Meditazione del giorno: Lo scudo della fede

di GIOVANNI ROSTAGNO    –  “Prendete lo scudo della fede col quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno”.  Efesi 6 : 16.  –  Gli assalti del maligno vengono paragonati da Paolo – quei dardi infiammati che si lanciavano sulle città nemiche per incendiarle. L’immagine è vivissima. Essa fa pensare ai cattivi pensieri, alle passioni ardenti che Satana ispira ad un cuore per raggiungere i suoi fini micidiali. Ma non ci sgomentiamo. Come i guerrieri antichi op­ponevano alle saette che piovevano loro addosso, lo scudo, così noi, ai dardi infiammati del maligno, opporremo il no­stro : lo scudo della fede.

Che cos’è, qui, la fede?  La fede, per il guerriero di Cristo, è semplicemente la fiducia completa nel Gran Capitano. Non è forse detto che coloro che guerreggeranno contro l’Agnello, l’Agnello li vincerà? E non è forse detto altresì che vinceranno anche quelli che sono con lui, gli eletti e fedeli? — La fede è una visione: la visione e il lieto possesso delle grandi dovizie spirituali e della grande felicità dell’anima che ci fanno tenere a vile i godimenti del peccato. Di quel possesso non godiamo noi forse fin da questo momento? E non è forse per questo che la vita non è e non sarà mai per noi un inferno? — La fede è quel sentimento che ci conduce a trascurare nella lotta qualsiasi aiuto umano e ad affidarci soltanto nel soccorso di­vino. Quel soccorso non ci è forse stato concesso nel mo­mento opportuno? E non è forse diventato più robusto il nostro braccio nel sostenere e nel maneggiar lo scudo? — La fede è una certezza, la certezza assoluta della vittoria che otterremo con le energie trasmesseci direttamente, per contatto immediato, dal Gran Trionfatore. Quella certezza non è forse resa incrollabile in noi dalle esperienze del passato? E il pas­sato non è forse la più sicura garanzia dell’avvenire?

In quanto ai dardi infocati del maligno, non ci colpiranno mai più. Perché non saranno soltanto ammortiti dallo scudo della nostra fede; ma spenti, distrutti, annientati per sempre.

Da “Più presso a Te Signor” – ed. Claudiana

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