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FRUTTO E
CAPITALE
di Roberto
Bracco
Sermone predicato alla VI Conferenza Pentecostale Mondiale svoltasi a
Gerusalemme,
19-21 Maggio 1965, nel culto di apertura.
"all'uno diede cinque talenti, a un
altro due, a un altro uno; a ciascuno secondo la sua capacità
(Matteo 25:15)
Questo verso contenuto nel lungo sermone
profetico sembra riassumere tutto l'insegnamento di esso; non
dobbiamo ignorare infatti che il sermone profetico non è
soltanto l'annuncio, l'anticipazione degli avvenimenti futuri,
delle cose degli ultimi tempi, ma è anche e forse soprattutto
una lezione panoramica di vita cristiana! E logico che sia cosi
perché se il sermone ci parla del ritorno di Cristo, dello
Sposo, del Signore, del Padrone, del Giudice deve anche parlarci
del modo adatto per riceverLo ed incontrarLo. La lezione ci
insegna la vigilanza, la fedeltà, il fervore, il Servizio,
l'amore .... Essa si esprime con accenti semplici, ma decisi e ci
ripete:
Egli torna, può tornare di notte, come
per i due che stavano assieme in un letto; può tornare all'alba
come per le due donne che macinavano unite alla stessa può
tornare di giorno come per i due uomini che lavoravano fianco a
fianco nei campi, nello stesso tempo, torna per gli uni di notte
per gli altri di giorno, per tutti all'improvviso e coloro
cristiana saranno presi e gli altri lasciati.
Egli torna .... vuoi trovare servi
sobri, equilibrati e pieni di premura nel suo servizio; servi che
non "reputino tardanza" il passar degli anni o dei
secoli ma che sappiano dare cibo e guida ai loro conservi.
Egli torna .... può venire quando le
ombre della notte sono calate e si sono fatte fitte, quando,
quando tutto è invito al riposo e al sonno, quando il grido
dell'annuncio: - Ecco lo Sposo viene ... - può risuonare come
una parola che laceri l'aria e ridesti la vita Egli viene e vuoi
trovare un piccolo orciuolo pieno d'olio, perché quelle vergini
che potranno far brillare la luce della loro lucerna e spandere
attorno il lieve calore di esse saranno accolte nelle stanze
tranquille e luminose della gioia eterna.
Egli torna e torna per chiamare attorno
a se i servi ai quali ha affidate le sue ricchezze; vuole una
relazione che dica del loro servizio, della loro dedizione, della
loro attività ed Egli è pronto a premiare, pronto a punire,
pronto a lodare e pronto a biasimare secondo l'opera di ciascuno.
Egli torna per accogliere gli
uomini e separarli; è ancora e sempre il Pastore, anzi il Buon
Pastore, ma questa volta divide gli agnelli dai capretti: torna
per mettere i capretti alla sinistra e gli agnelli alla destra
perché i primi sono l'espressione dell'odio e dell'indifferenza
ed i secondi l'impersonificazione dell'amore e della
sensibilità.
Egli torna ... Egli torna...
Egli torna... Egli torna... Egli torna...
Ecco davanti a noi i cinque aspetti d'una
lezione che c'insegna profondamente l'importanza d'una vita
feconda ed esuberante. La sintesi della lezione è contenuta nel
nostro testo che ci dichiara come Iddio opera verso noi e come
noi dobbiamo operare verso Dio.
COME OPERA DIO VERSO NOI ?
Paolo scrive nella sua ultima epistola "Io
ho finito il corso ..."; si riferisce certamente anche al
corso della sua vita, ma vuole soprattutto parlare del
"corso" che Iddio ha posto davanti a lui, per adempiere
il piano della sua volontà e del suo servizio. Ognuno di noi,
sembra dirci il nostro testo, ha un corso che è una serie di
opportunità concesse da Dio per esperimentare la nostra
personalità cristiana.
