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CARISMATICA
studio biblico del Pastore
Roberto Bracco
INTRODUZIONE
La Carismatica è quella materia di studio che tratta il "carisma",
cioè il "dono" o la "grazia" soprannaturale conferita da
Dio all’individuo per la Chiesa.
Non include lo studio della "grazia" intesa come dono della
salvezza che, oltre tutto, ha un carattere eterno che si differenzia da quello
transitorio del carisma, ma include invece lo studio di ogni manifestazione di
servizio cristiano che presenta il segno della soprannaturalità.
1) SUDDIVISIONE SCHEMATICA DELLA CARISMATICA
Nota: La Carismatica abbraccia tutto il ministero cristiano che in
tutte indistintamente le sue particolari caratteristiche o estrinsecazioni
deve apparire come gli affetti della vita soprannaturale dello Spirito in
contrapposizione, o qualche volta in valorizzazione, della qualificazione
tecnica (1° Corinzi 2:4; 2° Corinzi 3:8).
a) Lo studio dei ministeri fondamentali (detti anche gerarchici)
(Ebrei 13:17; Efesi 4:11)
Nota: La "gerarchia" è determinata dal ministero e quindi
è espressione teocratica e non democratica.
b) Lo studio dei doni e delle operazioni (prive di carattere
gerarchico) (1° Corinzi 12:8-10)
Nota: Il testo di 1° Corinzi 12:4-6 parla di "Karisma" e
"Energemeta", cioè "doni" ed "operazioni o
manifestazioni di potenza"; sembra quindi riferirsi a tutte quelle
manifestazioni spirituali che si differenziano dal ministero, non soltanto
perché privi di carattere gerarchico, ma anche di natura sussistente
(perché transitori anche nel tempo).
c) Lo studio delle attività dette amministrative o assistenziali
(Romani 12:8; Atti 6:3)
Nota: particolarmente quest’ultima voce fa emergere la verità che
tutto nella chiesa, anche quanto potesse essere compiuto dall’abilità
naturale, ha un carattere soprannaturale.
2) SUDDIVISIONE BIBLICA DELLA MATERIA
a) Cataloghi carismatici:
1) Con 9 manifestazioni (1°
Corinzi 12:8-10);
2) Con 8 manifestazioni (1°
Corinzi 12:28);
3) Con 7 manifestazioni
(Romani 12:6-8);
4) Con 5 manifestazioni
(Efesi 4:11).
b) Voci risultanti dai cataloghi carismatici
Apostolo, Pastore, Dottore, Evangelista, Profeta, Dono di profezia, di
esortazione, di liberalità o assistenza, di opere di pietà, di governo,
di presidenza (che può includere le definizioni: conduttore, vescovo,
anziano), parola di sapienza, di scienza, fede, doni di guarigioni,
potenti operazioni, discernimento spirituale, lingue, interpretazioni
3) I MINISTERI FONDAMENTALI
Nota: Tutti, o quasi, sono concordi nell’ accettare come fondamento
della vita carismatica i ministeri fondamentali che per riconoscimento quasi
unanime sono costituiti da quelli presentati in Efesi 4:11.
A. - APOSTOLO (dal greco
classico "spedizione navale" divenne poi, nella
terminologia religiosa, "inviato").
Può essere definito ministero di priorità
perché generalmente è il primo nella cronologia del servizio ed il
più importante nella sua fisionomia gerarchica.
HA LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:
1) "Possesso di un compito e autorità
per adempierlo" e perciò un inviato plenipotenziario;
2) "Accentramento di qualificazioni
diverse per poter essere fondatore e conduttore" (da questo
concetto è nata la definizione "Apostolo dell’India").
(Filippesi 2:25; 1° Corinzi 9:2; 2° Corinzi 12:2);
3) "Idoneità, quindi, per recare il
messaggio, stabilire la dottrina, curare l’organizzazione e l’amministrazione
dell’opera fino all’autonomia delle chiese" (Atti 2:42; 6:3).
