Sei Cristiano?

ROBERTOBRACCO1

 di  ROBERTO BRACCO

INDICE

–  Introduzione
–  Conoscere Cristo
–  Giustificazione
–  Nuova nascita
–  Pace e gioia
–  Speranza e fede
–  Amore
–  Offerte
–  Vita sociale e familiare
–  Testimonianza

Il nostro secolo è il secolo delle imitazioni e dei surrogati. Sembra che lo sforzo scientifico sia teso alla sostituzione dell’autentico con il falso, dell’originale con la copia.

Questo programma di ampio respiro include, nel suo sviluppo, tutte le realtà della vita non facendo eccezione neanche per le realtà morali e spirituali.

La morale sana, permeata di timore di Dio e di rettitudine sociale, viene ogni giorno surrogata da una pacifica convivenza che è tutta infingimenti e ipocrisie e la spiritualità pura ed elevata viene quotidianamente sostituita da un vuoto formalismo religioso che si esaurisce in una liturgia priva di significalo.

In un mondo che ha elevato questo programma a sistema di vita; in un mondo dove il luccichio dei diamanti ed il brillare dell’oro suscitano le più legittime diffidenze, la domanda che noi solleviamo rappresenta il più naturale degli interrogativi. Sei cristiano?

E’ una domanda impegnativa che esige una risposta franca e precisa e non per soddisfare chi ha posto l’interrogativo, ma per illuminare coloro che hanno l’eroismo di accettare la domanda.

A coloro che non amano distinguere fra il vero e il falso la domanda sembrerà superflua od inopportuna, ma ai pochi che ancora bramano possedere la verità nel senso più elevato del termine, la domanda, non soltanto apparirà logica ed attuale, ma apparirà anche come una favorevole opportunità per cercare la verità in loro stessi.

Quindi, le pagine di questo volume non s’indirizzano a tutti, ma soltanto a quei credenti che desiderano spezzare le catene dell’illusione e dell’inganno per conquistare la libertà dello spirito che si respira nel vero cristianesimo.

CONOSCERE CRISTO

Cristiano vuoi dire  “seguace di Cristo” o, come si dice più comunemente,  “discepolo di Cristo”.  Non si può essere discepolo di un Maestro senza conoscerlo e perciò non si può essere cristiani senza conoscere Cristo. 

Il discepolo è colui che segue gli insegnamenti del Maestro; quando gli insegnamenti di un Maestro rappresentano anche la sua vita, il discepolo diventa l’imitatore perfetto del Maestro.

Per essere cristiani, cioè allievi di Gesù ed imitatori di Gesù, bisogna conoscere il Maestro: bisogna conoscere il suo ammaestramento che è lo stesso che dire: bisogna conoscere la sua vita perché in Gesù ammaestramento e vita rappresentano la medesima cosa.

La conoscenza di Gesù sarà completata soltanto nell’eternità, ma soltanto coloro che hanno incominciato a penetrarla quaggiù possono essere definiti suoi discepoli.

Se un individuo non ha incontrato Cristo, non ha veduto Cristo, non ha udito Cristo, non può neanche dichiararsi discepolo di Cristo. Egli può anche essere un ammiratore entusiasta dell’eminente personalità del figliuolo di Dio, ma non può assolutamente pretendere di essere suo discepolo. Quindi la domanda: sei Cristiano?, può essere sostituita dall’altra: conosci Cristo?

Naturalmente, la risposta non può evadere la realtà perché abbiamo già precisato che conoscere Cristo significa aver avuto un incontro con Lui e aver stretto una relazione con Lui.  Coloro che lo conoscono attraverso le biografie semplicemente in conseguenza di quello che si dice di Cristo, non lo conoscono affatto. Possono anche aver lette le cose più belle riguardanti la Sua vita e possono aver udito centinaia di sermoni intorno a Lui ma se non Lo hanno incontrato personalmente se non Lo hanno udito con i loro orecchi e non Lo hanno veduto con i propri occhi non lo conoscono, e perciò non possono dichiarare di essere cristiani.

Purtroppo molti si accontentano della  “conoscenza” degli altri e vivono in una pigrizia spirituale che offre loro  “una forma religiosa”, ma nasconde irrimediabilmente il vero cristianesimo. Essere membri di una comunità cristiana o appartenere ad una famiglia cristiana può dare  “l’illusione” di essere cristiani, ma in realtà non rappresenta affatto una garanzia di salvezza perché, anche se coloro che ci circondano hanno “conosciuto Cristo”, noi non possiamo dichiararci cristiani fino a tanto che non esperimentiamo una conoscenza diretta e personale.

Ai profani, e forse a quanti non hanno ancora fatta una personale esperienza cristiana, il concetto di un incontro con Cristo e di una conoscenza di Cristo può risultare incomprensibile. Vogliamo perciò precisare che noi consideriamo Cristo non come una idea astratta, ma come una  “persona reale” e quindi non come una realtà ideale che può essere conquistata soltanto intellettualmente, ma come una realtà spirituale che può essere pienamente partecipata con tutta la personalità umana.

Cristo è l’eterno figlio di Dio che è apparso nel mondo per la salvezza del genere umano e che perciò si è manifestato in carne per essere l’unico mediatore fra gli uomini e il Padre. Vero uomo e vero Dio, è stato ed è il termine di mediazione, il tratto di unione fra il cielo e la terra. Egli però non è soltanto il tratto di unione fra  “gli uomini” e “Dio” ma è la mediazione fra  “ogni uomo” e il “Padre”.  Non è soltanto il Salvatore del mondo, ma è il Salvatore di ogni uomo che viene nel mondo.

Ogni individuo perciò deve fare la sua personale conoscenza e deve costituirlo “il proprio” mediatore e il “proprio” Salvatore. Egli è una persona e può essere incontrato, può essere conosciuto come qualsiasi “persona” può essere realmente incontrata e conosciuta. Egli vede, ode, ed Egli parla, tocca, si manifesta…  “è una persona” e quindi non deve essere considerato come se fosse soltanto “un’idea”.

L’individuo che si professa cristiano, ma ha conosciuto Cristo esclusivamente come  “idea” e non lo ha incontrato come persona, si trova ancora molto lontano dal vero cristianesimo il quale non è fondato sopra una idea, ma sopra una persona.

L’esperienza genuina del credente è soltanto quella che gli permette di dire: – Ho incontrato Cristo; l’ho chiaramente veduto con l’occhio spirituale; ho distintamente udita la Sua voce e sentita la Sua mano. E’ un incontro che avviene mediante le pagine dell’Evangelo, ma si verifica fuori di esse; è un incontro che non ha nessuna relazione con quanto intellettualmente si conosce di Cristo. In altre parole, l’individuo che incontra Cristo non lo incontra nel senso che quello che egli sa di Lui diventa più chiaro nella sua mente o che quello che ha letto di Lui nelle pagine dell’Evangelo acquista un più profondo significato nella sua coscienza, no! Lo incontra nel significato preciso di questa parola attraverso un reale contatto fra Cristo  “persona” divina e la sua anima desiderosa di luce e di grazia.

L’incontro è colloquio, è contemplazione, è passione. L’incontro è conoscenza positiva di quel Cristo che si conosceva come idea o del quale, forse, si era udito parlare o si erano studiati i dettagli biografici, ma che rimaneva purtroppo una realtà sconosciuta e distante. Il vero cristiano, cioè colui che ha incontrato Cristo, che ha conosciuto Cristo, può testimoniare di quest’incontro soprannaturale e può dire con forza che nonostante esso si sia verificato fuori dei sensi umani, è stato un incontro reale e positivo.

Gli occhi, gli orecchi, le mani dell’uomo non sono necessarie per vedere, udire e toccare Cristo perché, quando avviene un vero incontro con Lui, i sensi dell’organismo fisico vengono superati dai sensi spirituali dell’individuo ed è a mezzo di questi che viene raggiunta la meravigliosa realtà. Le realtà raggiunte dai sensi dello spirito non sono immaginarie, come credono sovente coloro che non le hanno esperimentate, e non sono neanche astratte, e perciò è logico parlare dell’incontro con Cristo  facendo uso dei medesimi termini che servono per esperimentare l’incontro con una persona fisica.

Natanaele ebbe un incontro con Cristo, e Paolo sulla via di Damasco ebbe anche un incontro con Cristo. Il primo di questi due incontri non fu più reale dei secondo ed ambedue queste esperienze generarono la conoscenza di Cristo indipendentemente dalla mediazione dei sensi umani. Questa considerazione ci conferma il principio fondamentale che i sensi fisici sono soltanto mezzi per avere contatto con il mondo fisico. Per avere relazione con il mondo spirituale, che non soltanto è reale, ma eterno, bisogna servirsi di quei sensi spirituali a mezze dei quali l’uomo può incontrare Cristo e conoscere Cristo.

Come già detto in precedenza, questa conoscenza è inesauribile e noi possiamo approfondirla progressivamente neI tempo ed esaurirla nell’eternità, ma per professarci cristiani dobbiamo almeno essere penetrati in essa.  Hai incontrato Cristo? Non è importante sapere se i genitori hanno incontrato Cristo o se altri hanno personalmente conosciuto il Salvatore, ma è importante ed urgente sapere se noi lo abbiamo veduto, udito, conosciuto.