Nessuno dopo essere stato chiamato da Dio viene
lasciato in ozio perché il piano divino prevede un
"corso" per tutti, tutti devono assumersi una personale
responsabilità nel cospetto del Signore ed operare, mentre sono
nel corpo, in maniera da essere retribuiti alla fine. Come
credenti come ministri come chiese, come movimenti abbiamo
ricevuto da Dio un programma e in questo sono contenuti le opere
preparate per noi le opportunità per la nostra vita.
Ricordiamoci: le opportunità dei servi che ci vengono presentate
dal testo della nostra meditazione sono anche le nostre
opportunità. Ma Iddio non prepara soltanto un corso, delle
opportunità, ma offre anche un capitale; non possiamo
preparare le opere da noi stessi e tanto meno possiamo operarle
con le nostre risorse naturali: ogni sufficienza ci viene da Dio.
Egli si ricorda che la nostra natura è debole che la nostra
povertà è profonda Egli vede che senza di Lui non possiamo far
nulla anzi che non siamo neanche capaci a pensare cosa alcuna ...
Le nostre forze, i nostri eserciti senza lo Spirito del Signore
non potrebbero andare molto lontani. Colui quindi che offre
le opportunità offre anche il capitale, il Suo capitale. Grazia,
potenza, sapienza autorità e molti altri nomi simili a questi ci
parlano del capitale di Dio; cioè del tesoro che Egli affida a
coloro che sono stati chiamati a fruttificare alla gloria del Suo
Nome.Noi abbiamo testimoniato e testimoniamo che la nostra vita
è stata resa capace di operare le opere di Dio soltanto dal
momento che abbiamo ricevuto il capitale di Dio: questa
testimonianza è un riconoscimento della debolezza e della
povertà umana ed un'esaltazione della potenza divina cioè del
capitale di Dio.
Il sermone profetico ci precisa anche che il
capitale viene affidato e suddiviso in proporzione delle
capacità di quanti sono chiamati al servizio; nessuno è
dimenticato, tutti ricevono, ma ciascuno riceve secondo le
proprie capacità. Questo vuoi dire forse che le responsabilità
di un ministro si differenziano dalle responsabilità di un
semplice credente, come le responsabilità d'una chiesa sono
diverse dalla responsabilità d'una missione, ma vuoi dire
soprattutto che le vocazioni e i doni di Dio esigono una
qualificazione una idoneità da parte dell'uomo.
Quando parlo di qualificazione non voglio e non
posso riferirmi a quelle capacità naturali od umane che
contraddistinguono gli uomini gli uni dagli altri. Se Gesù
stesso ha detto: Ti rendo lode o Padre che hai nascosto queste
cose ai savi e agli intendenti e le hai rivelate ai piccoli
fanciulli, è chiaro che le qualifiche terrene non hanno nessun
valore davanti a Dio. Iddio ha amato e scelto un popolo debole,
povero, incolto perché ha voluto mettere l'eccellenza della Sua
grazia in vasi di terra che facessero ancora più risaltare la
gloria di essa, ma questa grazia eccellentissima, questa potenza
divina è stata ripartita secondo la misura del dono di Cristo in
ragione delle capacità individuali.
Davanti a Dio la fede è capacità, la
consacrazione è capacità, l'umiltà sincera è capacità, la
sottomissione è capacità: queste cose possono anche trovarsi in
individui che non hanno capacità naturali ed umane, ma Iddio
terrà conto delle capacità spirituali e non di quelle naturali.
E' incoraggiante sapere che anche se non
possediamo posizioni sociali e sapienza umana possiamo però
avere grandi capacità davanti ai Signore per il servizio del
Signore. Non vogliamo dimenticarci infatti che non tutti i padri
della fede sono stati uomini di grande cultura o di grande
ricchezza ed anche se pensiamo ai pionieri della Pentecoste noi
ne ricordiamo molti reclutati da Dio fra le classi più povere e
più umili della società.
COME DOBBIAMO OPERARE NOI VERSO DIO?
Come assolveremo il compito ricevuto da
Dio?
