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Capitolo 1 - Il Ministerio Spirituale Capitolo 2 - I Ministeri della Chiesa Capitolo 3 - Amministrazione Spirituale dei Doni Capitolo 4 - Alterazione del Ministerio
Il ministerio cristiano rappresenta uno dei soggetti meno
conosciuti e meno studiati nel seno della cristianità. Sembra quasi che
l’influenza moderna sia riuscita a sbiadire il concetto della soprannaturalità
del servizio nella chiesa e che quindi la sostituzione del ministerio spirituale
con quello tecnico e formale, largamente in uso in questi giorni, sia accettato
come una circostanza logica e pacifica. Questo studio si ripropone di riportare alla luce, e quindi
di sottoporre all’attenzione generale, un soggetto che, benché dimenticato ed
ignorato, non ha perduto nulla della sua attualità e del suo valore. Non
abbiamo la presunzione di credere che queste pagine siano perfettamente idonee
al conseguimento dello scopo, ma speriamo almeno che esse rappresentino un
incentivo verso uno studio profondo ed accurato del ministerio cristiano. Siamo certi che tutti i credenti, attraverso l’esame
sincero delle Scritture, riconosceranno non soltanto la necessità di fare del
ministerio spirituale disciplina di studio, ma anche quella, molto più
importante, di porre il ministerio spirituale al centro dell’attività
ecclesiastica e dell’attività cristiana in genere. Con questa rosea visione raccomandiamo a Dio questo modesto
lavoro e, soprattutto, quei fedeli che si accosteranno ad esso a scopo di
studio. Roberto Bracco
a) Lo Spirito nel ministerio cristiano. Il ministerio cristiano è un ministerio spirituale e questo vuol dire
soprattutto che è esercitato nella guida e nella potenza dello Spirito. Ogni dettaglio di questo glorioso ministerio, ogni attività periferica di
esso devono essere manifestazioni dello Spirito perché il lavoro di Dio può
essere compiuto soltanto dallo Spirito di Dio. La predicazione o il diaconato; i governi come sussidi; la presidenza, il
pastorato-, tutto deve essere controllato, guidato, attivizzato dallo Spirito
Santo. Sostituire a questa Persona divina la capacità o l’eloquenza umana
significa uscire fuori dai limiti perfetti del vero ministerio cristiano. Non è bello affidare predicazione o presidenza; insegnamento e governo ad
individui incapaci a farsi controllare e guidare dallo Spirito. Possono anche
essere individui in possesso di indiscutibili doti sociali o umane, ma non per
questo potranno esercitare un ministerio che dipende esclusivamente
dall’intelligenza e dalla potenza dello Spirito. Osserviamo per un momento il lavoro di un vero operaio cristiano: “La mia
parola e la mia predicazione non è stata con parole persuasive dell’umana
sapienza, ma con dimostrazioni di Spirito e di potenza” (1Corinzi 2:4). Paolo ci traccia, a grandi linee, un termine di raffronto e ci dichiara, in
maniera esplicita, che il lavoro di Dio ignora le risorse umane per attingere la
propria linfa alla fonte inesauribile dello Spirito. Egli parla del ministerio cristiano come del più elevato, del più glorioso
dei ministeri e lo definisce categoricamente il “ministerio dello Spirito”.
“Come non sarà piuttosto con gloria il ministerio dello Spirito” (2Corinzi
3,8). Accettato questo principio, accettiamo implicitamente l’altro che tutte le
caratteristiche e tutte le circostanze di questo ministerio rappresentano doni e
manifestazioni dello Spirito; cioè, come già detto, ogni parola, ogni azione,
ogni programma inclusi nel ministerio cristiano sono il risultato della potenza
e della guida dello Spirito attraverso la strumentalità umana. Lo studio
accurato dei seguenti passi scritturali può fornire la più ampia delucidazione
del problema: Romani 12:6-8, 1Corinzi 12:1-11, 1 Corinzi 14.26, Efesini 4.11;
Fatti 6,3, Fatti 20.28, 1Corinzi 12.28. Questi versi biblici dichiarano apertamente che l’uomo non può dare
nessuno apporto umano al ministerio cristiano, il quale è ministerio
integralmente spirituale. b) Le caratteristiche del ministerio spirituale. Le manifestazioni del ministerio cristiano si possono dividere e
classificare in tre distinte categorie seguendo la falsariga tracciata
dall’apostolo Paolo nella sua epistola ai Corinti. Possiamo così dire che
esse sono rappresentate dai dono soprannaturali (dal greco Kàrismata): 1Corinzi
12.4; dai ministeri e dai servizi (dal greco Diaconai): 1Corinzi 12.5; e dalle
operazioni o manifestazioni di potenza (dal greco Energemeta): 1 Cor 12.6. Tutte queste manifestazioni però possono esser considerate ugualmente doni
o fenomeni dello Spirito: 1 Cor. 12.11 Possiamo dire, per dare un’illustrazione, che come l’organismo umano è
fornito di apparati, sistemi e, nei suoi più minuti particolari, di organi, così
la chiesa è fornita di servizi, di doni, di operazioni spirituali capaci di
compiere totalmente l’opera del ministerio per l’edificazione del corpo di
Cristo. Efesi 4. 12, 16 Efesi 1.23. Quindi non diremo mai che la profezia o la glossolalia (lingue)
rappresentano doni dello Spirito o manifestazioni dello Spirito, ma diremo che
anche i sussidi, i governi, il diaconato, l’insegnamento, ecc. fanno parte dei
diversi sistemi di un unico organismo la cui vitalità è accentrata
perfettamente nello Spirito di Dio. Si dice, generalmente, che i ministeri nel ministerio sono cinque. Noi siamo
più disposti ad affermare che i ministeri fondamentali sono cinque e con questo vogliamo affermare: 1)
Che molte attività cristiane non esplicitamente contenute in questi
cinque ministeri, possono essere ugualmente definite tali. 2)
Che le definizioni di questi cinque ministeri sono alquanto generiche e
quindi possono includere anche altri servizi ed altre attività. Apostoli, profeti, evangelisti, pastori e dottori. Efesi 4.11, 1 Cor.12. 28.