Fuori di questa esperienza non esiste il cristianesimo e perciò è vano il professarsi discepolo di Cristo se non c’è stato un positivo incontro con Lui. Abbiamo diritto di nominarci seguaci del Maestro soltanto quando abbiamo la possibilità di dichiarare:  “Abbiamo conosciuto il Signore, ed ora proseguiremo a conoscerlo di più in più…”.

Incontrato, conosciuto, veduto, udito…; non devono essere espressioni figurative, prive del loro reale significato, ma devono essere termini capaci di esprimere in modo rigorosamente esatto le nostre reali esperienze nel Signore.

GIUSTIFICAZIONE

Cristiano è anche sinonimo di figliuolo di Dio. Non si può essere cristiani e non essere figliuoli di Dio perché le due definizioni si equivalgono.  Coloro che non conoscono le dichiarazioni della Scrittura credono che “creatura di Dio” e  “figliuolo di Dio” voglia dire la medesima cosa mentre invece il significato è nettamente diverso. Creatura di Dio vuol dire “creato da Dio”; figliuolo di Dio vuoi dire invece “generato da Dio”. Tutti gli uomini sono creature di Dio, ma soltanto i cristiani sono figliuoli di Dio perché sono stati generati da Lui per la fede in Cristo.

Il  “figliuolo di Dio” cioè il cristiano, si differenzia da tutte le altre creature per una particolarità fondamentale della propria personalità: la giustizia!

Il cristiano dunque è rivestito totalmente di giustizia e manifesta le caratteristiche di Colui che Lo ha generato mediante l’integrità morale e spirituale della propria personalità. Questa affermazione non vuole intendere che il cristiano sia un essere infallibile e neanche che egli possegga, abbia, una giustizia propria, quale risultato di opere meritorie, ma vuole soltanto dichiarare che figliuolo di Dio è colui che ha partecipato la “giustificazione”.

Non si può essere cristiani senza aver realizzato la giustificazione offerta da Dio in Cristo perché tutti i figliuoli di Dio hanno il medesimo carattere, non per capacità propria, ma in conseguenza dell’opera della grazia.

L’uomo non è naturalmente giusto; egli si conta mina sin dalla sua prima infanzia per la trasgressione alla legge morale e perciò per divenire giusto ha bisogno di essere giustificato in Cristo. Per essere giustificati, però, non basta conoscere la dottrina della salvezza, ma bisogna accettare personalmente l’opera di Cristo.

La dottrina cristiana c’illumina intorno all’opera della salvezza e ci precisa che cosa rappresenta e come si compie la giustificazione; ma questa luce è e rimane come un faro che vuoi condurci alla realizzazione di questa meravigliosa opera di grazia.

Non mancano neanche oggi, infatti, uomini che conoscono il valore dell’offerta di Cristo; uomini che sanno teoricamente che Gesù ha sofferto per gli ingiusti onde poter partecipare la Sua giustizia a tutti coloro che accettano il Suo sacrificio come un sacrificio vicario, cioè come un sacrificio compiuto per loro.

Questa categoria d’individui vi sa dire in maniera esatta che la giustificazione è il risultato della fede in Cristo e che essa stabilisce un rapporto di pace con Dio. Vi sa anche dire che, mediante la giustificazione, l’uomo appare davanti al Padre come se non avesse mai peccato, cioè appare ricoperto della giustizia di Colui che poteva dire:  “Chi di voi mi convince di peccato?”

Si, tutte queste cose sono conosciute da un notevole numero di persone, ma non tutti coloro che le conoscono le hanno esperimentate e quindi non tutti coloro che le conoscono sono cristiani perché, per essere cristiani, non basta conoscere teoricamente il meccanismo della giustificazione Per essere cristiano, cioè per essere figliuolo di Dio, bisogna aver partecipato la giustificazione che è offerta in Cristo.

La domanda del capitolo precedente deve essere quindi seguita da un secondo interrogativo Sei stato giustificato? Nessuno può essere giustificato se non adempie le condizioni stabilite dalla Scrittura; esse sono:

1) Riconoscere la propria ingiustizia;

2) Riconoscere per fede la giustizia giustificante di Cristo;

3) Chiedere in uno spirito di ravvedimento il “dono della giustizia”.

Purtroppo, nel seno delle chiese che hanno una tradizione dietro le spalle, queste condizioni sono frequentemente ignorate. Le giovani generazioni che ricevono il messaggio dell’Evangelo in eredità dalle proprie famiglie credono di essere nate già  “salvate” e non è infrequente sentir dire: “Io sono nato nella grazia…”, “Io non ho mai conosciuto il peccato…”.

Queste giovani generazioni sono proclivi a sostituire il cristianesimo reale, il cristianesimo delle esperienze, con un cristianesimo formale, liturgico nel quale “la morale” diviene la causa anziché essere semplicemente l’effetto.

Non basta essere  “bravi e buoni” per essere cristiani, come non basta essere nati in una famiglia cristiana per proclamarsi figliuoli di Dio, perché soltanto coloro che hanno partecipata la giustificazione sono stati fatti realmente cristiani. L’uomo deve riconoscere la propria ingiustizia, il proprio peccato. Deve essere consapevole che i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi sentimenti lo hanno reso ripetutamente trasgressore della legge di Dio. Egli è indegno del Regno dei cieli…

Fino a tanto che l’individuo non si umilia per riconoscere il proprio stato d’iniquità, non può neanche volgere lo sguardo alla croce del Calvario. Molti sedicenti cristiani parlano ogni giorno del figliuolo di Dio crocifisso, ma fino ad oggi non hanno potuto avere una visione della sua offerta immacolata. Conoscono la “croce” in senso iconografico, ma non lo hanno mai veduta nella sua realtà spirituale. Invece non si può giungere a Cristo se non attraverso la croce alla quale si accede per la via della sincera umiliazione.

Le prime due condizioni sono dunque adempiute nel riconoscimento del proprio peccato e nella contemplazione del sacrificio della croce che esprime la giustizia giustificante. La terza condizione viene adempiuta nella preghiera umile e sincera a Dio. Non tutti riescono a comprendere che Dio vuole una esplicita richiesta e per questo motivo molti continuano a nominarsi cristiani senza essere stati mai fatti  “figliuoli di Dio”. Il perdono dei peccati, la giustificazione in Cristo, la purificazione per il sangue del Calvario, devono essere chiaramente ed umilmente richiesti a Dio. Se voi non avete mai chiesto il perdono dei vostri peccati, voi non siete perdonati. Se non avete mai chiesto il  “dono della giustizia” voi non siete giustificati.

Iddio offre la giustificazione in dono a tutti gli uomini, ma Egli non la concede a nessuno per un processo spontaneo ed automatico che sia indipendente dal desiderio, dalla fede e dalla richiesta dell’uomo. Tutti coloro che adempiono le condizioni stabilite dalla Scrittura vengono gratuitamente giustificati in Cristo, ma quanti invece vogliono fondare il loro cristianesimo sulla propria moralità o sui propri diritti familiari o più semplicemente sulla propria conoscenza finiscono per crearsi una religione tanto illusoria quanto irreale. Il cristianesimo è esperienza spirituale e non conoscenza intellettuale e quindi è assolutamente inutile ricercarlo fuori dalle realtà dello spirito.

Per chiudere, vogliamo dire che la giustificazione è un atto della grazia che si compie in noi indipendentemente dalle nostre emozioni, però non possiamo negare che esso suscita in noi le più dolci e profonde sensazioni. Il peccatore che si sente più che perdonato, assolto incondizionatamente davanti a Dio; lo straniero dei Patti che si sente adottato al Padre, il nemico che si sente riconciliato e in pace con Dio, non può non sentire delle emozioni soavi nell’intimo della sua vita.

Forse per questo motivo tanti credenti vivono un cristianesimo freddo e statico: essi non hanno mai esperimentate quelle realtà spirituali capaci di suscitare le più profonde e dolci sensazioni nell’animo.  Sei cristiano? Cioè hai incontrato Cristo? Sei stato giustificato in Cristo?

  NUOVA NASCITA

Se c’è una dichiarazione di Gesù che esprima, in modo particolare, il carattere dei cristiano, questa e quella contenuta nel cap. 3 dell’Evangelo secondo Giovanni: «Se alcuno non è nato di nuovo non può entrare nel Regno di Dio ». Sei nato di nuovo? Dalla risposta a questa domanda può essere stabilito se tu sei o non sei cristiano.

La nuova nascita è un’esperienza spirituale che non può essere confusa con altre esperienze perché ha caratteristiche così precise e così visibili da poter essere facilmente individuata in qualsiasi individuo. Quindi non è difficile rispondere alla domanda posta precedentemente perché tutti possono sapere se “sono nati di nuovo”.

Nascere di nuovo, infatti, vuoi dire “venire alla luce”; vuoi dire  “passare da un genere di vita ad un genere di vita diverso”; vuoi dire “entrare nel novero degli esseri viventi. In altre parole nascere di nuovo rappresenta un avvenimento, che sotto tutti gli aspetti, può essere assomigliato alla  “nascita nel senso fisiologico”. Colui che nasce viene alla luce e passa dalla vita uterina alla vita propria ed entra così, con la propria personalità, nel seno della società umana.