PARTICOLARITÀ DI STUDIO:
1) Inizialmente fu attribuito soltanto ai
dodici e il "collegio apostolico" era infatti costituito da
questi che divennero per antonomasia "testimoni oculari ed
auricolari di Cristo" facendo concludere ad alcuni che l’apostolo
è il testimone (Atti 1:21,22; Luca 6:13; Atti 8:1; 15:2).
2) Successivamente, con lo sviluppo del
cristianesimo, fu chiaramente ravvisata la continuità di questo
ministero facilmente individuabile nell’ opera dell’apostolato (1°
Corinzi 9:2; Romani 16:7; 2° Corinzi 8:23).
3) Quanto sopra potrebbe dar ragione a
quella corrente cristiana che interpreta Efesi 2:20 come definizione di
una circostanza "non confinata nel tempo" e che quindi non fa
del solo "collegio apostolico" il fondamento della chiesa, ma
vede il rinnovarsi dei fenomeni spirituali quasi sotto il profilo di
"ricorsi storici".
4) Gli oppositori di questa tesi fanno
rilevare che il libro degli Atti, primo libro storico della chiesa, non
contiene altri nomi di Apostoli oltre gli undici e Mattia (ai quali
però sono aggiunti Paolo e Barnaba), ma non ci sembra che quest’argomento
sia valido a difendere le conclusioni.
5) Non ci sembra che siano valide
neanche le osservazioni e le conclusioni di coloro che danno grande
risalto al parallelismo esistente tra l’apostolato di Paolo e quello
degli undici per rigettare l’elezione di Mattia.
B. - PROFETA Nell’ebraico
questo ministerio è definito con vari nomi che possono essere resi
nella nostra lingua in "Colui che ha ricevuto una missione da
Dio", oppure "il chiamato dal suo Dio" (Giona 1:2; Isaia
6:8).
Nel greco questo nome implica il
concetto di "colui che parla al posto o nel nome di Dio".
È colui che parla in forma
estemporanea e frequentemente estatica per diretta ispirazione
divina.
HA LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:
1) Una personalità ieratica, capace di
dare al messaggio il suo carattere di austerità (Matteo 3:5-7; 11:9);
2) Chiamato da Dio, consapevole della
chiamata e manifestando la chiamata (Amos 7:14);
3) La "punta d’assalto" nell’opera
del ministerio, nel compito di porgere un messaggio ardito, coraggioso,
vibrante e privo di qualsiasi calcolo o considerazione (Geremia 20:8).
PARTICOLARITÀ
DI STUDIO:
1) Il profetismo nacque libero ed infatti
anche antichi patriarchi furono considerati profeti (Giuda 14);
2) Successivamente vennero organizzati
ecclesiasticamente (2° Re 2:3-5) e furono chiamati "veggenti"
(1° Samuele 9:9) termine che aveva un corrispettivo nella lingua
classica e che poteva essere tradotto "contemplante".
3) "Veggente" non esprime il
concetto di uno che vede il futuro (come alcuni hanno detto), ma
piuttosto di uno che vede fuori del tempo (Numeri 24:24);
4) Il messaggio profetico, che può essere
anche "edificazione, esortazione e consolazione", senza
predizione è sempre l’evidente messaggio intellegibile dello Spirito
dato in forma evidentemente carismatica. (1° Corinzi 14:3; Atti
13:1,2);
5) La profezia presenta nelle sue
estrinsecazioni caratteristiche costanti, ma nel ministero cristiano si
suddivide, secondo alcuni, in:
- Ministero del
profeta sussistente e partecipato dal ministero (Atti 15:32);
- Dono di profezia
transitorio, ma partecipato dal soggetto (1° Corinzi 12:9);
- Spirito di profezia,
eccezionale atto della sovranità di Dio non partecipato totalmente
dal soggetto (1° Samuele 19:24; Giovanni 11:51).