Quale significato hanno queste definizioni? Diamo qui di seguito una risposta biblica precisando però che essa può
essere allargata ed ampliata anche oltre i limiti da noi segnati per uscire dal
generico. Si differenziano nella letteratura neo-testamentaria in due classi distinte;
la prima è costituita da coloro che furono scelti dal Maestro divino e che
dovevano essere nel seno della cristianità nascente i testimoni oculari ed
auricolari delle opere di Cristo e delle sue parole ed in pari tempo il primo
nucleo direttivo del popolo cristiano, nel seno del quale furono appunto
chiamati “collegio apostolico”. Fatti 1.21, Luca 6. 13, Fatti 2.43. La
seconda è costituita invece dai ministri investiti da Dio per una missione
apostolica, cioè per una missione più ampia più profonda di quella
dell’evangelista. L’apostolo non soltanto è il fondatore
di chiese ma è anche, per un tempo, il pastore, il dottore e il profeta nel
mezzo di esse. Questo ministerio quindi comprende in sé stesso ministri
cristiani diversamente definiti. Rom. 16.7, 2 Cor. 8.23, Fil. 2. 25.
2) Profeti
chiamati anticamente che veggenti (1 Sam. 9.9), cioè uomini che vedono. Alcuni
pensano che i profeti siano quei ministri di Dio che predìcono o prevedono
l’avvenire, ma questo concetto non è esatto. Il profeta
vede e parla fuori dei sensi e, fino ad un limite, separatamente dal proprio
raziocinio, ma egli può vedere cose future come può vedere cose che non hanno
relazione con il tempo e quindi può parlare anche semplicemente per edificare,
esortare, consolare. 1 Cor.14.3. Il parlare del profeta è estemporaneo e dipende esclusivamente dalla
ispirazione; egli dice cose che non rappresentano, neanche in parte, il
risultato della meditazione e della preparazione. Il profeta infine è colui che esercita la profezia non a carattere
eccezionale o transitorio, ma a carattere permanente, cioè è colui che parla
non per una improvvisa ed eccezionale manifestazione del “dono” di profezia,
ma per l’assistenza di una stabile potenza spirituale. Atti 13.1, Atti 15.32
Il pastore è soprattutto colui che in mezzo agli altri ministri, e
quindi in mezzo agli altri ministeri, presiede (Rom. 12.28), fatica nella parola
(1 Tim.5.17), veglia per il popolo (Ebrei 13.17).
Egli si differenzia nettamente dall’evangelista del quale non possiede
l’esuberanza; dal profeta del quale non conosce l’estemporaneità; dal
pastore del quale non ha le attitudini di governo e di ammaestramento. Tito
3.13, Rom.12.7.
I
MINISTERI NELLA CHIESA Lo
scopo dei ministeri.
Una
concezione esatta di quello che è lo scopo divino dei ministeri ci aiuta a
comprendere il piano di Dio ed anche ad assumerci interamente le nostre
responsabilità cristiane. Oggi una percentuale molto elevata di credenti e di
ministri hanno sostituito, con le proprie idee, il concetto biblico dello scopo
dei ministeri cristiani ed è per questo che si sente ripetere, da ogni
direzione, che tutti i ministeri devono tendere al fine di evangelizzare il
mondo. Il concetto biblico, ripetiamo, è un altro e secondo questo concetto
l’evangelizzazione del mondo è prevista soltanto di riflesso. I ministeri
sono stati costituiti soprattutto per
“l’edificazione del corpo di Cristo” (Efesi 4.12). Essi infatti posseggono
particolari caratteristiche spirituali che li rende idonei per una missione
edificativi più che per un fine evangelistico; anche il ministerio
dell’evangelista, il solo fra i cinque che sembra riservato per un lavoro
missionario, possiede, come gli altri, caratteristiche cristiane che fanno di
esso un ministerio di edificazione nella
chiesa.
Si può riassumere che lo scopo del ministerio può essere racchiuso
entro i seguenti punti:
1) Perfetto radunamento dei Santi
(Efesi 4.12).
2) Progresso dei fedeli verso la
perfezione di Cristo (Efesi 4.13).