La nuova nascita, ripetiamo, è un  “venire alla luce”.  Non è, come credono alcuni, ricevere un poco di luce perché quest’atto sovrano della grazia divina introduce pienamente nella luce della verità. L’individuo viene trasportato dalle tenebre al chiarore della rivelazione divina alla quale i suoi occhi si aprono, in maniera incerta da principio, e poi sempre più distintamente. Egli non è più un povero essere raggomitolato in un antro tenebroso, ma un individuo che si muove alla luce, che si riscalda al sole, che gioisce in un bagno di verità.

Egli cambia sostanzialmente il suo genere di vita. Dire che i suoi pensieri si modificano e che i suoi desideri si mutano è dire soltanto in minima parte qual’è il risultato della nuova nascita.  L’individuo cambia genere di vita perché cessa di avere una vita in comune con il mondo e con il peccato e inizia una vita propria nell’atmosfera della grazia di Dio. Quindi non soltanto i pensieri o de sideri, ma tutto è mutato nella sua personalità ed egli appare quello che non “è mai stato” così come il nascituro è quello che non  “era”  prima.

L’uomo che è nato di nuovo respira lo Spirito di Dio, contempla la luce della verità, si riscalda al sole della giustizia; egli dunque ha una vita propria e libera, ma questa vita è sensitiva e vegetativa in virtù degli elementi soprannaturali che la fanno vivere. Naturalmente questo  linguaggio è essenzialmente simbolico.

Infine l’individuo che nasce di nuovo entra nel novero della società, di una particolare società umana e spirituale che è definita dei “primogeniti scritti nei cieli”. Potremmo anche più semplicemente dire entra nella società dei figliuoli del Regno, cioè diviene un cristiano.

Coloro che ricevono Cristo acquistano, con Lui, il diritto di essere chiamati figliuoli di Dio, non perché viene loro conferito un titolo, ma perché  “nascono da Dio”, ricevono il  “seme di Dio”, e “partecipano la natura di Dio”. Tutte queste precisazioni sono esplicitamente dichiarate dall’Evangelo e sono chiaramente dimostrate dall’esperienza cristiana.

Se un individuo si proclama cristiano senza aver esperimentata la realtà di una nuova nascita, il suo cristianesimo rappresenta una povera contraffazione di quella  “religione pura ed immacolata” recata da Gesù agli uomini. Per essere discepolo del Maestro divino, bisogna possedere, ci si perdoni il linguaggio esemplificativo, un doppio certificato di nascita ed il secondo deve essere tanto preciso e tanto particolareggiato quanto il primo.

Il cristiano “deve” sapere quando è venuto alla luce e quando ha incominciato a vivere. Deve conoscere il giorno e l’ora nei quali è divenuto cristiano ed è stato fatto figliuolo di Dio. La sua vita, in altre parole, deve essere distinta in due vite, separate fra loro da unì taglio netto, e rese soprattutto indipendenti da una evidente ed accentuatissima differenza di caratteri. Egli deve essere oggi quello che non era prima della sua esperienza spirituale e deve sentire questo distacco fino a non riconoscersi ivi colui che era. Questo è infinitamente più che un semplice cambiamento di opinione ed anche più che un perfezionamento di carattere.

Oggi le comunità cristiane accolgono con colpevole superficialità i propri membri, disinteressandosi totalmente delle esperienze che possono o non possono aver fatto. Avviene frequentemente, di conseguenza, che molti giovani siano accettati nel seno della chiesa soltanto perché fanno parte di famiglie cristiane. Generalmente questi giovani presentano una vita moralmente lodevole ed una conoscenza biblica discreta, ma sono ugualmente poveri peccatori bisognosi di salvezza.

Vengono accettati senza che la loro vita esperimenti la potenza della nuova nascita e quindi essi si trovano ad essere cristiani, o a dichiararsi cristiani, pur avendo sempre la medesima vita. Possono forse indicare la data della loro decisione, o la data del loro battesimo, ma non possono indicare la data della loro rigenerazione perché questa non si è mai verificata.

Naturalmente questi cristiani hanno una personalità spirituale incompleta perché non “vedono e non sentono” nella medesima maniera di coloro che hanno partecipato il Regno attraverso la porta della “nuova nascita”.

La crisi di molti movimenti cristiani è iniziata nel giorno che la “dottrina della nuova nascita” è stata sostituita da quella della tradizione. Sono sorti mediante l’unione di individui rigenerati dalla grazia di Dio e hanno cercato di sopravvivere sull’eredità delle generazioni successive che non hanno conosciuta la potenza della nuova nascita, ma soltanto l’incerta forza della convinzione intellettuale.

Sei nato di nuovo? Hai partecipato la natura di Dio attraverso l’opera della rigenerazione? Puoi indicare in maniera esatta l’ora e i modi nei quali si è verificata la tua totale trasformazione? La tua vita è veramente distinta in due vite diverse e indipendenti?

Poni te stesso di fronte a queste domande perché esse vogliono chiaramente e profondamente provare il tuo cristianesimo. Se tu non sei ancora nato di nuovo, non sei neanche ancora cristiano. Devi fare una decisione e devi compiere una esperienza, ma un’esperienza che non può essere assolutamente ignorata o trascurata.

PACE E GIOIA

Colui che ha accettato Cristo, che è divenuto discepolo di Cristo, deve domandarsi se vive realmente nel cristianesimo. La domanda: “Sei cristiano?”, non riguarda soltanto il passato, ma anche, ed anzi, soprattutto, il presente. E’ molto importante chiedersi se abbiamo fatte le esperienze essenziali per  “entrare” nel cristianesimo, ma non è meno importante indagare se viviamo dentro o fuori il cristianesimo. Non sono cristiani coloro che hanno esperimentata. la rigenerazione, e che successivamente hanno perduta ogni potenza spirituale ed ogni senso morale.  

Il cristiano è il simbolo stesso della gioia e della pace, perciò colui che, oltre ad essere divenuto cristiano, vive costantemente nel cristianesimo, possiede e manifesta queste due preziose virtù spirituali.  Se non conosci la gioia e se ignori la pace, non vivi nel cristianesimo : la tua testimonianza di discepolo di Gesù è infirmata dallo stato della tua vita. Il mondo deve riconoscere i figliuoli di Dio anche dal loro viso sereno, dal loro canto incessante, dalla loro gioia esuberante.

Gioia e pace! Questo bene prezioso rappresenta la eredità logica del cristianesimo e del cristiano. Il cristiano deve sentire e godere la gioia della presenza di Dio, la gioia della salvezza, la gioia della rivelazione. Il figliuolo di Dio ha mille motivi di gioia e perciò può attingere e deve attingere instancabilmente alla fonte della gioia. Egli non ha nessun motivo per essere turbato perché è stato liberato dalle circostanze che turbano gli uomini. 

Se la gioia è spenta, il cristiano non può dimostrare di aver partecipato quelle realtà invisibili che “arricchiscono” per l’eternità. Come si può conciliare la testimonianza delle nostre esperienze e della nostra speranza con una vita di angoscia e di turbamento? Se noi annunciamo al mondo il messaggio di Cristo e lo annunciamo con l’autorità dell’esperienza, dobbiamo dimostrare che quest’esperienza non è immaginaria, ma è positiva.

Quando affermiamo che il nostro nome è scritto nel cielo, quando dichiariamo che siamo stati fatti figliuoli di Dio ed eredi di Dio, quando testimoniamo che incontriamo costantemente la presenza di Dio, quando proclamiamo che partecipiamo la gloria dello Spirito divino, dobbiamo punteggiare e sottolineare queste affermazioni meravigliose con una vita traboccante di gioia.

I cristiani che lagrimano inesauribilmente, sotto lo stimolo di una vita perennemente arida ed angosciata; i cristiani che espongono il quadro della loro opprimente mestizia, sono capaci soltanto di dimostrare che il loro cristianesimo è ammalato. Gioia e pace devono essere gli ornamenti leggiadri dei figliuoli di Dio, la forza interiore di tutti i cristiani. Gesù ha assicurato pace ai suoi discepoli. Non la pace effimera e superficiale del mondo, ma la Sua pace.

La pace di Gesù non ci garantisce la immunità dalle persecuzioni o dalle distrette, ma ci assicura la serenità e la forza in esse. In altre parole, Gesù non ci ha promesso una vita di pace, dipendente dalle circostanze del mondo, ma ci ha offerta quella pace che ci solleva al di sopra delle circostanze e delle bufere. Il cristiano gode serenità e pace e il cristiano manifesta questo dono divino in mezzo al mondo. Anche quando la sua navicella è nella tempesta o anche quando i bisogni della vita si fanno pressanti, egli sente e vive la pace. La pace di Gesù accompagna il credente in ogni momento e perciò il cristiano si distingue nel seno della società per quelle caratteristiche che fanno di lui l’individuo che non subisce l’influenza degli avvenimenti. Quando gli altri tremano e si spaventano, il cristiano è sereno ed egli rimane serenamente adagiato sulla sua pace anche quando incontra quelle tempeste che fanno vacillare i forti della terra.

Pace per i giovani e pace per i canuti; pace di fronte alle lotte della vita e pace all’avvicinarsi della morte; pace nelle persecuzioni e pace nelle distrette; pace per il presente e pace per l’avvenire: questa è la pace di Cristo nel cristiano. Se tu non vivi nella gioia e nella pace cioè nelle due virtù spirituali che conseguono spontaneamente dal vero cristianesimo, tu ti trovi fuori dall’ambito dei figliuoli di Dio.