Operando alacremente ed audacemente alla
gloria di Dio.
Non siamo stati eletti per custodire
gelosamente ed egoisticamente quello che abbiamo ricevuto
tenendolo serrato nella nostra mano, nel nostro cuore o, forse
nelle nostre chiese. Il cristiano non è una "cassetta di
sicurezza", ma è un agente bancario al servizio
dell'Eterno. La sterilità è condannata da ogni pagina
dell'Evangelo perché la semenza del Regno è stata sparsa dal
gran Seminatore perché sia fecondata e produca frutto.
E' ben triste la situazione di quei credenti,
di quelle chiese o di quei movimenti che non possono presentare
davanti a Dio nulla all'infuori di quello che hanno ricevuto da
Lui! Sono stati illuminati, presentano la loro conoscenza; sono
stati liberati dal mondo, presentano la loro separazione passiva;
sono stati visitati dalla Sua presenza, presentano la loro
personale emozione.
Non hanno altro da presentare e credono di dare
abbastanza a Dio facendo mostra delle esperienze che hanno fatto
in Lui. Il fico maledetto da Gesù, l'albero sterile della vigna,
la vigna stessa descritta da Isaia, ci ricordano in maniera
altamente drammatica che Iddio non può accontentarsi di
"vedere una pianta nella Sua vigna" e di "mirare
un albero ricco di fogliame" o di annoverare dei
"tralci che ben sembrano come gli altri, ma non portano
frutto".
Egli ha dato un corso, delle opportunità, un
capitale, ora vuole il frutto e lo vuole abbondante e permanente.
Un frutto è quello che noi dobbiamo a Dio, ma .... attenzione
... Iddio vuole il frutto ed anche il capitale. La preoccupazione
di portare il frutto non deve far cessare la preoccupazione di
conservare il capitale perché se noi ci presentassimo nel
cospetto dell'Eterno col frutto, ma senza capitale saremmo nella
stessa condizione che se ci presentassimo col capitale sì, ma
senza il frutto.
Il Signore approvo e benedisse quei servi che
si presentarono davanti a Lui col doppio di quello che avevano
ricevuto perché in quello che avevano nelle mani c'era il frutto
ed il capitale. Immaginiamoci che l'ultimo servo, quello
infedele, si fosse presentato per dire: Signore io ho un talento,
è quel che ho guadagnato commerciando con il tuo capitale, ma
purtroppo il capitale non c'è più, io l'ho perduto. Quale
sarebbe stata la risposta del Signore? Sicuramente quella che
troviamo nel messaggio alla chiesa di Efeso contenuto in
Apocalisse 2:4 -
"Io conosco le tue opere, la tua
fatica, la tua costanza; so che hai costanza, hai sopportato
molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho
questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo
amore."
Non vi sembra di udire lo Spirito di Dio che
dice: "Io ti ho dato l'amore e mediante quel capitale tu hai
prodotto molte opere ed io vedo le tue opere ma non invece più
l'amore che le ha suscitate e prodotte"?
E quando ci sono i frutti senza il capitale;
quando ci sono le opere senza l'amore, il lavoro del credente non
vale molto davanti a Dio.
QUANDÈ CHE SI RECA IL FRUTTO SENZA IL
CAPITALE?
Guardiamo un poco a noi, a noi Movimento
Pentecostale, per fare della lezione un'applicazione diretta che
possa insegnarci profondamente il messaggio espresso da questo
passo: Abbiamo frutti oppure abbiamo soltanto quello che abbiamo
ricevuto, cioè soltanto il capitale celeste; o forse non abbiamo
più il capitale ricevuto da Dio e parliamo soltanto dei frutti ?
I frutti ci sono, è possibile passare in
rassegna i meravigliosi progressi e le colossali conquiste delle
nostre chiese, del nostro Movimento.
La Pentecoste ha fatto passi in avanti, passi
giganteschi che s'impongono alla stima e all' ammirazione della
cristianità; insomma la Pentecoste appare oggi nello splendore
dei risultati del suo lavoro; del suo traffico. I frutti sono qui
e sono evidenti ma abbiamo custodito e serbato il capitale?