3) Trasformazione dei credenti
nella natura gloriosa di Dio (2 Cor. 3.18). Il piano di Dio quindi prevede soprattutto il potenziamento della chiesa e i
ministeri sono gli strumenti spirituali per il conseguimento di questo scopo.
Naturalmente l’evangelizzazione non è ignorata, ma viene presentata come
attività consequenziale: una chiesa edificata in grazia e in potenza attirerà
spontaneamente con la luce della sua gloria i peccatori che brancolano nel buio. Questo piano meraviglioso trova un parallelo nelle parole di Gesù: “Voi
riceverete la potenza dello Spirito Santo, il quale verrà sopra voi; e mi
sarete testimoni…” (Fatti 1-8). L’evangelizzazione non può precedere, ma deve seguire l’edificazione
della Chiesa e quindi non è strano che “l’opera del ministerio”
rappresenti soprattutto l’edificazione del popolo di Dio. Mettere pastori, profeti, dottori sul fronte delle missioni per lasciare
scoperte le posizioni dell’edificazione della Chiesa, significa sfornire la
prima linea di combattimenti necessari per conquistare la vera vittoria
cristiana.
Il
ministerio cristiano, nelle sue particolari caratteristiche, viene anche
definito da una terminologia che possiamo chiamare ecclesiastica. Per
l’intelligenza del soggetto è necessario considerare il problema anche da
questo punto di vista, precisando però sin da ora che questa terminologia non
intende riferirsi ad altre attività spirituali del ministerio cristiano oltre
quelle menzionate, ma intende riferirsi alle medesime attività considerate
soprattutto da un punto di vista
amministrativo organizzativo.
I ministeri di cui alla terminologia definita ecclesiastica sono tre:
Vescovo, anziano, diacono. Di seguito possiamo esaminarli progressivamente in
maniera più particolareggiata: 2)
Anziano, dal greco presbiteri che vuol
dire letteralmente anziano. Anche questo termine, nell’uso neo-testamentario,
è alquanto generico, ma comunque sembra esprimere più che un titolo, una
condizione. Infatti questo termine entrò nella cristianità dal giudaesimo ove
gli “anziani” erano quegli individui che per età, esperienza, saggezza e
rettitudine venivano designati per essere i notabili e quindi i conduttori del
popolo.
Nelle primitive chiese
cristiane la designazione degli anziani doveva essere effettuata con i medesimi
concetti; fra questi potevano poi essere prescelti anche i vescovi e i diaconi
(1 Tim. 5.17, Fil. 1.1). 3)
Diaconi, dal greco: servitori. Anche
questo più che un titolo è una condizione o una idoneità. Venivano designati
diaconi quei credenti riconosciuti capaci di servire per la giuda dello Spirito
(Fatti 6.3). Il servizio del diaconato è
soprattutto di carattere assistenziale e prevede le distribuzioni (Rom. 12.8),
le opere pietose (idem), i sussidi (1 Cor. 12.28). La critica moderna definisce il diaconato: ministerio inferiore, ma noi
vorremmo dire che qualsiasi classificazione dei ministeri nel ministerio
cristiano è assolutamente soggettiva ed arbitraria e quindi consideriamo questo
servizio cristiano, un servizio spirituale di tanto valore come un qualsiasi
altro servizio che contribuisce per l’edificazione del corpo. c) I ministeri e i doni nella chiesa e nel tempo. Le manifestazioni dello Spirito cioè le caratteristiche del ministerio
cristiano che noi chiamiamo doni o ministeri rappresentano un patrimonio
spirituale della chiesa, quindi i ministeri sono della chiesa e per la chiesa e
i doni si trovano nella chiesa. Gli individui partecipano queste manifestazioni in quanto fanno parte della
chiesa, ma il patrimonio rimane sempre un bene del corpo di Cristo. Con questa premessa vogliamo affermare che le manifestazioni dello Spirito
sono permanenti nella chiesa, mentre nell’individuo possono essere a carattere
eccezionale, a carattere transitorio ed anche, naturalmente a carattere
permanente, cioè doni e ministeri possono manifestarsi nell’individuo in
maniera eccezionale, in maniera transitoria o in maniera stabile. È più
facile, naturalmente, che i doni, piuttosto che i ministeri, conoscano queste
eventualità nella direzione da noi seguita. Vogliamo dire che è più facile
manifestare un dono una sola volta o per un periodo più o meno breve di tempo,
che avere un ministerio per una sola circostanza. Però queste eventualità sono
possibili per ambedue queste manifestazioni dello Spirito.
Di seguito diamo alcuni riferimenti scritturali a conferma e a
delucidazione.
1) Dono permanente 1 Tim. 4.14.
2) Dono temporaneo 1 Cor.
14.28.
3) Dono eccezionale 1
Cor.14.30.
1) Ministerio permanente Atti
20.24.
2) Ministerio temporaneo Fatti
6.5; 8.5.
3) Ministerio eccezionale 1 Cor.
1.14.