C. - EVANGELISTA "Colui che annuncia la lieta
novella". (Per il suo significato questo nome è stato
attribuito anche agli scrittori degli evangeli).
L’annunciatore della buona o delle
buone novelle nel senso generico e spesso anche nel senso specifico
di annunciatore di redenzione, è stato il ministerio di ogni epoca
(Isaia 40:3; 57:7).
Col Nuovo Testamento, però, l’evangelista
diviene il ministro di un particolare evangelo (Romani 1:1,9) che
ha, naturalmente al centro la salute messianica (1° Corinzi 1:17;
Galati 1:7,8).
HA LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:
1) Una spiccata personalità missionaria
(Atti 8:5);
2) Un’esuberante vitalità spirituale
revivalista, conquistatrice e polemica (Atti 6:8,9);
3) Un senso di profondo adattamento ai
luoghi e alle necessità itineranti (2° Corinzi 11:26);
4) Una sottomissione assoluta alla guida divina (Atti 8:16).
PARTICOLARITÀ DI STUDIO:
1) Può essere prima dell’apostolo senza
essere apostolo e in alcuni casi può seguire l’opera dell’apostolo
in qualità di predicatore preambulante;
2) Comunque non siamo d’accordo con coloro che affermano in modo
assoluto essere il ministero dell’evangelista di carattere missionario
(questi dividono i ministeri in due gruppi attribuendo a quello di
carattere missionario i ministeri di apostoli, profeti, evangelisti);
3) Se è vero che il primo compito dell’evangelista
è quello di dare l’annunzio messianico (Atti 2:18; 8:5), è anche
vero che egli è colui che può sempre (e quindi anche alle chiese)
recare una "buona novella" nell’espletamento di un ministero
di incoraggiamento, di risveglio e di sprone verso una più profonda
vita spirituale (Romani 1:11.15; 15:29; 2° Timoteo 4:5);
4) Quest’ultimo concetto è largamente prevalso nelle chiese di oggi
fino a quasi sbiadire la prima fondamentale caratteristica dell’evangelista.
D. - PASTORE:
(dirigere una moltitudine o pasturare. 1° Pietro 5:2)
E’ divenuto l’espressione classica del
conduttore del gregge,di colui cioè,che non soltanto ha la
responsabilità, ma anche la totale direzione e guida delle pecore,
animale sforniti di senso d’orientamento.
Anche in questa simbologia o in questa
nomenclatura la Bibbia è fortemente espressiva; essa mette in evidenzia
l’equilibrio della legge divina che prevede sempre una funzione
"direttiva" nell’opera del ministerio, ed una posizione
subordinata nella posizione del gregge.
Il "pastore" come l’evangelista
è il ministerio di sempre: in Israele la perfezione di questo
ministerio si identificava con la funzione direttiva esercitata da Dio:
Salmo 23; Salmo 80:1. Ma si riconosceva questa qualificazione a coloro
che avevano ricevuto un mandato da Dio per essere guida del gregge:
Isaia 44:28 – Salmo 78:72.
Anche oggi Cristo è idealmente il Sommo
Pastore. (1 Pietro 5:4)
E quanto Egli riferisce al Suo ministerio
rappresenta la più eloquente sintesi di etica e pratica pastorale.
(Giovanni 10:17)
HA LE SEGUENTI CARATTERISTICHE.
1) Capacità a presiedere, quindi a dirigere e controllare. (Romani
12:8)
2) Attitudini di governo, quindi capacità amministrative. (1 Corinzi
12:28)
3) Idoneità all’insegnamento,
soprattutto pratico, cioè esortativo e di ammaestramento morale. (1
Timoteo 5:17)
4) Senso di responsabilità inerente al bisogno degli individui e della
comunità. (Ebrei 13:17)
PARTICOLARITA’ DI STUDIO
1) Quasi all’unanimità la critica esegetica individua il pastore
con l’Angelo della Chiesa. (Apocalisse 2.1)
In relazione a quanto sopra consegue:
A - Che la comunità rispecchia la personalità del pastore e viceversa.