Contempliamo ed ammiriamo pure le tante e belle
Scuole Bibliche che sono sorte in America, in Europa, in Asia, in
Africa; contempliamo ed ammiriamo pure la miriade di missioni che
si sono iniziate nel mondo: questi sono i frutti nati dalla
"Passione di Cristo", cioè da quel fuoco divino che i
padri della fede hanno sentito scendere di nuovo molti anni fa',
quando il risveglio è venuto.
La Passione di Cristo c'è stata data dal cielo
quale capitale divino e da quel tesoro inestimabile sono nate le
missioni, sono sorte le scuole; quell'ardore consumante acceso
nell'anima dall'amore di Cristo ha suscitato un servizio
evangelistico caldo, entusiastico: il bisogno di conquistare il
mondo; di portare i perduti alla salvezza, i peccatori ai piedi
della croce ha spinto gli operai cristiani in ogni luogo e sono
nate le missioni nei posti più reconditi, nei paesi più
inospitali fra le popolazioni più ostili.
Quella medesima passione ha portato in essere
le Scuole Bibliche cioè quelle palestre cristiane necessarie ad
appagare il desiderio di formazione spirituale o ministeriale
delle giovani schiere; il bisogno di operai sempre più numerosi,
di operai sempre più preparati è stato avvertito dalla
"passione di Cristo".
Oggi ci sono missioni e scuole e possiamo
passare in rassegna all'immenso e stupendo lavoro compiuto che è
il frutto della passione di Cristo, ma io chiedo quasi con
agonia: "Il frutto è qui davanti a noi e soprattutto
davanti a Dio, ma il capitale dov'è? C'è ancora quella
passione ardente che ha prodotto questi stupendi risultati? La
passione di Cristo è ancora nei nostri cuori, nella nostra vita
nelle nostre chiese, nel nostro Movimento?
A me sembra di vedere che oggi la passione si
è smarrita e pochi sono coloro che sanno ancora agonizzare per i
perduti; quel fuoco bruciante che rendeva ogni pentecostale un
missionario sembra coperto dalla cenere dell'indifferenza ed
anche se si vuole fare del proselitismo, non si vede più o si
vede raramente spasimare per strappare un peccatore dall'inferno.
Non basta lavorare per accrescere numericamente
le chiese, è necessario soffrire per la reale salvezza dei
perduti. C'è differenza fra conquistare ed aggiungere persone
alla chiesa anche senza che abbiamo fatto un'esperienza di
rigenerazione e strappare anime all'abisso. Quante missioni
infatti rappresentano oggi soltanto un centro di cultura
cristiana e quante Scuole Bibliche si sono trasformate in
Istituti di avviamento professionale; perché?
Perché i frutti ci sono, sono evidenti, ma il
capitale celeste forse non c'è più.
Attenzione! La presenza dei frutti, dei
risultati l'evidenza del lavoro compiuto potrebbe velarci gli
occhi fino al punto di non farci vedere che il capitale è
perduto .... attenzione perché Colui che ci chiama per
esaminarci vuole i frutti ma anche il capitale. Consideriamo
brevemente un altro talento che è stato affidato da Dio al Suo
popolo in questa generazione: l'amore!
Dall'amore di Cristo è nata la comunione
fraterna, ma soprattutto, nella pratica cristiana, dall'amore di
Cristo sono nate le opere sociali ed assistenziali. Quando il
Movimento Pentecostale si è costituito in organismo
ecclesiastico era povero, inorganizzato, privo di ogni risorsa,
ma sotto la spinta dell'amore opere grandiose e meravigliose si
sono compiute in pochi anni ed è bello, in questo Convegno,
parlare degli orfanotrofi delle case di riposo, delle scuole di
cultura; cioè e bello inventariare tutte quelle Salivazioni che
hanno potuto sanare piaghe e sofferenze o che sono andate
incontro alle necessità più imperiose ed urgenti del popolo.