Questa verità c’illumina intorno all’amministrazione dei doni
spirituali perché ci precisa che qualsiasi rivendicazione individuale o
qualsiasi ministerio autonomo o separatista sono infirmati dall’illegittimità
più evidente. Il servitore non può mai avanzare diritti di proprietà
esclusiva sul dono che possiede, perché il dono è della chiesa ed il ministro
non può esercitare il suo mandato indipendentemente dalla chiesa o ignorando la
chiesa, perché il mandato stesso appartiene alla chiesa ed è stato dato da Dio
esclusivamente per l’edificazione della chiesa. Lo Spirito santo nello sviluppo di questo meraviglioso lavoro distribuisce i
suoi doni come Egli vuole (1 Cor. 12, 11), mentre si muove nella chiesa. Egli
conosce le leggi dell’opportunità e della tempestività e perciò muove gli
individui semplicemente come membra dell’unico organismo che è la chiesa (1
Cor. 12.14). d) Lo scopo dei doni.
Distinguendo
fra doni e ministeri benché, come abbiamo già detto tutti possono essere
definiti manifestazioni dello Spirito, dobbiamo, dopo aver parlato dello scopo
dei ministeri, parlare dello scopo dei doni. Il Nuovo Testamento è preciso anche su questo punto ed esso c’insegna che
i doni non hanno una funzione spettacolare, come non devono essere soltanto
un’esibizione di emotività sterile, ma devono raggiungere i limiti del piano
che Dio ha preparato per la sua chiesa. La mente infinita dell’Eterno ha
concepito un piano glorioso per il suo popolo perché Egli vuol fare di esso “… un aiuto convenevole a Cristo; un essere che sia
carne della sua carne ed ossa delle sue ossa (Genesi 2, 18, 23). La chiesa deve essere “una casta vergine a Cristo” ( 2 Cor. 11.2),
affinché comparisca nella sua presenza: “gloriosa, santa, irreprensibile;
senza macchia e crespa…” (Efesi 5.27). Doni e ministeri devono “fare” la chiesa nel senso che devono
rappresentare il mezzo di Dio per raggiungere il fine di Dio. La trasformazione
nella gloria, dei credenti deve essere il risultato meraviglioso dell’opera
del ministerio nel suo pieno e potente esercizio spirituale (2 Cor. 3, 8, 18). Quindi, per concludere, possiamo convenire che lo scopo dei doni è
unicamente quello dichiarato dalle Scritture che ci precisano che essi sono
stati dati: 1) Per
un fine utile ed opportuno 1 Cor. 12.7. 2) Per
stabilire vitalità e moto nel corpo Rom. 12.5. 3) Per
l’edificazione, l’esortazione e la consolazione della chiesa 1 Cor.
14.3. 4) Per
l’ammaestramento della chiesa 1Cor 14.19. 5) Per
convincere di peccato e per giudicare il peccato 1Cor. 14.24. e) I doni fondamentali nella chiesa. Come si è voluto indicare il numero dei ministeri spirituali, così si è
voluto stabilire il numero dei doni dello Spirito. Dei primi, si è detto che
sono cinque, dei secondi nove. Questi numeri però non vanno accettati in
maniera assoluta, perché stanno più ad indicare quelli che rappresentano i
ministeri e i doni fondamentali che non la totalità delle manifestazioni
spirituali. Comunque, il numero nove per i doni dello Spirito è particolarmente
significativo, perché esprime nella sua terminologia matematica la perfezione
assoluta. La radice quadrata del nove è tre, numero che nella Bibbia indica
sempre la perfezione; quindi qui abbiamo il tre moltiplicato per sé stesso, cioè
per tre, a darci il numero che indica, almeno fondamentalmente, il complesso dei
doni spirituali. Non abbiamo voluto fare una divagazione audace o oziosa, perché scrivendo
dei doni dello Spirito viene spontaneamente da sottolineare le coincidenze
numeriche. Infatti i nove doni dello Spirito possono essere classificati in tre
triadi, cioè in tre gruppi caratteristici. Il tre, simbolo di perfezione,
sembra legato strettamente a queste meravigliose manifestazioni dello Spirito. I
nove doni dello Spirito sono elencati in 1Cor.12, 8-10 e sono: - Parola
si sapienza, parola di scienza, fede, guarigioni, potenti operazioni, profezia,
discernimento, lingue, interpretazione. Essi
si possono dividere per analogia caratteristica nei seguenti gruppi: 1)
Doni che conferiscono potenza per conoscere in maniera soprannaturale:
A) Parola di sapienza
B) Parola di scienza
C) Discernimento. 2)
Doni che conferiscono potenza per operare in maniera soprannaturale:
A) Fede
B) Doni di guarigioni
C) Potenti operazioni. 3) Doni
che conferiscono potenza per parlare in maniera soprannaturale:
A) Profezia
B) Lingue
C) Interpretazioni delle lingue. Come possiamo notare, i doni dello Spirito offrono alla chiesa la possibilità
di svolgere un’attività soprannaturale assolutamente perfetta. f) I doni nelle loro definizioni. Non sempre esiste un accordo perfetto, nel seno della cristianità,
relativamente al significato della definizione dei doni, quindi le delucidazioni
che forniamo qui di seguito non hanno la pretesa di rappresentare la soluzione
perfetta di ogni controversia. Noi intendiamo esprimere il nostro modesto parere nella certezza che un
soggetto di così multiformi e spaziosi sviluppi non può essere mai ristretto
entro la povertà di poche e inadeguate espressioni umane.