B - Che il pastore è il vero diretto responsabile della comunità davanti a
Dio.
2) Il pastore può essere sfornito di qualificazioni profetiche,
apostoliche, evangelistiche o docenti, eppure possedere per intero le
capacità di guida e di governo richieste dal Suo ministerio.
3) La storia cristiana è ricchissima di
esempi di "pastori" non teologi.
E. - DOTTORE (dal greco:
colui che insegna)
In alcune versioni, il greco didàscalos
è tradotto "insegnante" e questo termine anticamente era
"soltanto" l’equivalente del nostro moderno
"teologo" (Rom. 12:7) ; successivamente entrò nella lingua
classica in riferimento a tutte le discipline di studio.
Anche il termine ebraico corrispondente
aveva lo stesso significato e in Israele il "dottore" o
"dottore della legge" era essenzialmente l’insegnante e l’interprete
dei precetti sacri e della rivelazione (Luca 2:46).
Cristo si dichiara il supremo dottore della
chiesa e dei credenti (Mat.23.8) e con questa dichiarazione avoca a Se,
in ultima istanza, tutte le controversie dottrinali.
HA LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:
1) Capacità intuitive relativamente alla
comprensione della dottrina. (2°Timoteo 3:10);
2) Capacità didattiche nell’esporre la
dottrina (2° Timoteo 2:2; Romani 12:7);
3) Capacità polemiche per ostacolare le
false dottrine (Tito 1:9; 2:1).
PARTICOLARITÀ DI STUDIO:
1) Nella chiesa apostolica e nei primi
secoli del cristianesimo, il "dottore" (Atti 13:1) è stato
individuato in un ministero ben definito, indipendente da altri
ministeri. I "dottori" della chiesa sono stati, infatti,
considerati quei teologi o apologeti che hanno definito e difeso le
verità della dottrina cristiana.
2) Dal IV secolo, soprattutto con Agostino,
forse influenzato dalla propria esperienza, è nata e si è sviluppata
una corrente che afferma essere questo ministerio congiunto con quello
del pastore.
3) L’esperienza storica, anche attuale
sembra però smentire decisamente quest’affermazione attraverso la
figura di moltitudini di "pastori" non teologi e di
"teologi" non pastori.
4) I due termini esprimono "capacità
di condurre" e "capacità d’istruire intorno alla
dottrina".
5) Con definizione quasi scherzosa i
secondi sono stati definiti, con una esemplificazione, come coloro che
preparano le vivande ed i primi come coloro che le servono.
6) Alcuni vedono nel dottore un
continuatore del ministero apostolico e ravvisano fra i due anche un
parallelo legale. (Gal. 6:6 ; 1°Cor. 9: 4-6) Nota: Il passo ai
Galati include già da sé stesso il ministero apostolico, didattico,
pastorale.
7) Comunque, rimanendo rigorosamente fermi alle definizioni
linguistiche, il dottore è colui che esercita in una sfera ministeriale
le doti di "conoscenza" e "sapienza" attraverso
particolari attitudini d’insegnamento, mentre il pastore è colui che
ha capacità di guida e di governo.
MINISTERI DEFINITI ECCLESIASTICAMENTE.
Nota: Oltre ai cinque ministeri fondamentali, assieme a questi
emergono altri ministeri ugualmente carismatici, che sembrano sorgere o
sembrano precisarsi con l’organizzazione della chiesa.
Questi ministeri, che possono essere visti anche come posizioni
intermedie o compendiative dei ministeri dei ministeri fondamentali,
sembrano anche essere connessi con determinate condizioni, cioè col
possesso da parte del ministro di particolari requisiti indispensabili all’espletamento
di esso.