Il cristianesimo non rappresenta una religione che si possiede assieme a tutti gli altri accessori della vita e che quindi può lievemente influenzare il nostro carattere e le nostre circostanze, ma non può mutare le inclinazioni naturali della nostra personalità e dei nostri sentimenti. No! il cristianesimo è la vita; esso ha un carattere già esattamente definito e quando noi vogliamo alterare o modificare questo carattere noi distruggiamo il cristianesimo.

La religione di Cristo si vive o non si vive; quando si vive, si vive come essa è, ma quando noi vogliamo adattarla alle esigenze della nostra mentalità o della nostra carnalità, non la viviamo affatto. Molti credenti potranno trovare eccessivo questo giudizio e potranno anche continuare a pensare che il cristianesimo è possibile anche la, ove non regnano gioia e pace, ma la Scrittura invece ci conferma che i cristiani, i veri cristiani, anche in mezzo alle battaglie sanguinose della vita e della fede, sentono, godono e manifestano, costantemente, gioia e pace.

Se la tua condizione spirituale non s’identifica con quella che la Scrittura dichiara essere la vera condizione dei discepoli di Gesù, non cercare di spiegare questa disarmonia con argomenti capaci di giustificare il tuo turbamento costante e la tua perpetua mestizia, ma umiliati per rientrare nell’ambito di quella realtà eterna che riempie e rende traboccante di gioia e dì pace.

Sei cristiano? Cioè godi sempre gioia e pace? Mostri sempre queste virtù celesti?

  SPERANZA E FEDE  

L’apostolo Paolo scriveva, ai suoi giorni: – Se noi sperassimo in Cristo soltanto per le cose di questa vita, noi saremmo i più miserabili fra gli uomini. E Pietro, in una delle sue epistole, così esortava i cristiani: “…sperate perfettamente nella grazia che ci sarà conferita all’apparizione del Signor nostro Gesù Cristo”. Un cristiano, un autentico cristiano, è un individuo ripieno di speranza; la sua speranza però non è fondata sopra le realtà visibili della vita, ma su quelle invisibili dello Spirito che dimorano nell’eternità.

Ci sono molti falsi credenti che dichiarano di sperare veramente in Cristo e di aspettare con ansia il suo ritorno, la sua apparizione, ma vivono però nella ricerca avida ed instancabile di tutti i beni terreni che possono essere conquistati e goduti. Questi sedicenti cristiani paventano la malattia e sono terrorizzati dal]a morte e se incontrano poi la perdita delle loro ricchezze, piombano nella disperazione più cupa. Essi confessano una speranza che non posseggono e dichiarano dei sentimenti che non affiorano neanche nella loro insensibile coscienza.

La speranza cristiana conduce l’anima oltre la malattia e la morte e la solleva al di sopra della ricchezza o della miseria perché introduce il credente nel mondo dello Spirito che è, come già detto, il mondo delle realtà invisibili, ma eterne. Il vero cristiano possiede questa vera speranza. Egli non vive aspettando il conseguimento di un benessere o di una felicità contingente perché spera “ perfettamente” nell’adempimento delle promesse divine relative all’ingresso nella gloria.

Tutta la sua vita e tutti i suoi desideri sono tesi verso l’eternità ed egli compie il suo pellegrinaggio con la costante visione della città di Dio che lo attende. Non può cercare altro, non può essere assorbito o distratto da altro: egli ha tutto, nel fine della sua speranza che è la vita eterna in Cristo Gesù. E’ assurdo dichiararsi cristiani e dimostrare l’assenza di qualsiasi desiderio di  “andare ad abitare con Cristo”. E’ paradossale dire di aver ricevuto una eredità eterna nel cielo e vivere soltanto per desiderare e accumulare tesori in questa terra.

Se sei cristiano, non puoi non possedere la speranza cristiana; in altre parole, se sei veramente cristiano, non puoi vivere per avvinghiarti sempre più tenacemente a questa terra. La potenza della chiesa apostolica, la forza dei martiri, si sono manifestate in diretta relazione con la speranza cristiana. Attraverso la lotta, i credenti hanno saputo dimostrare che vivevano per il cielo ed anelavano il cielo. Essi potevano ricevere con allegrezza lo spogliamento dei propri beni come potevano sopportare con serenità gioiosa, la perdita della propria vita in conseguenza del fatto che il loro occhio, il loro desiderio, erano illuminati ed ispirati dalla speranza.

Colui che “spera” non può guardare al presente e non si può fermare al visibile e perciò egli quasi non si accorge del proprio stato o delle circostanze della propria vita perché è assorbito dalla visione gloriosa di ciò che non si vede, ma che per il cristiano  è tanto reale come se si vedesse. Il pensiero delle “molte stanze” promesse da Gesù, della  “città dalle porte di perla”, del  “luogo abitato dalla gloria e dalla giustizia”, deve occupare la mente e il cuore del cristiano ed egli deve vivere sospirando “verso il ritorno di Gesù”.

La speranza deve anticipare la gioia della visione di Dio, deve far pregustare l’incontro con Gesù, con gli angeli, con i santi, deve far godere fin da ora il perfetto gaudio, la conoscenza compiuta, la liberazione totale. Se le promesse divine sono realmente l’oggetto della speranza cristiana, questa speranza deve infiammare ed entusiasmare la vita del credente. Sei cristiano? Vivi e godi nella speranza cristiana?

In quale livello si trova la tua vita e si muovono i tuoi pensieri e i tuoi desideri? Ricordati che la Scrittura ci assicura che tutti coloro che hanno realmente la speranza di vedere il Signore e di essere resi simili a Lui, sin da ora, “si purificano” come Egli è puro. La speranza purifica l’anima ed imbianca la vita. Essa libera da ogni scoria terrena perché spezza i legami delle sollecitudini o le catene dell’avarizia; i lacci del timore o i ceppi della mondanità.

Non è vero, infatti, che tutte queste caratteristiche peccaminose rappresentano le conseguenze di una vita priva di speranza? Colui che non spera nel tesoro celeste è sollecito per costituirne uno terreno; colui che non sa guardare  alle ricchezze eterne è avaro per conquistare quelle momentanee; colui che non brama e non sa bramare l’incontro con Cristo è timoroso delle circostanze che insidiano la sua vita e colui, infine, che non riesce, mediante la speranza, a vivere nei cielo come nella propria città, è mondano per soddisfare i desideri impetuosi del suo cuore arido.

La speranza porta il cielo nel cuore e fa trasparire il cielo dal volto ed un cristiano deve avere il cielo nel cuore e in tutte le manifestazioni della propria vita: egli si deve distinguere particolarmente quando le circostanze più tragiche della vita mettono in evidenza il valore della personalità umana. Paolo ricorda ai cristiani di Tessalonica che anche di fronte alla morte i cristiani dovevano far risplendere la testimonianza della loro virilità. Egli così si esprimeva: “non siate contristati come coloro che non hanno speranza…”

Coloro che non hanno speranza vengono contristati turbati dagli avvenimenti tragici della vita, ma coloro che hanno speranza, cioè che sono cristiani nel senso esatto di questo glorioso vocabolo, rendono testimonianza della invulnerabilità che hanno acquisita mediante l’adottazione a Dio. In conclusione, essere cristiano significa essere fuori dei mondo, o, come diceva Paolo, crocifisso al mondo. Essere fuori del mondo vuoi dire “essere nel cielo”. Il cristiano quindi è l’individuo che vive nel cielo mediante la speranza e mediante la fede.

Fede e speranza sono strettamente congiunte nel cristianesimo perché la “fede” è certezza delle cose che si  “sperano”. E’ quasi impossibile distinguere e individualizzare queste due realtà spirituali ma per approssimazione possiamo pensare alla fede come all’occhio della speranza e alla mano della speranza. La speranza, in questo caso, ci appare come l’anima e la fede come il corpo.

L’anima ha contatto con il mondo che ci circonda a mezzo dei corpo e la speranza ha contatto con le realtà invisibili mediante la fede. La fede è quella che permette alla speranza di vedere e di toccare le promesse verso le quali essa si volge. Perciò, il cristiano è colui che ha speranza e fede. Cioè è colui che non soltanto anela e aspetta le realtà eterne dello Spirito, ma anche che vede e che tocca quelle promesse invisibili, ma indistruttibili, fatte da Dio.

Mosè per fede rimase costante vedendo “l’invisibile”.  Abramo, Isacco, Giacobbe terminarono il loro pellegrinaggio mirando ad una città stabile edificata dal Signore. La loro vita era una vita di fede, ma di quella fede che rende positiva la speranza. Simigliantemente Paolo che si preparò al martirio mirando la corona della giustizia o Pietro che guardò verso la morte per mirare in essa l’angelo della liberazione o Stefano che offrì il suo sangue contemplando la gloria del cielo, ci appaiono come uomini di fede. La loro fede però ci viene presentata semplicemente come la concretizzazione della speranza.

Una speranza priva di fede è un’anima senza corpo come la fede senza speranza è un corpo senza anima. Il cristiano che possiede una speranza rappresentata da un sentimento indefinibile, che gli fa desiderare cose buone e belle, senza pertanto fargli sentire la certezza assoluta nella realizzazione di esse, non è cristiano, ma è soltanto un comune ottimista.