1) Parole di sapienza. Uno
studio comparativo delle Scritture permette di affermare che questo dono
rappresenta quella facoltà spirituale mediante la quale, l’individuo entra in
possesso di una sapienza divina e riesce ad usarla nelle necessità della vita
cristiana, cioè riesce per essa, a dare insegnamenti e a fare applicazioni
giovevoli al progresso spirituale dei credenti. Quindi la parola di sapienza può
essere usata per:
A) Esporre le verità
divine Atti 7.10.
B) Per
penetrare i misteri di Dio Apoc. 13.18.
C) Per amministrare nel popolo di Dio Atti 6.3.
D) Per regolare le relazioni con gli inconvertiti Col. 4.5.
E) Per promuovere il progresso cristiano Giac. 3.13.
F) Per interpretare ed applicare le Scritture (Matteo 13.54. 2) Parole
di conoscenza. Questo dono rappresenta quella facoltà spirituale di
penetrare nei misteri e nei piani di Dio soprattutto a scopo speculativo. Quando
i due termini “sapienza” e “conoscenza” sono uniti il primo ha un
significato attivo ed il secondo un significato passivo o, come diremmo
comunemente, il primo affronta la vita spirituale dal punto di vista pratico,
mentre il secondo lo affronta soprattutto dal punto di vista teorico.
Quindi la “parola di conoscenza” si manifesta:
A) Nella “conoscenza” di Dio 2 Cor. 2.14. 2 Cor 10.5
B) Nella
“conoscenza” delle cose relative a Dio Rom. 11.33
C) Nella “conoscenza” delle dottrine cristiane Rom. 15.14 3) Discernimento
degli spiriti. Facoltà di penetrare nel mondo spirituale per cogliere i
suoi aspetti e le sue realtà, indipendentemente dal raziocinio e dai mezzi
fisici. Questo dono rende partecipi della “veggenza” dello Spirito e
permette di riguardare alle cose che normalmente soltanto Iddio può vedere (1
Sam. 16.7).
Esso si manifesta:
A) Nel “discernere” la falsità
dei profeti Matteo 7.15.
B) Nel
“discernere” l’esatta attitudine di un’anima Giov. 1.47.
C) Nel penetrare fino ai pensieri
ed ai sentimenti dell’uomo Giov. 2.25
D) Nello scoprire la frode e la menzogna Fatti 5.3.
E) Nel “discernere” gli spiriti Fatti 16, 16-18. 4) Fede.
Sembra che questo dono rappresenti quella facoltà spirituale mediante la quale
l’individuo può entrare nel mondo soprannaturale per operare in maniera
soprannaturale. Comunque, è certo che qui non è indicata la fede quale mezzo
per giungere alla salvezza e neanche la fede normale che è congenita in ogni
cristiano. Alcuni hanno definita questa fede: “la fede dei miracoli” altri,
seguendo un passo scritturale: “la fede di Dio” (Marco 11.22).
Quest’ultima definizione ci sembra la più felice perché realmente qui ci
troviamo di fronte alla “fede” dono dello Spirito Santo e manifestazione
dello Spirito Santo; non è quindi la fede dell’uomo, ma la fede dello Spirito
cioè di Dio; quando c’è questo genere di fede si crede nello stesso modo di
Dio il quale sa che quando “dice la parola” la cosa è.
Possiamo precisare quindi che essa è:
A) Fede per compiere miracoli
Fatti 3.4
B) Fede
per vincere la natura Matteo 17.20
C) Fede per afferrare promesse
audaci 1 Re 18.38.
D) Fede contro speranza Giov.
11.40. 5)
Doni di guarigioni. Alcuni credono che questo dono rappresenti quella facoltà
spirituale che permette di comunicare salute e quindi guarigione agli ammalati;
altri pensano che il testo si riferisca alle guarigioni stesse quindi il
“dono” sarebbe “la guarigione” e non il potere di compiere guarigioni.
Questa seconda ipotesi è confortata sia pure debolmente dalla forma
grammaticale che esprime al plurale il dono stesso.
Comunque, anche qui siamo fuori dalla vita cristiana ordinaria nella
quale tutti i credenti possono pregare per gli ammalati e nella quale altresì gli anziani
e gli evangelisti devono compiere questa missione in sottomissione al loro
specifico mandato (Giac. 5.14, Fatti 8, 6-7, Fatti 28, 8-10).
A) Nei segni e prodigi Fatti
5.12.
B) Potenti
operazioni Fatti 19.11.
C) Liberazione dagli spiriti
Fatti 19.12. Quest’ultimo verso ci parla in maniera particolare dell’autorità, nel
mondo dello spirito, che viene conferita da questo dono. 7) Profezia.
Facoltà spirituale per esortare, consolare ed edificare mediante parlare in
lingua intelligibile ispirata da Dio. La profezia quindi non è soltanto
predizione del futuro ma è penetrazione nel piano di Dio nel quale, non
esistendo il tempo, può anche essere
affrontato il futuro rispetto all’uomo. La profezia è estemporanea e quindi è sempre il risultato di ispirazione
che ignora la preparazione e, qualche volta la conoscenza; in altre parole
mentre il predicatore deve conoscere e deve preparare il sermone, colui che
profetizza non deve sottostare necessariamente a nessuna di queste circostanze.