Queste condizioni emergono chiaramente nell’illustrazione delle
singole voci:
A. VESCOVO: (dal greco: episcopoi = sorvegliante). La letteratura
neotestamentaria sembra alquanto imprecisa nel definire la responsabilità del
vescovo, ma il significato letterale del suo nome e le testimonianze concordi
di tutta la letteratura cristiana dei primi secoli ci autorizzano a concludere
che il vescovo,nato come "sorvegliante", cioè pastore di una
comunità importante, è divenuto in seguito il sorvegliante di un gruppo di
comunità di cui una ecclesiasticamente importante e le altre di importanza
minore o di natura missionaria.
I requisiti biblici del Vescovo ci fanno comprendere che l suo ministerio
é di natura pastorale e perciò egli espleta l’ufficio di sovrintendente
per l’edificazione della propria giurisdizione e per la preservazione dell’integrità
morale e dottrinale delle comunità affidate alle sue cure. (Tito 1:7,9,10;
1° Timoteo 3:2; Atti 20:17,28).
Da questo punto di vista u sto ministerio esprime una
"condizione", cioè quella costituita dalla capacità di presiedere
sopra una giurisdizione o sopra un gruppo di comunità.
B. ANZIANO: (dal greco: presbiteri = anziano).
Questo termine fu accettato dalla cristianità come retaggio della
sinagoga, dove
esprimeva chiaramente una condizione. Gli anziani di Israele erano quegli
individui che giungevano alla canutezza con una riserva di saggezza,
esperienza, rettitudine e che per questa ragione venivano riconosciuti idonei
ad assumere in mezzo al popolo una posizione direttiva.
E’ probabile che nel seno delle prime chiese cristiane prevalse il
medesimo concetto e che quindi sopratutto dal seno degli anziani venivano
eletti vescovi e pastori benché nella letteratura neotestamentaria i due
termini sembrano confondersi. Questa confusione di nome può avvalorare
anziché scartare l’ipotesi perché può far pensare che originariamente si
pensasse ad una equiparazione tra gli "anziani" ed i
"vescovi" fino al punto di vedere gli negli altri e viceversa.
(1°Timoteo 5:17; Filippesi 1:1; Tito 1:5)
C. DIACONO: (alterazione di diaconi = servitore).
Qualifica di idoneità assistenziale riconosciuta a coloro nel quali sono
evidenti capacità illuminate e valorizzate dallo Spirito Santo. Essi
attendevano soprattutto all’espletamento dei servizi delle distribuzioni,
opere pietose, sussidi, ecc. (Romani 12:8; 1° Corinzi 12:22; Atti 6:3).
Nota: Non concordiamo con la critica moderna che definisce il diaconato
"ministerio minore", perché riteniamo che la grandezza di un
ministerio sia determinata più dall’azione estrinseca che non dal suo
contenuto intrinseco; preferiamo definirlo "ministerio che esprime una
condizione" e quindi ministerio che, più dei ministeri fondamentali,
può tenere in conto la personalità umana.
LO SCOPO DEI MINISTERI
Nota : I ministeri sono i doni di Cristo alla Chiesa; è ovvio, quindi,
che sono stati dati alla chiesa e per la chiesa. La Chiesa è stata data al
mondo (Matteo 5:14), ma i ministeri sono stati dati alla chiesa; perciò la
Chiesa deve essere la salute del mondo, ma i miniseri devono essere la salute
della Chiesa.
a) Perfezionamento dei santi (versione Luzzi, Efesi 4:12);
b) Per l’edificazione completa della Chiesa. (Idem);
c) Sviluppo della conoscenza e della fede. (Efesi 4:13);
d) Trasformazione gloriosa dei credenti (2°Corinzi 3:18);
e) Per il raggiungimento della maturità cristiana. (Efesi 4:14).
I DONI FONDAMENTALI DELLA CHIESA.