Oggi queste opere sociali e assistenziali
stanno davanti a noi come frutto dell'amore che Iddio, per lo
Spirito Santo, ha sparso nel cuore del suo popolo, ma il capitale
esiste ancora? Esiste ancora quell'amore divino dal quale queste
opere sono nate, sono venute in esistenza? Non c'è forse
pericolo che anche questi frutti divengano i frutti di una pianta
artificiale, di radici artificiali ?
Dov'è l'amore ardente caratteristica umana
del Cristianesimo e manifestazione principale del risveglio
pentecostale? Siamo ancora una famiglia sola come al principio?
Sappiamo ancora amarci fino al rispetto più profondo e al
sacrificio più epico?
Vi ricordate quando siamo entrati nel risveglio
della pentecoste: abbiamo ricevuto la medesima sensazione che si
riceve fisicamente quando si entra in un luogo ospitale, dopo
aver lottato con la bufera ed il freddo di fuori; il dolce tepore
dell'amore ci ha avvolti col suo alito miracoloso e ha ridestato
in noi la vita spenta dal gelo del peccato e del mondo.
Abbiamo subito veduto che stavamo nel mezzo dei
discepoli del Maestro; l'abbiamo veduto dall'amore intenso che si
portavano gli uni gli altri: quel vero affetto, quelle sincere
premure, quella familiarità autentica, quella prontezza
nell'aiuto, nel conforto, nella consolazione; quella comunione
nella gioia, nella sofferenza ci hanno fatto chiaramente
riconoscere che avevamo incontrato un popolo che aveva ricevuto
il patrimonio dell'amore di Dio.
Fratelli da quel patrimonio, da quell'amore
sono nate le opere assistenziali e sociali ed oggi esco qui
davanti a mi le opere, i frutti, ma il patrimonio c'è ancora? Mi
sembra che i nostri rapporti si siano notevolmente intiepiditi;
la nostra comunione è diventata alquanto superficiale e formale
ed in quanto alla familiarità trovo che non si allarga oltre il
cerchio delle amicizie personali ed anche questa è più ispirata
da convenienze sociali che non dalla carità di Cristo.
Possono i convertiti di oggi ritrovare fra noi
il patrimonio che noi abbiamo trovato? Possono avvertire lo
stesso benefico calore che ha avvolta e vivificata l'anima nostra
quando siamo entrati nella Pentecoste?
Fratelli Iddio vuole il frutto, ma anche il
capitale! Io penso ora ad un altro meraviglioso talento affidato
da Dio al Movimento Pentecostale: la potenza! Le mie parole non
possono illustrare la gloria e la grandezza di questo capitale
celeste, ma voi che lo avete ricevuto, che b avete toccato, che
lo avete anche trafficato sapete bene della soprannaturale
eccellenza di esso.
La potenza spirituale è stata la ricchezza del
Movimento Pentecostale fin dai primi giorni e se uomini senza
mezzi, senza posizioni, qualche volta senza cultura hanno potuto
mettere di nuovo il mondo sottosopra è stato proprio perché la
potenza è scesa ancora una volta dall'Alto.
Potenza di parola, potenza di ministerio,
potenza di opere ... non ricordate anche voi quella potenza che
travolse i ragionamenti degli avversari della Pentecoste, quella
potenza che risuscitò i doni dello Spirito nella chiesa, quella
potenza addirittura che rese superflui medici e medicine per il
popolo di Dio?