Anche gli inconvertiti sperano; ma per loro speranza vuoi dire desiderio di circostanze favorevoli o augurio di cose buone. Gli uomini infatti ripetono volentieri il vecchio adagio del volgo: – La speranza è l’ultima a morire! In questo proverbio si allude alla speranza generata dall’ottimismo umano e che è una entità nettamente separata dalla fede. Hai una speranza di fede? O hai fede e speranza? Se non possiedi queste due realtà o queste due virtù non sei cristiano. Forse sei un religioso nel senso comunissimo di questo termine abusato, ma non sei un cristiano.

Potrà anche sembrarti strano, ma ricordati che un cristiano è una creatura, sotto certi aspetti, soprannaturale. Egli ha speranza e fede e perciò vive fuori e sopra del povero mondo della materia. Egli crede a Dio oltre che credere in Dio; egli crede e spera e perciò vive libero dalle limitazioni imposte dall’incredulità e dalla disperazione. La sua speranza lo eleva e lo purifica e la sua fede lo rende vincitore e potente. Egli passa in mezzo al mondo come un essere che offre al mondo l’ispirazione della sua vita celeste, ma che non accetta dal mondo nessuna delle sue realtà effimere e vane.

Amore

Il nuovo comandamento recato da Cristo è quello dell’amore. L’amore si trovava anche nelle prescrizioni mosaiche e l’amore esisteva prima del cristianesimo come sentimento naturale, ma Cristo ha recato qualche cosa di nuovo rispetto alla legge e qualche cosa di più elevato e di più profondo nei confronti dei sentimenti naturali: l’amore di Cristo è un sentimento divino partecipato ai redenti congiuntamente alla natura divina.

Coloro che sono cristiani, che sono nati di nuovo, posseggono questo amore, mentre coloro che non hanno esperimentata la rigenerazione hanno soltanto una pallida idea di questo meraviglioso sentimento che viene “sparso nei cuori a mezzo dello Spirito Santo”.

Gesù ha dichiarato che una delle caratteristiche visibili del cristianesimo è costituita appunto dall’amore: – “Da questo si conoscerà che siete miei discepoli, dall’amore intenso che vi porterete!”

La frase del Redentore però potrebbe essere falsata dall’interpretazione superficiale di qualche esegeta desideroso di fare del cristianesimo una conventicola denominazionalista. E’ necessario perciò ricordare che l’amore cristiano è un sentimento che supera non so! – tanto le barriere confessionali, ma anche le “barricate” costituite da tutte le discriminazioni e da tutte le considerazioni umane.

Se è vero che la prima manifestazione dell’amore e quindi la prima pratica dell’amore trovano la loro attuazione nello stesso ambiente cristiano, non è meno vero che quest’amore divino riesce a straripare dall’ambito della Comunità per raggiungere e coprire, con la propria benefica influenza, ogni creatura di Dio. L’amore cristiano non guarda al colore della pelle e non osserva la lingua parlata; non fa differenza fra l’amico e il nemico, fra il povero e il ricco. L’amore cristiano raggiunge il vicino e il lontano, il monoteista e il politeista.

L’amore cristiano quindi non può essere assomigliato o paragonato all’amore naturale che, frequentemente, si manifesta nell’individuo come una forma perfezionata di egoismo, perché esso si differenzia così nettamente dall’amore naturale da apparire come un sentimento unico che può essere partecipato soltanto mediante la salvezza offerta da Dio. E’ l’amore che ha stupito e che deve stupire il mondo; l’amore che ha ispirati e sospinti i missionari, l’amore che ha fatto “i martiri”, l’amore che ha scosso e vinto gli indifferenti. 

Quest’amore, appunto perché si differenzia dall’amore naturale, non asseconda le attitudini della natura umana nelle sue manifestazioni negative. Non asseconda la vendetta, il risentimento e non asseconda le valutazioni e le considerazioni mosse da interessi egoistici. E’ un amore perfetto e perciò benigno, altruista, generoso, costante imparziale, potente. Se uno si nomina cristiano, e non ha quest’amore è un mendace perché questo sentimento divino dimora sempre nel cristiano.

E’ necessario anche precisare che l’amore cristiano non può rimanere confinato entro una concezione astratta o nell’ambito dell’idealismo teorico: esso è dinamico, attivo, concreto. L’amore cristiano si traduce continuamente in opere buone cioè in quelle opere che Iddio stesso prepara sul sentiero dei suoi figliuoli.

La parola di conforto o di consiglio, vibrante, l’assistenza opportuna e generosa; la misericordia aperta, la fraternità sincera, la simpatia profonda…: queste sono le opere buone che esprimono l’amore cristiano. Queste opere vengono compiute a favore del “prossimo” che non è rappresentato però, secondo l’antica concezione israelitica, da quel ristretto numero di persone con le quali abbiamo particolari rapporti d’intimità, ma è costituito, come c’insegna la parabola del “buon samaritano”, da tutti coloro che comunque hanno bisogno del nostro amore fattivo.

Voler svuotare il cristianesimo dell’amore significa voler togliere lo spirito dal corpo. Il cristianesimo e fondato sull’amore, è animato dall’amore, si adempie nell’amore. Cristo ha dichiarato solennemente che tutta la legge divina è suggellata entro due comandamenti che potrebbero essere fusi in un solo comandamento per essere poi condensati ed espressi con una sola parola: AMA!

Quando abbiamo annullata o eliminata questa parola, abbiamo ucciso il sentimento che essa esprime e quando abbiamo ucciso l’amore, abbiamo distrutto il cristianesimo. Quindi insistiamo nell’affermare che coloro che si dichiarano cristiani senza possedere l’amore sono semplicemente dei mendaci o, potremmo anche concedere, degli illusi.

Non tutti, naturalmente, possono possedere l’amore nella sua pienezza e non tutti possono rispecchiare la personalità di Cristo nella Sua gloria. I cristiani hanno davanti a loro un sentiero di progresso spirituale; devono crescere in ogni cosa e quindi anche nell’amore. Ma coloro che non hanno partecipato mai, in nessuna misura, questo sentimento divino o che presentemente non lo avvertono più nel cuore, non sono cristiani.

La domanda quindi che è ritornata tante volte in queste pagine:  “Sei cristiano?”, può anche essere formulata nei termini:  “Possiedi l’amore di Cristo?”  Se si risponde affermativamente, si deve rispondere “sì” ad ambedue le domande, ma se si vuole rispondere negativamente soltanto ad una delle due domande, bisogna essere disposti a calpestare la verità. Questi termini del problema possono sembrare eccessivi. Nel cristianesimo non sono mai mancati scismi, contese, dispute e anche i grandi uomini della fede sono stati coinvolti in queste aspre lotte fraterne…

No, i termini non sono eccessivi perché l’Evangelo è assolutamente esplicito su questo soggetto. Le lotte teologiche alla dottrina o ai problemi comunitari non indicano sempre l’assenza dell’amore, ma frequentemente esprimono soltanto una pratica errata di esso. Molti hanno combattuto severamente con un cuore traboccante di amore nei confronti di coloro verso i quali erano costretti a combattere per la difesa della verità, Altri hanno creduto di far cosa giusta, affrontando la contesa, ma non sono venuti meno nel sentimento purissimo che avevano partecipato in Cristo.

E’ anche vero che ci sono stati molti, invece, che hanno sferrato e sostenuto la lotta nella potenza dell’odio, ma questi non erano cristiani, o non lo erano almeno nel tempo della loro battaglia che può essere considerato il tempo del  “loro sviamento”. Un cristiano ha sempre l’amore di Cristo, viene ispirato e guidato da esso. E gli può errare e può anche diminuire nell’amore, ma quel sentimento spirituale non cessa mai in lui perché esso è condizione essenziale di vita.

Negli errori, nelle sconfitte, negli smarrimenti il cristiano non può cessare di realizzare l’amore anche se qualche volta questo si riduce ad un lumicino fioco e tremolante. Possiedi l’amore? Lo hai ricevuto in conseguenza della grazia salutare di Dio? Lo senti agire dinamicamente nella tua vita? In altre parole, Sei cristiano?

OFFERTE

Ci sono alcuni che pretendono essere cristiani senza sentire il più debole desiderio o il più piccolo dovere di offrire la loro vita a Cristo.  Questa pretesa è assurda perché non si può essere cristiani ed essere contemporaneamente indifferenti verso Cristo. Il cristianesimo è, oltre a tutte le cose esposte precedentemente, passione per Cristo, comunione con Cristo.

L’Apostolo Paolo assomiglia le relazioni della chiesa cristiana con Cristo a quelle che uniscono i coniugi nella vita matrimoniale. Come è inconcepibile un matrimonio nel quale una sposa rifiuti di offrire la propria vita allo sposo, così è inconcepibile un cristianesimo nel quale manchi l’offerta pura e sincera a Cristo. Dove non c’è offerta, non c’è amore e dove non c’è amore c’è indifferenza. L’indifferenza può essere ammessa in coloro che non hanno conosciuto Cristo, ma non può essere concepita in quanti si professano suoi discepoli.

Anche la natura c’insegna che l’amore ci spinge a dare. Quando amiamo un oggetto desideriamo dare ad esso tutta la nostra cura e tutte le nostre attenzioni, e quando amiamo sinceramente una persona, sentiamo il bisogno di dare tutto ciò che può fare la felicità della persona amata. Amore e offerta, dunque, si fondono anche nella vita naturale, quasi ad insegnarci che queste due realtà, sul terreno pratico rappresentano una sola, inscindibile, entità. Se sei cristiano, devi sentire il bisogno imperioso di onorare Cristo e di compiacere Cristo con la tua offerta; se non senti questo bisogno vuol dire che non sei stato mai cristiano o non sei più tale.