Nota: Si può dire per i doni quanto detto per i ministeri e cioè che
essi sono molteplici, almeno oltre il numero comunemente definito, ma alcuni di
essi possono essere dichiarati fondamentali. La critica corrente accetta a
catalogo dei doni fondamentali dello Spirito quello di Paolo in 1°Corinzi 12,
mentre la chiesa cattolica preferisce quello di Isaia 11 che elenca nel testo
ebraico sei manifestazioni dello Spirito che diventano sette nella traduzione
dei Settanta. Comunque è interessante notare che nell’uno e nell’altro caso
i doni si dividono in tre diverse categorie, come vedremo in seguito, ma, noi,
accettando un concetto carismatico più dinamico di quello della chiesa
cattolica, dobbiamo preferire il catalogo Paolino dell’epistola ai Corinzi.
a) Parola di sapienza.
b) Parola di scienza
c) Fede
d) Doni di guarigione
e) Potenti operazioni
f) Profezia
g) Discernimento
h) Lingue
i) Interpretazione delle lingue.
LA CLASSIFICAZIONE CARATTERISTICA DEI DONI FONDAMENTALI.
a) Doni che conferiscono potenza per conoscere: Parola di sapienza, Parola
di Scienza, Discernimento.
b) Doni che conferiscono potenza per operare: Fede, Doni di guarigione,
potenti operazioni.
c) Doni che conferiscono potenza per parlare: Profezia, lingue,
interpretazioni.
Nota: E’ ovvio che tutte queste azioni si svolgono sopra un piano
carismatico, cioè soprannaturale.
E’ necessario anche notare che i primi due doni del primo gruppo sembrano
essere doni per parlare, ma in realtà il dono viene manifestato attraverso la
parola non carismatica, ma razionale, ma esso è costituito dalla
"sapienza" e dalla "scienza" che rappresentano
intrinsecamente il carisma.
1) DEFINIZIONE PARTICOLAREGGIATA DEI DONI: CONOSCENZA
a) Parola di Sapienza: Conoscenza della sapienza divina,
necessaria alla vita pratica del credente, e facoltà di dare quindi
insegnamenti utili alla vita morale e spirituale della Chiesa. E’ chiamata
anche "Parola spirituale" In contrapposto alla "Parola
intellettuale» che è quella che segue e quindi può essere
definita una facoltà pratica in contrapposto ad una
"facoltà teorica". Si manifesta nell’esposizione delle verità
divine, nell’amministrazione comunitaria, nel rapporti sociali nell’opera di
edificazione cristiana, nell’intellIgenza delle Scritture. Atti 7:10; 6:3;
Colossesi 4:5; Giacomo 3:13; Matteo 13:54.
b) Parola di conoscenza e di scienza: Conoscenza delle verità
essenzialmente teoretiche del piano spirituale, E’ chiamata, come già
detto,anche "Parola intellettuale" cioè "facoltà propria dell’intelletto".
Con questo dono il credente partecipa la sapienza di Dio.
Quando il temine "conoscenza" si unisce nella Scrittura all’altro
sapienza, il primo ha un significato passivo e il secondo attivo, indicando
così chiaramente che la " parola di conoscenza" si riferisce più
direttamente alla vita o intellettuale o della ragione. E’ ovvio che nella
vita dello Spirito queste diverse sfere di vita si fondono si compenetrano e s’
integrano vicendevolmente. Si manifesta nella conoscenza teologica, cioè di Dio
e delle cose relative
a Dio, e nella conoscenza dommatica, cioè dei principi della dottrina
cristiana. 2° Corinzi 2:14; 10:5; Romani 11:33; 15:14.
c) Discernimento degli spiriti: Per alcuni è soltanto la
facoltà di leggere negli animi, ma è più logico pensare che è la capacità
di penetrare nel mondo invisibile degli spiriti e non soltanto per individuare
quelli che si manifestano attraverso la strumentalità umana, ma anche quelli
che si muovono liberamente nell’aria. (Efesi 6:12). Con questo dono il
credente partecipa l’onniveggenza di Dio. Si manifesta nel discernere i
ministri e i ministeri, gli animi e i pensieri umani, gli spiriti e le loro
influenze. Matteo 7:15; Giovanni 1:4 ; 2:25; Fatti 5:3; 16:16-18.