Il “dono” di profezia si differenzia dal “ministerio del
profeta”. Il primo può essere esercitato da tutti 1Cor.14.31, e quindi può
essere a carattere transitorio o eccezionale, mentre il secondo è esercitato da
coloro che sono stati chiamati a questo ministerio 1Sam. 3.20 ed è,
generalmente, a carattere stabile. Non tutti concordano con questa affermazione ed infatti un emerito scrittore
americano dichiara: “il possedere questo dono fa, di un credente, un
profeta…”. Il dono di profezia deve essere esercitato in prima o in terza persona
singolare? Cioè il credente deve parlare come se fosse il Signore o a nome del
Signore? Crediamo che non esista una norma rigida e che questa attività spirituale
debba essere regolata dall’enunciato della scrittura: “…in rapporto alla
proporzione della fede…” Rom.12.6 Il credente che sale fino al piano spirituale che gli permette di afferrare
il dono o di essere afferrato dal dono e quindi di esercitare la profezia potrà
e dovrà muoversi ed agire entro i
limiti della propria fede che gli permetterà di parlare come “fosse il
Signore” oppure “da parte del Signore”. Nel primo caso il credente agisce come se fosse un canale inerte attraverso
il quale lo Spirito di Dio fluisce liberamente , mentre nel secondo caso egli
agisce come attivo messaggero di Dio. I due seguenti passi scritturali possono
illustrare le due eventuali circostanze. Malachia 2,2; Fatti 21.11. Le “lingue” sono state sempre distinte in segno Atti 2.4 e dono
(1Cor.12.30); questa distinzione afferma che tutti i credenti che vengono
riempiti della potenza dello Spirito Santo devono
esprimersi in lingue ispirate al conseguimento della loro esperienza, ma che
soltanto alcuni possono
nell’esercizio dell’attività cultuale partecipare il dono. Nell’epistola ai Corinti sembra esistere un’incoerenza relativamente al
valore e allo scopo di questo dono, ma uno studio accurato permette di
individuare in modo preciso la coerenza perfetta esistente nelle dichiarazioni
delle Scritture. L’Apostolo Paolo nel mettere in luce il piano di Dio dichiara
ai cristiani di Corinto che essi esageravano nell’esercitare a tempo e fuor di
tempo il dono delle lingue, attraente, forse, per le sue caratteristiche
spettacolari; ricorda altresì che esso era stato incluso, dalla saggezza
divina, come manifestazione spirituale che fosse segno agli inconvertiti. Quindi il voler accentrare tutta
l’attività della chiesa intorno a quest’unico dono significava privare la
comunità delle benedizioni ordinate da Dio. È chiaro però che Paolo, sia quando parla delle lingue come segno agli
increduli e sia quando ne parla come strumento di edificazione alla comunità,
si riferisce alle “lingue interpretate”.
Comunque dalle Scritture emerge qual è, nella chiesa di Dio, lo scopo di
questo dono e quindi possiamo concludere che esso opera per: A) Consolazione ed edificazione
individuale 1Cor.14.4.
B)
Edificazione della chiesa 1Cor. 14.5.
C) Segno agli increduli 1Cor.
14.22. 9) Interpretazione
delle lingue. Facoltà soprannaturale che consente di interpretare il
messaggio spirituale in lingue. Questo dono rappresenta una manifestazione
estatica che consegue l’elevazione del credente fino alla sfera dello Spirito
sulla quale agisce colui che dà il messaggio. L’interpretazione può essere
data eccezionalmente anche da colui che ha dato il messaggio (1Cor. 14.5) e
sembra che uno stesso possa interpretare anche diversi messaggi in una medesima
riunione (1Cor. 14.27), ma questo verso biblico è variamente interpretabile e
può voler dire semplicemente che l’interprete normalmente si deve distinguere
da colui che porge il messaggio. Lo scopo di questo dono è quello: A)
Edificare la chiesa 1Cor. 14.5
(È verso questo scopo il valore dell’interpretazione è pari a quello della
profezia). B)
Un segno agli inconvertiti
1Cor. 14.22.
AMMINISTRAZIONE SPIRITUALE DEI DONI
a) Compito fondamentale della chiesa. I doni dello Spirito, cioè le particolari manifestazioni del ministerio che
vanno comunemente sotto questo nome, rappresentano un patrimonio prezioso per la
chiesa. Questo patrimonio però può essere amministrato positivamente soltanto
a mezzo della più illuminata saggezza e del più profondo senso di
responsabilità.
