare il corso normale delle relazioni coniugali e le eventuali conseguenze di queste devono essere lasciate esclusivamente all’infinita sapienza di Dio.

Per la frode consumata soltanto a fini erotici invece devo essere necessariamente più severo. Qui ci troviamo di fronte ad una legge, ad una regola che non ammette eccezioni e l’uomo deve imporre energicamente a se stesso e alla sua compagna soltanto il godimento dei benefici legittimi deI matrimonio. Tutti quei godimenti ricercati od ottenuti fuori dalla legittimità della legge naturale rappresentano una colpa condannata severamente dalla Bibbia.

La dimostrazione pratica ed immediata di questo l’abbiamo, come già detto, dai risultati fisici dei coniugi che esercitano un qualsiasi artificio coniugale ed erotico, perché, sempre, la frode sessuale viene pagata in moneta suonante e ambedue i coniugi colpevoli possono ricercare in quella ed in quella soltanto l’origine di una moltitudine d’infermità particolarmente di natura nervosa.

– Purtroppo molti giovani inesperti non riescono a discernere con precisione i limiti del lecito e dell’illecito e quindi cadono nell’illegalità come risultato della loro semplicità; questi non possono essere giudicati sullo stesso piano di quanti volontariamente contaminano il matrimonio con le loro azioni peccaminose anzi sono convinto che Iddio non manca d’intervenire con la sua luce, nella loro vita, per colmare le deficienze esistenti.

Il matrimonio è un istituto sacro; in esso due coniugi trovano la soluzione dei loro problemi sociali, fisiologici, affettivi e quindi non deve essere trasformato in una vile fonte dì ebbrezza sessuale.

Il marito cristiano deve vigilare perché il vizio e la frode, il pervertimento ed il peccato non s’introducano nel talamo matrimoniale.

Non senza preoccupazione mi chiedo se i giovani coniugi di questa generazione sanno dare questo carattere sacro alla loro unione. Quando scorgo delle coppie nelle quali emerge più che l’amore coniugale la passione sensuale o quando vedo dei genitori che hanno saputo limitare ad uno o due figli la loro prolificazione, viene da domandarmi: Questi giovani sposi sapranno presentare i loro corpi e le loro relazioni a Dio nella purità?

Queste nascite controllate e limitate saranno veramente approvate da Dio e questo risultato sarà veramente la conseguenza di una sana continenza?

Domande quasi angosciose che toccano quanto dì più intimo, quanto di più riservato esiste nella vita dei credenti e che appunto perché si riferiscono ad una zona difficilmente controllabile, rimangono domande…

La vita coniugale è connessa strettamente con la nostra vita cristiana e perciò è in relazione con la situazione spirituale di tutta la nostra comunità ed io credo che la crisi di questi giorni abbia una delle sue radici nel fallimento del ministerio matrimoniale, come credo che il fallimento del matrimonio trovi la sua sussistenza nella crisi religiosa che opprime il popolo cristiano.

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