2) DEFINIZIONE PARTICOLAREGGIATA DEI DONI: AZIONE
a) Fede. Il contesto dimostra chiaramente che,questa fede è distinta
dalla omonima virtù teologale che è il temine di mediazione per raggiungere
la salvezza. La fede è sempre adesione ad una verità enunciata o rivelata da
Dio, non in forza della sua dimostrazione intrinseca, ma in forza di una
fiducia in colui che l’ha enunciata. In questo caso quindi, trattandosi di
quella fede comunemente definita "dei miracoli", si tratta della
eccezionale adesione provocata dallo Spirito al verificarsi di circostanze
soprannaturali volute da Dio. Benché il passo di Marco 11:22 sia discusso
nella traduzione, sembra che nella versione Diodati ci dia una felice
definizione di questa fede che è dello Spirito e quindi è propria di Dio il
Quale "crede" (?) sempre che la cosa avviene. Possiamo vedere questo
dono nei miracoli compiuti per la fede o nell’afferrare esaudimenti
prodigiosi a mezzo della fede o nel comandare per la fede la natura stessa.
(Giosuè 10:13; 2° Re 4:4; 1° Re 18:43,44.)
b) Doni di guarigioni. E’ interessante notare che questo dono come
quello che segue, è distinto dal precedente, come anche è interessante
notare la sua forma plurale che potrebbe indicare:
1) Che il dono è rappresentato dalle guarigioni stesse e non dalle proprietà
di conferire guarigione.
2) Che il dono di conferire guarigione è multiplo e multiforme in
relazione al fatto che in una stessa riunione, uno stesso taumaturgo possa
esercitare a favore di ‘‘molti" e quindi di "molte"
malattie il dono spirituale. Comunque poiché sembra che il potere
taumaturgico rappresenti uno stato normale del credente (Marco 16:18) o almeno
dei ministri (Giacomo 5:14, Fatti 8:6-7 e Fatti 28:2-10) si può dedurre che
qui le guarigioni, sia che esse stesse rappresentino il risultato dell’esercizio
del dono, sia che rappresentino il dono, sono presentate come una
manifestazione spontanea e conseguenziale dell’attività cultuale
carismatica che può essere compresa immaginando l’opposto di quanto
esplicitamente descritto da Paolo in 1° Corinzi 11:30,31.
c) Potenti operazioni. Il testo autorizza anche a tradurre "lavoro
di potenza", "miracolo", "azione soprannaturale".
Poiché viene presentato come un dono distinto dalla Fede, che è, come
abbiamo visto, generatrice di miracoli, non pensiamo che la diversa
definizione voglia semplicemente compiere una distinzione fra causa (fede) ed
effetto (miracolo) ma pensiamo piuttosto che voglia riferirsi ad una entità
spirituale di diversa fisionomia. Si può pensare legittimamente che questo
dono sia costituito dall’autorità carismatica che permette di compiere un
‘‘lavoro di potenza" nel piano spirituale, come: avvilire gli
spiriti, far piombare il giudizio divino, usare autorità spirituale. Fatti
19:12; 16:18; 13:11; 1° Timoteo 1:20; Fatti 5:9.