Il discepolo di Gesù offre spontaneamente ed entusiasticamente la propria vita al Maestro. Egli gioisce quando può dare a Gesù il proprio tempo, le proprie energie, i propri beni perché egli  “sente” che le sue offerte rappresentano le espressioni pratiche del suo amore ardente per Cristo. L’offerta più frequente e più naturale del credente è costituita dalla “lode”. Il vero credente loda sempre il Signore; lo loda con ardore e con gratitudine, con sincerità e in adorazione. La lode, assieme alla preghiera, o la lode come preghiera, è il linguaggio più espressivo dell’amore.

lo benedirò sempre il Signore e la sua lode sarà sempre nella mia bocca! Questa dichiarazione contenuta nei salmi rappresenta la regola del cristiano: nella gioia o nella prova; attraverso le tenebre o al chiarore del sole egli loda sempre e con slancio il Nome del Signore. Se sei cristiano, non puoi tacere perché la tua vita è colma e traboccante di motivi di lode. Il cielo è aperto sopra te e Iddio è presente nella tua vita: tu non puoi non elevare lodi al cielo.

Paolo lodava il Signore nelle Comunità e lo lodava nelle solitudini; lodava Cristo nei giorni di tranquillità e lo lodava nelle sofferenze e nelle prigioni. Egli non manifestava un eroismo particolare, ma semplicemente il cristianesimo, il vero cristianesimo. Se lasci passare le tue giornate senza lodare il Signore o se bastano le piccole avversità della vita per spegnere la lode sulle tue labbra o dentro il tuo cuore, tu non vivi cristianamente.

Nella miseria, nella sofferenza, nella malattia, nella persecuzione un cristiano deve essere sempre facilmente riconoscibile dalla lode che offre a Cristo. Assieme alla lode, il vero cristiano offre al Maestro tutte le altre risorse della sua vita: il tempo, le energie, i beni.

Certi sedicenti cristiani trovano tempo per ogni cosa, ma non riescono a trovare il tempo necessario per offrire a Cristo; riescono a trovare energie per ogni occupazione, ma non trovano capacità ed energie per offrire al Maestro.

Non hanno tempo per pregare, per studiare le scritture, per compiere opere cristiane, per partecipare la comunione fraterna; non hanno forza e abilità per il servizio, per l’evangelizzazione… In altre parole si sentono nell’impossibilità di presentare le loro offerte a Cristo. Quest’impossibilità deriva unicamente dalla qualità del loro cristianesimo che invece di essere originale, è soltanto imitazione.

Il vero cristiano desidera parlare con Cristo e brama ascoltare Cristo. Offre la preghiera al proprio Maestro perché essa è il colloquio dell’anima, il mezzo per riversare nel grembo di Cristo le espressioni di affetto e le richieste sincere e per ricevere da Cristo consolazioni, gioie e benedizioni.

Il vero cristiano altresì desidera studiare ed investigare le scritture non soltanto perché esse suggellano le preziose promesse del cielo, ma perché in esse è contenuta la legge del Maestro. Il cristiano sente la necessità di offrire la propria attenzione e il proprio tempo a Cristo mediante l’esame accurato e vivente della Sua divina parola perché essa è il cibo dell’anima, l’alimento indispensabile per vivere la vita dello spirito, la vita cristiana.

Nello stesso modo che desidera la preghiera e lo studio delle scritture, il cristiano desidera ardentemente offrire il proprio tempo nella ricerca della comunione fraterna. Uno dei fenomeni del  “cristianesimo moderno” è rappresentato dall’isolazionismo; s’incontrano frequentemente sedicenti credenti che vivono il “loro cristianesimo » separato dagli altri.

Il cristianesimo degli isolati non è originale, soprattutto se è provocato dal desiderio di non impiegare il proprio tempo nella ricerca della comunione fraterna. In altre parole: coloro che non hanno tempo per avere comunione col popolo di Dio, che non hanno tempo per vivere in mezzo al popolo di Dio, non hanno tempo da offrire a Cristo e perciò non appartengono alla schiera dei suoi discepoli.

Tempo ed energie sono le offerte che il credente presenta costantemente sull’altare dell’amore cristiano. E’ meraviglioso constatare il funzionamento armonico del  “Corpo di Cristo”. Non tutte le membra sono impegnate in grandi compiti, ma tutte vivono, si muovono in funzione della vita del corpo. Tutte hanno tempo ed energia per il corpo e tutte danno, in ogni momento il proprio tempo e la propria energia nel corpo.

Nella chiesa ci sono i ministeri spirituali e quindi ci sono i ministri che li espletano, ma, oltre a questi, anche “tutti” i credenti fanno parte del corpo ed hanno una funzione nel corpo. Tutti devono poter dare tempo ed energia, secondo la propria funzione, per la vita gloriosa del corpo. I ministri sono forse impegnati in compiti fondamentali che richiedono “tutto” il loro tempo, ma gli altri sono ugualmente impegnati nella vita del corpo al punto di dover dare  “tutto il tempo e tutte le energie” che il corpo richiede.

Il commerciante che prima di sentirsi commerciante non si senta cristiano, non è cristiano. Il contadino o l’operaio che prima di sentirsi tali non si sentano cristiani non sono cristiani. Se un individuo sacrifica il proprio cristianesimo alla qualifica sociale che lo impegna nella vita, vuoi dire che non è cristiano, ma è semplicemente medico, commerciante, muratore ecc. E’ assurdo pensare ad un discepolo di Cristo disposto ad offrire tempo ed energie al proprio lavoro, ma non disposto a portare l’offerta del tempo e dell’energia richieste dal proprio Maestro sull’altare della fedeltà e dell’amore.

I veri cristiani lavorano per Cristo, producono a Cristo, collaborano con Cristo.  Se sono ministri, lavorano nell’espletamento dei ministeri spirituali e se non sono ministri, lavorano ugualmente nell’ambito delle proprie competenze, nelle assistenze, nell’evangelizzazione, nei compiti comunitari. Offrono ed offrono perché è attraverso l’offerta che vivono e godono profondamente il proprio cristianesimo che è un cristianesimo autentico.

C’è un’altra offerta che non manca mai nella mano del cristiano: quella dei Suoi beni, del suo denaro, Il discepolo onora il Maestro anche con l’offerta generosa delle proprie risorse economiche. Se volete misurare il cristianesimo di una comunità o di un credente pesate le loro offerte: la lode, la preghiera, lo studio, il tempo, le energie, il denaro.

Purtroppo si trovano degli impudenti pronti a rivendicare il loro titolo nonostante che non abbiano una sola offerta nelle loro mani. Noi diciamo soltanto che questi poveri illusi posseggono un cristianesimo apparente. Nel cristianesimo esiste l’offerta perché il cristianesimo è la religione di Colui che si è offerto. I discepoli di Cristo sono tali in quanto sanno essere imitatori di quel Maestro che ha dato, dato, e sempre dato con generosità ed amore.

Il cristiano dunque offre il proprio denaro; lo offre a Cristo per l’opera di Cristo e perciò non l’offre come si potrebbe offrire un’elemosina, ma l’offre come si potrebbe offrire un dono generoso ed affettuoso al proprio Maestro. C’è una differenza notevole fra la moneta di rame che fate scivolare, forse con indifferenza, nella mano del mendicante e il dono prezioso che offrite solennemente alla persona amata. L’offerta del cristiano non può assomigliare all’elemosina perché deve superare l’atto di affetto verso la persona cara al vostro cuore.

Gesù non ha bisogno, da un punto di vista generale, del nostro denaro, ma Egli lo accetta e lo gradisce non soltanto perché è un contributo al servizio del Suo Regno, ma perché è un’espressione positiva del nostro amore per Lui. Il nostro contributo e la espressione del nostro amore però non devono essere ridotti in termini di elemosina perché altrimenti invece di onorare Cristo noi offendiamo il Suo Nome benedetto. L’offerta della moneta di rame può trasformarsi, sull’altare della fede, nell’offerta d’oro, se essa esprime amore e sacrificio, ma rimane soltanto elemosina insultante se è dimostrazione di indifferenza ed avarizia.

Ognuno è accettevole a Cristo in “proporzione” di quello che possiede; quindi se l’offerta, anche povera, comporta un profondo, ma entusiasta sacrificio è e rimane un’autentica offerta. Ma se l’offerta è costituita dalla misera elargizione di una moneta tanto superflua quanto inutile, può essere definita soltanto elemosina. Non raramente s’incontrano membri di comunità cristiane che non concepiscono l’offerta del “loro denaro”. Non vogliamo dire che non concepiscono l’offerta del denaro, ma non concepiscono l’offerta del “loro” denaro. Questi cristiani soltanto in apparenza, si aspettano di ricevere offerte per loro e per la loro comunità, ma non pensano di onorare Cristo con la loro offerta. Se ci sono dei problemi economici connessi con il servizio dell’Evangelo, delle necessità finanziarie inerenti all’opera di Dio, questi credenti alzano la voce per sollecitare la generosità degli altri, ma chiudono la borsa per covare la propria avarizia.

