Non toccate i miei unti…

rbracco3di ROBERTO BRACCO  –  Non bisogna dimenticare che un ministro, un pastore, rappresentano sempre le persone più notate, più osservate, più conosciute della comunità. Non bisogna dimenticare cioè che essi vengono seguiti da centinaia di occhi e giudicati da un numero più o meno grande di fedeli. 

Non c’è un’ora della loro giornata o non c’è una circostanza della loro vita che non cadano sotto l’osservazione di tutti coloro che li guardano ed osservano e quindi non c’è un’azione, una iniziativa che nascendo da un ministro possa rimanere completamente occultata. 

Una comunità sarà sempre in grado di dirvi come trascorre il suo tempo il proprio pastore; quali sono i suoi ultimi acquisti o come possono essere confezionati i suoi abiti. Potrà fornire notizie sulla sua famiglia, sulle sue entrate e sulle sue uscite. 

È logico che un pastore non possa sfuggire al controllo, non sempre legittimo della comunità; ora è un membro che lo vuole al telefono e viene a sapere che egli non può venire subito perché si sta facendo il bagno, ora è una sorella che si presenta a lui per un consiglio urgente e lo trova seduto a pranzo con la sua famiglia… sono troppe le persone che direttamente o indirettamente vengono a contatto con il pastore perché questo possa avere una sua vita perfettamente privata. 

Questo stato di fatto ha i suoi aspetti simpatici, positivi, e, naturalmente, i suoi aspetti antipatici e negativi. Veramente se il nostro cristianesimo fosse integrale noi distruggeremmo gli aspetti negativi di molte cose e quindi anche di questa; ma poiché purtroppo, il nostro cristianesimo è soltanto parziale  noi dobbiamo subire questi aspetti spiacevoli della notorietà del pastore. 

Non voglio dilungarmi ad illustrare o trattare tutti  “questi aspetti” perché lo scopo del presente scritto è soltanto quello di affrontare la spinosa questione della “maldicenza”. Il pastore, appunto perché è l’individuo più conosciuto e più osservato della comunità, è anche il bersaglio più usato per lanciare le frecce  della maldicenza. I motivi per parlare o sparlare di un pastore non mancano, anzi non possono mancare. Ci sono, per esempio, i suoi errori, le debolezze della sua vita. Tutti commettono errori  e tutti hanno debolezze, ma quelli del pastore sono mantenuti costantemente sotto il fuoco di cento obiettivi, mentre quelli degli altri passano in notevole misura inosservati. Tutti gli sbagli del pastore possono essere usati come materiale di maldicenza; egli può essere biasimato, giudicato, condannato senza che abbia possibilità di difendersi. 

E come si potrebbe difendere? Prima di tutto egli ha veramente delle debolezze e poi questi errori gli vengono rimproverati dietro le spalle e quindi egli deve subire soltanto l’onta del disprezzo di questi circoli… cosiddetti cristiani. 

Un pastore non è pastore per la sua perfezione ma perché ha ricevuto un ministerio da Dio; egli deve tendere alla perfezione ma purtroppo egli fallisce in molte cose “come gli altri”. 

Altro motivo che frequentemente fornisce materiale di maldicenza è costituito dalle iniziative spirituali di un pastore: le sue prediche, i suoi programmi, forse i suoi articoli; gli insegnamenti che egli impartisce. Nel mezzo del popolo le concezioni sono multiformi; la cultura è diversa e anche l’intelligenza varia da individuo a individuo. Purtroppo però tutti vogliono giudicare le cose dal loro livello e quindi se un’iniziativa non è compresa, non è gradita, non è esattamente interpretata, viene condannata. 

Ci sono individui che sono guidati da una mente gretta e sono controllati da pregiudizi farisaici.. Sebbene questi individui sono sempre pronti a fare “maldicenza” contro quel pastore che è disposto a seguire Dio anche nello svolgimento di quei programmi spaziosi, audaci e di una spiritualità spregiudicata. 

Quante fra le più belle predicazioni dell’Evangelo, quanti fra i più legittimi programmi cristiani e quante fra le più profonde pagine di edificazione vengono combattute con la maldicenza di coloro che sanno essere più ipocriti che santi. 

Anche l’invidia è un solido motivo di maldicenza contro un pastore. Ci sono sempre un discreto numero di individui che vengono rosi dall’invidia: essi vorrebbero il posto del pastore, la notorietà del pastore, la sufficienza del pastore. 

Poveretti, non sanno che queste cose oltre a rappresentare un onore rappresentano anche un onere, ed un ben grave onere. Comunque essi inviano queste cose non possono trascurare le opportunità offerte loro da quanti si dilettano in maldicenza, per far risaltare che loro, più del pastore, avrebbero diritto a quel posto, a quell’onore.

            Core, Datan, Abiram sono i genitori diretti di questi poveri illusi che si affaticano per generare il turbamento nel popolo di Dio. 