3) DEFINIZIONE PARTICOLAREGGIATA DEI DONI: PAROLA
a) Profezia. Facoltà spirituale a carattere transitorio di parlare per
il nome di Dio o in luogo di Dio (come può essere tradotto il vocabolo
greco). Dono estemporaneo che esclude la preparazione razionale di colui che
lo esercita. L’esercitare questo dono non fa del credente un profeta nel
senso ministeriale, ma soltanto in senso cultuale e quindi soltanto nell’esercizio
del culto. Lo studio etimologico del nome ci autorizza a concludere che il
dono di profezia può essere espresso:
1. Come voce del Signore.
2. Come rapportando la voce del Signore.
Crediamo che questa differenza sia in rapporto alla misura della fede di
colui che esercita il dono (Rom. 12:6), che può agire o come un
"canale" o come un "messaggero". Nel primo caso il credente,
raggiunto il piano spirituale che lo rende partecipe del dono, diviene uno
strumento attivo ma inerte; nel secondo caso diviene uno strumento attivo
dinamico. Malachia 2;2; Fatti 21:11.
b) Lingue. Facoltà soprannaturale per esprimersi in una lingua
non intelligibile a colui che parla. Più frequentemente questo dono si esprime
in favelle arcane (1° Corinzi 14:2; 13:1) ma non è escluso che possa
esprimersi in lingue conosciute a coloro che ascoltano. (1° Corinzi 13:1 e
Fatti 2:11). Rappresenta sempre uno stato estatico nel quale il razionale è
superato dal soprannaturale, sia che si consideri la glossolalia come un
"segno" (Atti 2:4) e sia che si consideri come un "dono"
(1° Corinzi 12.30). Frequentemente il movimento Pentecostale ha creato un
equivoco biblico nel sottolineare la precisazione di cui sopra, che almeno nei
termini, non risulta biblica. Si può chiarire che un "battesimo dello
Spirito" che non può non essere accompagnato da manifestazioni spirituali
ed è evidente che la Scrittura insiste in modo deciso nell’indicare le
"lingue" come manifestazione conseguente al battesimo dello Spirito.
(Fatti 2:4; 10:45-46; 19:6). Paolo ai Corinti parla della "lingue"
come "segno", ma il soggetto si differenzia nettamente da quello del
credo pentecostale.
L’apostolo cerca di spiegare che le lingue, per l’aspetto spettacolare
della loro manifestazione rappresentano "un segno" della potenza
divina agli inconvertiti, sempre che, naturalmente le lingue siano esercitate
ordinatamente e con l’ausilio dell’interpretazione.
Se "tutti" parlano lingue, anche questo segno si trasforma in una
inutile Babele, mentre se "tutti" profetizzano, anche questo dono
eminentemente comunitario si trasforma in mezzo missionario.
Il dono o la manifestazione della lingua ha anche una sua ragione individuale
e quindi può essere consolazione ed edificazione personale, edificazione della
comunità e segno agli inconvertiti. (1° Corinzi 14:4,5,22).
c) Interpretazioni; Facoltà soprannaturale che permette di interpretare
(non di tradurre) il messaggio in lingue. Stato estatico che stabilisce un
legame fra il glossolalo e colui che lo interpreta, e quindi stato estatico che
rappresenta il raggiungimento della stessa sfera spirituale di colui e esercita
il dono delle lingue, Non si può escludere che l’interpretazione possa essere
data dal glossolalo stesso, come non si può assolutamente escludere che uno
stesso interprete possa seguire diversi glossolali. (1° Corinzi14:5,27)
LO SCOPO DEI DONI
Nota: Con i doni la Chiesa è stata fornita di ogni capacità carismatica
necessaria alla propria vita organica su un piano soprannaturale, e quindi lo
scopo dei doni appare evidente attraverso la considerazione che la chiesa è il
"Corpo di Cristo".
a) Per l’utilità comune. (1° Corinzi 12:7)
b) Per il servizio comune. (Romani 12:5; 1° Corinzi 12:14.)
c) Per l’edificazione, la consolazione e l’esortazione comune. (1°Corinzi
14:3-19).
d) Per evangelizzare e convincere di peccato mediante la Potenza carismatica.
(1°
Corinzi 14:24,25).
Nota: Quanto sopra ci dichiara quindi che lo scopo dei doni, come quello dei
ministeri, è quello di rendere la chiesa conforme al piano divino. (Genesi
2:18,23; 2° Corinzi 11:2; Efesi 5:27).
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