Più di una volta abbiamo veduto povere comunità chiamate cristiane che hanno cercato di risparmiare il proprio minuto e grosso bestiame per offrire sull’altare del servizio la dolce agnella dell’uomo povero. Se questa descrizione figurativa, ispirataci dalle parole del profeta all’impenitente Davide, non dovesse essere comprensibile, diremo più chiaramente:

– Più di una volta abbiamo veduto comunità ecclesiastiche, forniate da membri facoltosi ed avari che, di fronte ad una necessità locale, hanno saputo risparmiare tutti i beni e tutte le possessioni dei ricchi del luogo per godere l’offerta generosa dei veri credenti di altre località che hanno presentato il frutto del proprio sacrificio a Cristo. L’individuo che di fronte a Colui che chiama il proprio Maestro rimane indifferente e serra la borsa, non è degno di chiamarsi del nome di Cristo.

Gesù vuol dare, ma vuole anche ricevere; vuole onorare, ma vuole essere onorato; vuole arricchire con le Sue benedizioni e con la Sua provvidenza, ma vuole altresì essere esaltato attraverso il tributo della generosità profonda e sincera. Ricordiamoci: il Maestro divino non possedeva nulla eppure ha avuto tutto quello che era necessario all’espletamento del Suo ministero. Egli non aveva ove posare il capo, ma è stato ospitato in case sontuose. Egli non aveva una tavola, ma è stato accolto alle mense più sontuose; non aveva denari, ma è stato sovvenuto in ogni necessità.

Molti hanno dato con gioia la loro casa, la loro tavola, il loro denaro, la loro cavalcatura, il loro olio odorifero e finanche la propria tomba al Maestro divino. E noi vogliamo chiamarci discepoli tenendo tutto il denaro e tutti i beni che possediamo serrati egoisticamente nella nostra mano?

Il vero cristiano offre ed offre generosamente ogni qualvolta sente ripetere la frase: – Il Signore ne ha bisogno! Con queste offerte cristiane viene manifestata la potenza della grazia che parla veramente di Cristo e dei cristiani cioè di Cristo e dei veri cristiani.  Sei cristiano? Che cosa dai a Cristo? Offri forse le briciole superflue del tuo tempo, delle tue energie, del tuo denaro?

Sei occupato più a offrire a te stesso e quindi all’idolo del tuo io oppure a Colui che chiami Maestro e Signore?
Ricordati: se ti chiami cristiano, ma non offri a Cristo, il tuo cristianesimo non è autentico.

      VITA SOCIALE E FAMILIARE

Un cristiano si distingue nel seno della società per le sue particolari caratteristiche che fanno di lui un individuo diverso da tutti gli altri.

Gli uomini, nel mondo, si assomigliano straordinariamente amiche quando sono diversi per il colore della pelle, per le idee politiche o filosofiche ed anche quando hanno religioni differenti: in fondo tutti gli uomini sono uguali nelle opere, nelle aspirazioni, nella mentalità. La grande famiglia umana è strettamente associata dalla legge della corruzione e del peccato.

Potete andare in Asia o in America, potete esaminare i colti e gli incolti, gli evoluti e gli involuti, ma voi troverete le medesime caratteristiche in tutti gli individui.

C’è una sola classe di persone che si differenzia nettamente dal resto dell’umanità e questa è costituita dai cristiani.

Se tu sei cristiano sei diverso da tutti gli altri uomini che vivono nel mondo in conseguenza del fatto che sei stato rigenerato per una potenza spirituale che ti ha fatto uscire fuori dalle comuni leggi che regolano la vita degli uomini. La tua vita è stata trasformata, la tua mente è stata rinnovata e tu hai partecipato la natura divina fino al punto di realizzare la “nuova nascita” prodotta dal seme di Dio.

Nella società e nella famiglia, devi manifestare chiaramente questa differenza: la tua vita deve risplendere della luce della verità e le tue opere devono esprimere interamente la libertà dello Spirito.

Coloro che riescono a vivere nel mondo senza manifestare il proprio cristianesimo, non sono cristiani. Se la loro vita si mescola e si confonde con la vita di tutti gli altri e se la loro personalità sparisce nell’anonimo della società, in conseguenza del fatto che non si distingue dalla personalità degli altri, vuol dire che non sono nati di nuovo, non sono discepoli di Cristo.

In quest’epoca tenebrosa di smarrimento e di amoralità, non è neanche necessario un cristianesimo aggressivo per emergere; anche le caratteristiche, appena accennate, di un cristianesimo autentico, vissuto debolmente, appaiono e risplendono. Se questa luce non si manifesta, vuol dire soltanto che il cristianesimo è “totalmente assente ”

Il cristiano si distingue per la sobrietà e la dignità del suo portamento; il cristiano si distingue per la verità e la rettitudine delle sue parole; il cristiano si distingue per la santità e l’onestà delle sue opere.

L’uomo che manca alla sua parola, che evade dai suoi doveri, che trascende nei suoi modi, che viene meno ai suoi impegni, che è disonesto nelle sue azioni è l’uomo comune che non ha esperimentato e non vive la potenza della redenzione, ma il cristiano è il testimonio dell’opera della grazia che viene proclamata, più che con la predicazione, con la vita pratica dei discepoli del Maestro della perfezione.

Il cristiano commerciante è totalmente diverso da tutti gli altri commercianti, come il cristiano operaio è diverso da tutti gli altri operai. Non soltanto, ambedue, portano, nelle loro attività, la serietà del loro carattere, ma soprattutto l’uno e l’altro fanno risplendere il loro lavoro della luce dell’onestà più scrupolosa e della rettitudine più severa.

Gli appuntamenti, i debiti, gli impegni, vengono considerati dal cristiano alla luce di quella rivelazione interiore che obbliga, sempre, il discepolo di Cristo ad assumersi le proprie responsabilità di figliuolo di Dio.

In altre parole il discepolo di Cristo attraversa il mondo e cammina nel mezzo della società lasciando sempre, al suo passaggio, la scia del profumo di Cristo.

Gli uomini potranno forse dire che i cristiani hanno una concezione spirituale errata, potranno anche dire che sono poveri esaltati o addirittura che costituiscono un pericolo per la società, ma dovranno sempre “vedere” le loro buone opere, cioè la loro vita luminosa, che li differenzia da tutto il resto dell’umanità.

Il cristianesimo è anche ordine; ordine spirituale, ordine morale ed ordine sociale. Il cristiano dunque non soltanto ha una vita ordinata sul piano spirituale e sul piano morale, ma ha anche una vita ordinata sul piano sociale e familiare. L’ordine del cristiano si manifesta, prima che altrove, nella propria persona. Il cristiano benefica gli effetti della legge di Dio anche nella cura della propria persona che è sempre in ordine, sempre pulita, sempre piacevole.

E’ meraviglioso constatare che l’Evangelo ha una potenza capace di raggiungere qualsiasi zona della vita; esso può insegnare ogni cosa e può illuminare ogni individuo. Quando l’Evangelo giunge ai popoli incivili, ai popoli vincolati da condizioni di vita retrogradi, non soltanto li libera dai loro peccati morali, ma li scioglie anche dalle loro abitudini incivili.

L’Evangelo porta l’acqua, il sapone, la pulizia, l’ordine della casa, la cura della persona; rende piacevoli gli individui, accoglienti gli ambienti. Spinge al miglioramento, al conforto, all’igiene.  Oggi, molti sedicenti cristiani di paesi progrediti e civili pretendono testimoniare della loro fede senza rinunciare al disordine delle loro persone maleodoranti e alla confusione delle loro case sudice. Essi avviliscono la testimonianza dell’ Evangelo che, oltretutto, è parola di ordine e di civiltà.

Non esistono impedimenti o limitazioni all’ordine, come non esistono impedimenti o limitazione alla moralità. Colui che vuol vivere, nella grazia di Cristo, una vita moralmente sana, può viverla in qualsiasi ambiente e in lotta con qualunque circostanza. Altresì, colui che vuol vivere, alla luce dell’Evangelo, una vita ordinata e sana può viverla anche nel mezzo della miseria più profonda o combattendo con ristrettezze opprimenti.

Abbiamo veduto i tuguri e le capanne di cristiani poveri e proprio in quei luoghi abbiamo potuto vedere la manifestazione della sapienza di Dio e della luce di Dio: l’ordine più perfetto, la pulizia più accurata facevano di quei poveri abituri, luoghi accoglienti che offrivano, insieme alla dolce presenza del Signore, anche l’influenza benefica della Sua parola.

Abbiamo anche visto però lo spettacolo desolante di abitazioni « Così dette cristiane ove mancava un posto per ogni cosa e dove ogni cosa era fuori del proprio posto. Il disordine, il sudiciume, l’aria malsana: tutto, tutto testimoniava contro la professione di fede di coloro che si dichiaravano discepoli del Maestro. Discepoli del Maestro?

Ma se Egli è stato ed è il Maestro dell’ordine, dell’armonia, della bellezza come è possibile che i suoi discepoli siano sporchi e disordinati? Il cristiano si distingue anche nell’ordine, anche nella pulizia perché egli sa portare una nota piacevole e melodiosa di civiltà anche negli ambienti più poveri, anche in mezzo alle condizioni più tristi.

I cristiani, che sono tali soltanto formalmente, dovrebbero riflettere profondamente di fronte a queste dichiarazioni. Dovrebbero cioè cercare di penetrare Sinceramente il cristianesimo mettendo la propria vita in regola davanti a Dio.