Un fiume impetuoso è sceso dal Trono di Dio e
fiumi di acqua viva sono sgorgati dal seno di un popolo credente
e queste onde celesti si sono allargate ed hanno manifestata la
gloria del cielo. Proprio come ai giorni della Pentecoste folle
sono state attirate e conquistate da questa potenza e da quelle
folle sono nate le comunità, le chiese locali e proprio come ai
giorni della Pentecoste uffici, compiti e organizzazione sono
venuti da questa potenza: voi ricordate i primi ordinamenti di
Gerusalemme, le prime elezioni fra i santi di Gerusalemme, i
primi diaconi, il primo convegno ... Come allora, cosi in questi
giorni, dalla Potenza sono venute le comunità, è nata
l'organizzazione e le comunità fiorenti e numerose e
l'organizzazione accurata ed efficace si presentano davanti a noi
come il frutto della potenza Il frutto è qui, davanti a noi,
bello, suggestivo .ma abbiamo conservato il capitale?
Possiamo presentare a Dio la rendita dei
talenti ed assieme a quella anche i talenti che egli ci ha
affidati?
Predicatori eloquenti non mancano certamente in
questi giorni, e ministri abili non scarseggiano; sembra anche
che i guaritori siano numerosi ... eppure molti sono costretti a
dichiarare "Fratelli abbiamo perduta la potenza!"
Larte oratoria od i metodi
psicologici, la formazione tecnica del ministerio, non hanno
nulle in comune con la potenza dello Spirito Santo e noi non
abbiamo ricevuto da Dio arte e tecnicismo, ma potenza divina.
Ai giorni dei Padri della Pentecoste non si
aspettava un guaritore per esperimentare la virtù sonatrice
perché in ogni gruppo, in ogni famiglia si sapeva esercitare la
fede e realizzare la potenza necessaria per essere sanati.
Attenzione, non voglio pronunciare un giudizio negativo sui doni
delle guarigioni, ma voglio soltanto mostrare l'assenza di un
patrimonio affidato da Dio alla chiesa. Non vi ricordate
quando in una vita cristiana semplice, molto semplice, tutto era
gloria, tutto era miracolo, tutto era potenza? I frutti della
potenza sono belli e noi rimaniamo in ammirazione davanti alle
migliaia e migliaia di comunità che sono sorte, si sono
fortificate, accresciute ed anche arricchite. Ma se queste
comunità, con tutta la loro ricchezza e la loro organizzazione,
stanno per diventare una denominazione come tante altre,
appoggiate su un fondamento che non c'è più con la gloria di un
passato ormai irrimediabilmente tramontato, allora io Dico: Questo
frutto non può compensare la perdita biblica del capitale.
Il frutto è bello e allettante, ma la potenza
dov'è? Dov'è quel fuoco, quel vento impetuoso, quell'autorità
divina che erano ieri nella Pentecoste? Iddio vuoi vedere il
capitale, il Suo capitale!
Fratelli, forse troverete che questo messaggio
suona come una lamentazione, ma chissà che il ministero di
Geremia non sia più necessario e più opportuno di qualunque
altro ministero in quest'ora?
No! Non possiamo sentirci tranquilli se nella
nostra vita è assente il frutto dei talenti ricevuti da Dio: una
vita sterile non è approvata dal cielo, ma non possiamo neanche
sentirci tranquilli se ci presentiamo con le braccia piene di
frutto e non abbiamo più quello che ci è stato affidato da
principio. Quando l'Eterno ci chiama per comparire davanti al Suo
esame, dobbiamo rispondere con la gioia del servo fedele che sa
di essersi prodigato in una vita e in un lavoro fecondo, ma anche
rispondere con la gravità dell'amministratore che ha saputo
conservare gelosamente il deposito ricevuto dal cielo.
Fratelli, mentre in quest'ora Iddio ci chiama
ad esaminare la nostra posizione, non lasciamoci eccessivamente
entusiasmare dalla gioia della comunione fraterna o dalla
soddisfazione del lavoro e dei risultati che possiamo
relazionare, ma guardiamo se siamo i custodi dei talenti divini
che l'Eterno ha largito al risveglio pentecostale.
La Pentecoste s'avvicina: cerchiamo un
risveglio per il risveglio affinché possa essere rinnovato in
noi il capitale di Dio e mettiamoci poi d'impegno a farlo di
nuovo fruttare serbandolo anche con timorata diligenza nella
nostra vita.
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