Non bisogna dimenticare, infatti, che i doni dello Spirito sono
manifestazioni dello Spirito, cioè estrinsecazioni
di quella benedetta persona divina che è chiamata “la dinamite di
Dio”. Questo nome è stato dato allo Spirito Santo in riferimento al passo
biblico Atti 1-8 ove il termine tradotto dal Diodati per “virtù” è
nell’originale greco “dunamis”; questo vocabolo ha fornito la radice
etimologica ai due nomi della nostra lingua: dinamite e dinamo. Lo Spirito Santo quindi è potenza dirompente ed inesauribile e le sue
manifestazioni, di conseguenza, hanno bisogno di essere amministrate con
avvedutezza profonda. Giustamente osservava un critico che il fulmine che brucia e distrugge è
della medesima natura dell’energia benefica che viene sfruttata da una
centrale elettrica. L’energia è preziosa e desiderabile, ma deve essere
controllata affinché non divenga causa di rovina e di morte. Il paragone potrebbe sembrare irriverente e, qualcuno, potrebbe anche
obiettare che lo Spirito che ha una “mente” non può essere messo a
confronto con una manifestazione di energia naturale che è incosciente. Pur
prescindendo dal fatto che noi ignoriamo fino a che punto l’energia elettrica
ubbidisca ad una “mente”, non possiamo fare a meno di ricordare che
l’amministrazione del ministerio cristiano è stato affidato alla chiesa e
quindi questa inesauribile fonte di potenza è stata, diremmo sottoposta (benché
nel mondo dello Spirito le subordinazioni sono in termini diversi di quelle del
mondo fisico) alla responsabilità della chiesa. b) Principi fondamentali dell’amministrazione. La chiesa per poter amministrare saggiamente i doni dello Spirito si deve
uniformare ad alcuni principii fondamentali enunciati dalle Scritture. Essi
sono: 1) Senso
di proporzione (1Cor.14, 15-19). Tutti i doni sono stati dati alla chiesa
per un fine benefico e quindi tutti sono necessari per l’edificazione del
corpo. Nell’uso dei doni bisogna perciò mettere in azione il senso di
proporzione che darà la possibilità di un esercizio equilibrato di tutti i
doni, evitando così il pericolo dell’esercizio esclusivo di quei doni che per
il loro aspetto spettacolare possono, più degli altri, appagare determinate
esigenze umane. Un individuo ha bisogno di esercitare, oltre che la sua lingua, anche il suo
orecchio; oltre che i suoi occhi, anche le sue mani, ed anche la chiesa ha
bisogno di un esercizio proporzionato ed equilibrato. 2) Senso
di relazione con lo scopo dei doni. Se l’esercizio dei doni non adempie il fine per il quale i doni sono stati
dati alla chiesa, l’amministrazione di essi è imperfetta.+ È inutile assistere alle manifestazioni dello Spirito se queste non
raggiungono lo scopo di Dio. La chiesa deve amministrare in modo che i doni
raggiungano sempre lo scopo prestabilito che è quello:
A) Di edificare 1Cor.14, 12,
23.
B)
Di manifestarsi per un fine utile ed opportuno 1Cor.12.7.
C) Di esortare e consolare
1Cor.14.3. 3) Senso
di sapienza.
I doni devono valorizzare e
non avvilire la personalità del credente; in altre parole, il credente non deve
apparire, nell’esercizio dei doni, come un fanciullino incosciente che si
trastulla con un balocco del quale ignora il funzionamento, ma deve apparire
“uomo compiuto” che con piena consapevolezza collabora con Dio
nell’esercizio del dono dello Spirito Santo nei modi e nel tempo opportuni.
1Cor.14.20. 4) Senso
di subordinazione e di ordine.
Non
raccomanderemo mai abbastanza la più ampia libertà spirituale in tutte le
attività cristiane e quindi non ultima fra queste, nell’attività cultuale.
Questa libertà non significa né indipendenza, né disordine.
Lo Spirito, ordine supremo dell’Universo, vuole muoversi entro i limiti
ampi di una libertà che non è caos e quindi coloro che esercitano i doni dello
Spirito devono seguire umilmente questa direzione per assecondare i piani
divini. Alcuni limiti possono essere indicati in relazione a precisi riferimenti scritturali:
A) Autocontrollo (1Cor.14.32).
Il credente deve essere sempre padrone della situazione per non incorrere
nel pericolo di cadere in dannose degenerazioni. L’entusiasmo, l’emotività
possono avvilire la personalità del credente se egli non esercita un preciso
controllo.
B) Ordine (1Cor.14.40).
Il credente deve saper riconoscere la guida dello Spirito per
assecondarla affinché tutto si svolga in maniera nitida, chiara, avvincente
nell’ordine più perfetto.
C) Subordinazione.
Il credente deve riconoscere gli insegnamenti ed il ministerio di coloro
che sono stati chiamati da Dio al compito specifico di presiedere e guidare le
riunioni e quindi di essere gli amministratori più diretti del ministerio
cristiano (1Cor. 14, 36-37, Rom. 12.8).
Le manifestazioni dello
Spirito non devono essere precedute o addirittura soffocate dalle emozioni del
credente.
Il cristiano che viene attraversato dallo Spirito può, invece che
permettere allo Spirito di operare, reagire fisicamente alla sua presenza
divina.
Molti gridi incomposti, molte manifestazioni movimentate e disordinate
indicano che i credenti reagiscono mediante la propria emotività alla presenza
dello Spirito Santo.
Un autore cristiano illustra in questo modo la differenza esistente fra
reazione e manifestazione:
- L’elettricità che rende incandescente il filamento e quindi accende
la lampada può anche strappare un urlo incomposto all’individuo che tocca un
filo scoperto. L’urlo però non è una manifestazione dell’elettricità, ma
una reazione all’elettricità.