Molte e molte case dovrebbero essere vuotate e liberate da mille oggetti inutili che le hanno invase e ridotte nel caos e nel sudiciume; dovrebbero essere radicalmente ripulite e dovrebbero essere mantenute igienicamente sane mediante una manutenzione accurata e costante.

Tutti gli insetti dovrebbero essere sterminati totalmente e, in quei luoghi, ove, purtroppo, indugia ancora la consuetudine di accogliere gli animali domestici in casa, questi dovrebbero essere espulsi e confinati in recinti lontani dall’abitazione.

L’uso dell’acqua e del sapone per le persone e per gli indumenti, intimi o esterni, dovrebbe essere fatto regolarmente e senza parsimonia affinché si “veda” e si “senta”  che i cristiani costituiscono un popolo di persone rese civili dall’Evangelo anche in mezzo alle più ostili condizioni di vita.

L’ordine familiare però investe un problema che va anche oltre a quello importantissimo della pulizia e dell’armonia. L’ordine familiare investe il problema della posizione dei diversi membri nella famiglia. Il cristiano risplende anche in questa particolarissima e fondamentale norma di vita.

Il marito è incontrastabilmente il capo della famiglia. Egli si assume i suoi importantissimi compiti direttivi ed accetta le responsabilità relative al sostentamento e alla protezione della famiglia. Egli è anche il sacerdote della casa, il ministro della famiglia e perciò tiene nelle mani il piccolo nucleo sociale per curano come servitore del Signore. Il marito cristiano ama teneramente la propria moglie, ama e cura i figliuoli e guida ordinatamente ed autorevolmente la propria famigliola nei sentieri della verità.

La moglie cristiana è la dolce compagna e la valorosa collaboratrice del marito. Ella è sottoposta affettuosamente, ma anche assolutamente, al capo della famiglia. Le caratteristiche salienti del suo grazioso ministero familiare sono costituite dalla dolcezza, dalla subordinazione, dal rispetto e dall’affetto positivo verso il proprio marito.

Nel seno della famiglia e verso i figliuoli, ella ha un compito che l’impegna come massaia solerte e come madre vigile ed amorosa. Unita al proprio marito e sottomessa rispettosamente a lui, guida la famiglia nel sentiero di Dio. I figliuoli cristiani hanno venerazione per i propri genitori. L’ubbidienza, il rispetto, la sottomissione guidano ed ispirano continuamente i loro rapporti con essi.

In conclusione, la famiglia cristiana rispecchia l’armonia e l’ordine del Creatore dell’Universo il quale ha voluto porre il Suo suggello in tutte le opere compiute per la parola della Sua potenza. Se il marito cede direttiva ed autorità alla moglie, se rifiuta le sue responsabilità e trascura i suoi compiti, non può dichiarare di essere un marito cristiano. E se la moglie è insubordinata, irriverente, arrogante nei confronti del proprio marito, e se pretende di usurpargli autorità e direttiva, e se è indolente e pigra nell’adempimento dei propri doveri familiari, non può professarsi discepola di Cristo.

Le parole non esprimono il cristianesimo; esso è vita vissuta in ogni luogo e in ogni tempo.

Sei cristiano?

Vivi nell’ordine, nell’onestà, nella moralità? Sei un marito, od una moglie, od un figliuolo che fa brillare la luce della verità e dell’Evangelo? Ricordati: se il tuo cristianesimo è soltanto “loquela”, ma la tua vita non s distingue chiaramente dalla vita di coloro che nel mondo vivono lontano da Cristo, tu non sei Suo discepolo e non hai perciò diritto di proclamarti cristiano.

TESTIMONIANZA

Se hai incontrato Cristo ed hai accettato Cristo non puoi tacere: senti il desiderio di parlare di Cristo. Gesù riempie così pienamente la vita di coloro che io accettano e la rende così profondamente gioiosa da obbligarli a parlare continuamente di Lui a tutti coloro con i quali hanno relazioni occasionali o durature. E’ un desiderio e più ancora che un desiderio una necessità spirituale. L’esperienza cristiana produce una fonte nella vita del credente e l’acqua zampillante che scaturisce inesauribilmente dal suo cuore non è soltanto lode, ma anche testimonianza.

L’acqua zampillante annuncia e proclama l’amore di Gesù, la potenza di Gesù, la grazia di Gesù, perché colui che ha partecipato le opere di Dio in Cristo, ha esperimentato la dolcezza dell’amore divino, la potenza dell’opera della redenzione e la grandezza del dono della grazia. Egli non può tacere perché si sente “sospinto” a far conoscere agli altri quello che egli ha conosciuto.

La testimonianza cristiana non s’identifica con l’avida opera di proselitismo che viene compiuta da tutti gli ambienti religiosi. Il credente non esalta la comunità, non propaganda il suo credo, non fa argomentazioni polemiche, ma parla di Gesù. Testimonia di Cristo in maniera positiva, con entusiasmo, con gioia semplicemente per annunciare “una lieta novella”.

Ci sono due influenze diverse che generano la testimonianza cristiana: la prima è rappresentata dal desiderio del credente di far esplodere “la propria gioia” e la seconda è costituita dal desiderio del cristiano di estendere ad altri il dono ineffabile ricevuto. Ambedue queste influenze però ignorano il proselitismo nel senso comune di questo termine.

Il cristiano è una individuo colmo di allegrezza e di gioia e questi sentimenti non possono essere repressi perché se vengono repressi si spengono; perciò il cristiano sente il bisogno imperioso di esternare la sua gioia. Non si può esternare la gioia cristiana senza parlare di Colui che ha donato la gioia e quindi, per il cristiano, esternare i propri sentimenti significa parlare di Cristo.

Il cristiano altresì è un individuo affettuoso e generoso; l’amore e la liberalità trovano la loro attuazione pratica attraverso l’offerta di quello che si possiede e poiché il cristiano non possiede bene più grande della “grazia divina” può manifestare i suoi generosi sentimenti soltanto parlando di Gesù.

Egli perciò non vuole convincere, non vuole coartare, ma vuole rallegrare e beneficare a mezzo di una legge di comunicazione che può avere il suo adempimento soltanto nella testimonianza cristiana.

La testimonianza cristiana non ha nessuna relazione con la predicazione cristiana. Il ministro, l’evangelista, l’apostolo hanno il compito di proclamare Cristo attraverso la predicazione, ma tutti i cristiani hanno il diritto, più che il dovere, di far conoscere Cristo, per la testimonianza entusiastica delle loro labbra.

La testimonianza è raccontare le  “cose grandi” che Dio ha compiute nella nostra vita; è far conoscere i sentimenti profondi suscitati dalla grazia divina; è illustrare le conquiste realizzate per la fede… insomma, come abbiamo già detto, la testimonianza cristiana non è parlare di un credo e di una comunità, ma è esaltare Cristo nell’opera compiuta in noi. L’Evangelo ci conferma che tutti coloro che hanno incontrato Cristo e hanno creduto in Cristo sono stati fatti il “lievito” del Regno per la loro testimonianza.

Andrea crede in Gesù e testimonia a Pietro; Filippo accetta Gesù e parla a Natanaele; la donna di Samaria incontra Gesù e testimonia nella sua città; i miracolati accettano Gesù e raccontano a tutti della Sua potenza; i primi cristiani ricevono Gesù e annunciano il Suo amore in ogni luogo. La testimonianza è una azione spontanea del cristianesimo che adempie gioiosamente i piani di Dio relativi all’espansione del Regno.

Come abbiamo già detto precedentemente, il cristiano brilla in mezzo al mondo a cagione della santità della sua vita e perciò è necessario non perdere di vista il fatto che la prima dimostrazione dell’opera di Cristo viene fornita dalle opere del credente. Questa verità però non annulla l’altra che dichiara che la testimonianza è la necessaria illustrazione o spiegazione dell’opera esteriore della grazia.

Le azioni dimostrano la potenza della grazia, la testimonianza spiega in maniera particolareggiata quest’opera divina. E’ utilissimo parlare di Cristo prima con le opere, ma è anche utile “approfittare delle opportunità” per  “rendere ragione” a tutti della speranza, della gioia, della fede cristiana. Dobbiamo ricordarci che Cristo, al termine del suo ministero, non aveva lasciata una grande organizzazione, non aveva costituiti uomini colti, non aveva stanziato grandi somme.

Evidentemente Egli si affidava più alla “testimonianza” semplice e spicciola che non alle risorse fornite dai grandi mezzi umani. L’aspettativa del Maestro non è stata delusa e se, attraverso i secoli, il cristianesimo si è allargato fino agli estremi confini della terra, e se ha conquistato milioni di uomini, è stato, soprattutto, in virtù della testimonianza cristiana.

Sono stati conquistati più uomini con la testimonianza che con la predicazione, e una notevole parte di coloro che sono stati conquistati con la predicazione sono stati portati nella comunità a mezzo della testimonianza.

La testimonianza conquista non soltanto perché è un mezzo spontaneo e genuino che frantuma ogni resistenza, ma anche perché è una mediazione pratica che può raggiungere qualsiasi persona: il conoscente, il fornitore, l’amico, il parente , il compagno di viaggio, il camerata; tutti possono essere raggiunti dalla testimonianza di colui che “parla” perché ha udito e ricevuto. Testimoni di Cristo? Parli costantemente ed entusiasticamente di Lui ? Sottolinei continuamente le azioni che compi sotto l’impulso della grazia con la tua ardente testimonianza?

Sei cristiano?

 

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