Un pastore può essere bersagliato dalla maldicenza anche in ragione dell’espletamento del suo normale ministerio. Egli deve esortare, riprendere, ammaestrare, correggere. 

Queste parole autorevoli frequentemente molestano gli orecchi degli ascoltatori. Molti si offendono, si turbano essi si risentono di fronte al consiglio di Dio; molti reagiscono in difesa dei loro congiunti o dei loro amici arguiti ed esortati.

Questi molti si proclamano, nell’ombra, nemici del pastore, si affaticano per biasimare i suoi sermoni, la sua eccessiva severità e il suo rigore. 

Persone compiacenti, disposte ad ascoltare queste maldicenze e a svilupparle se ne trovano in ogni chiesa, anche nella più spirituale, anche in quella più santa.

Infine un pastore può divenire l’argomento delle conversazioni maligne di coloro che preferirebbero un altro al suo posto. 

Ai giorni di Absolom molti israeliti, certamente, furono incoraggiati a sparlare del loro re. Lo spirito seduttore della parzialità umana era penetrato nei cuori e molti avrebbero voluto vedere l’avvenente ipocrita al posto del padre. Per quei tali, il fatto che Davide era stato costituito conduttore da Dio, e che Absolom era soltanto un usurpatore, non aveva nessuna importanza perché il sentimento che decideva nella loro scelta era soltanto uno spirito di parzialità. 

Ma tutti questi instancabili sparlatori, difensori, a modo loro della giustizia, posseggono una loro spiritualità? Devo rispondere che se per spiritualità si intende cristianesimo vissuto, bisogna ammettere che ne posseggono poca, molto poca. Infatti non si possono chiamare spirituali quei credenti che invece di adoperarsi in opera di edificazione, invece di passare le loro ore in preghiera o nella meditazione delle Scritture, impiegano energia e tempo in un’opera di devastazione. Se andiamo ad osservare da vicino abbiamo modo di constatare che essi non sentono il bisogno di vivere una vita di vera e profonda santificazione; non sentono il bisogno di porgere una parola d’incoraggiamento al proprio pastore o di compiere verso di lui un atto di generosità e di amore.

Quando però c’è da appuntare i propri archi, da lanciare le proprie frecce sono sempre pronti, sempre decisi. La loro abilità quindi consiste soltanto nell’individuare le occasioni favorevoli per sparlare e far maldicenza. 

La condizione di questi cristiani è tragica perché la loro posizione, di fronte a Dio, è purtroppo gravemente compromessa. Colui che ha detto: “Io sterminerò chi sparla in segreto contro al suo prossimo “, ha anche aggiunto, come per mettere l’enfasi sopra un aspetto particolare di questa trasgressione: “chi tocca i miei unti, tocca la pupilla degli occhi suoi “.

Chi sono gli  “unti” di Dio? Non sono coloro su cui  è stato versato l’olio del corno sacro e sono stati fatti i ministri del Patto? Sì, i servitori dell’Eterno sono in modo particolare i suoi unti e chi li tocca offende la propria pupilla. Noi possiamo urtare un braccio, una gamba, il corpo di una persona senza produrgli il più piccolo disturbo, ma se tocchiamo, anche leggermente, il suo occhio la addoloriamo, la facciamo lacrimare. Dio è geloso della vita dei suoi servitori perché essi lavorano per Lui, collaborano con Lui.  Egli è pronto a far ritornare il male sul capo di coloro che li offendono. Ma la posizione degli sparlatori è tragica non soltanto per questo motivo e non soltanto perché essi macchiano la loro conoscenza di uno dei più orribili peccati ma anche perché la loro colpa è maleficamente feconda di conseguenze funeste. 

Come ho avuto opportunità di dire altre volte ripeto nel presente scritto:

-Volete distruggere l’armonia di una famiglia? Demolite l’autorità del capo di casa! 

-Volete distruggere il benessere e l’armonia di una chiesa? Demolite l’autorità del pastore!

Coloro che si adoperano per minare e distruggere il prestigio e l’autorità del pastore, si adoperano per rovinare demolire la comunità della quale il pastore è l’angelo stabilito da Dio. 

Quando le calunnie, le insinuazioni  o più comunemente le maldicenze  avranno compromessa la personalità del conduttore, avranno anche compromessa la serenità dell’ordine della chiesa.

Io credo che mai come in questo caso suonino opportune le parole della Scrittura: “Chi rovina il tempio di Dio, Dio rovinerà lui.” 

La maldicenza getta il seme di discordia, di partiti, di separazione di spirito e questa sentenza non può rimanere sterile. Chi porterà davanti a Dio la responsabilità dei frutti amari di questa malefica semenza? Certamente colui che si è affaticato a spargerla. 

Forse qualche credente nel leggere queste righe concluderà: “queste parole sono state scritte per me!” Si, fratello, probabilmente sono state scritte per te perché chi ha scritto questo articolo ha dei fatti davanti agli occhi; però ti prego non fare di questo scritto motivo di maldicenza ma umiliati al consiglio del Signore.

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