Quest’originale illustrazione esemplificativa ci fa concludere che alla
chiesa sono necessarie non le reazioni allo Spirito, ma le manifestazioni dello
Spirito. È necessario quindi che lo Spirito fluisca nei suoi canali naturali e
segua i suoi metodi precisi perché sia sempre energie benefica e non potenza
demolitrice.
Non possiamo però chiudere questo paragrafo senza una necessaria
precisazione: - L’esistenza di lacune e imperfezioni nell’esercizio del
ministerio e quindi anche l’esistenza d’inopportune reazioni non deve mai
indurre il popolo cristiano a reprimere le manifestazioni dello Spirito. Se per
eliminare i disordini noi sopprimiamo l’esercizio dei doni spirituali,
possiamo essere assomigliati a quel medico che per eliminare l’emicrania del
paziente gli taglia la testa.
È stato detto che molte chiese, nella vita dello Spirito, possono essere
assomigliate ad un bambino che impara a camminare: le sue cadute non ci devono
scoraggiare e non ci devono indurre a scoraggiarlo. c) Lo Spirito e gli spiriti. Un’altra verità che deve essere conosciuta dalla chiesa per poter
espletare rettamente la propria attività amministrativa del ministerio
cristiano è quella relativa “agli spiriti” e cioè a quelle potenze
spirituali che cercano di esercitare la propria influenza sul popolo di Dio per
un fine malefico.
Martin Lutero affermava ai suoi giorni che il diavolo è la scimmia di
Dio; oggi possiamo dichiarare che il metodo dell’inferno è sempre uguale e
che i credenti possono essere tratti in inganno da manifestazioni spirituali di
natura diabolica che esteriormente possono essere confuse con le manifestazioni
dello Spirito Santo.
Compito della chiesa è non soltanto di esercitare largamente il dono di
discernimento degli spiriti, ma anche di “provare” diligentemente ogni cosa
mediante la luce delle Scritture.
Quando leggiamo: “… provate gli spiriti se son da Dio…” (1Giov.
4,1) possiamo intendere che nessun mezzo cristiano deve essere trascurato per
controllare le manifestazioni spirituali nella chiesa.
Molti disordini, molte eresie e molte rovine sono purtroppo la
conseguenza della disavvedutezza o dell’ignoranza manifestata dai cristiani di
fronte all’esercizio di attività spirituali; essi hanno permesso che spiriti
di confusione e di disordine facessero il loro infausto ingresso nel seno del
popolo di Dio. Quante volte anzi questi spiriti sono stati oltre che accolti con
compiacimento, esaltati e glorificati soltanto perché essi lusingavano
l’insano amor proprio di alcune comunità povere di spiritualità, ma ricche
di vanagloria.
Non basta vedere un miracolo od udire una profezia per riconoscere a
priori la presenza dello Spirito Santo, ma bisogna sottoporre tutto all’esame
intelligente dello Spirito e della Parola.
Comunque pensiamo che i seguenti avvertimenti dedotti dalle Scritture
possono essere, in linea generale, i principi fondamentali per un controllo
cristiano: 1) Gli spiriti possono profetizzare
o parlare, 1Cor.12.3; 1Giov.4, 1-2. 2)
Gli spiriti possono compiere miracoli,
Fatti 8.10. 3) Gli spiriti possono indovinare o
discernere, Fatti 16.-16. 4) Gli spiriti possono predire,
1Sam. 28.3.
Però soltanto i doni dello Spirito o il ministerio dello Spirito: 1) Esaltano Gesù, 1Cor.12.3. 2) Producono vera consolazione,
Fatti 9.31. 3) Conducono a Dio, o convertono,
Fatti 8.12. d) I doni come patrimonio spirituale.
Abbiamo già detto che i doni e tutte le manifestazioni spirituali del
ministerio cristiano rappresentano un patrimonio della chiesa. I credenti come
parte integrale della chiesa, partecipano i doni, ma mentre per essi il dono può
essere un fenomeno transitorio od anche eccezionale, per la chiesa rimane un
possesso stabile; in altre parole, un credente può partecipare anche una sola
volta il dono di profezia, ma la chiesa possiede in maniera costante questo dono
e tutti gli altri.
Per comprendere bene questo concetto è necessario tener presente qual è
la personalità dei doni. I doni hanno una personalità spirituale e quindi sono
sempre manifestazioni spirituali di una sfera spirituale; la chiesa è stata
chiamata da Dio a vivere in questa sfera e perciò è stata chiamata a vivere
queste manifestazioni. Le membra singole invece possono elevarsi a questa sfera
con fasi alterne di persone e di tempo ed è per questo che i medesimi doni sono
esercitati ora dagli uni ed ora dagli altri, mentre però si trovano sempre
nella chiesa.
I credenti, comunque, sono tenuti a godere e ad esercitare la ricchezza
di questo patrimonio spirituale e perciò devono avere, di fronte al ministerio
e ai doni, una posizione illuminata. Essi devono sapere: 1) Che i doni possono essere
desiderati, 1Cor.12.31. 2) E possono essere procacciati,
1Cor.14.1. 3) Che il credente può anche
desiderare, in forma comunitaria, di abbondarne,
1Cor.14.22. 4) Che si può chiedere a Dio un
dono necessario per integrarne un altro,
1Cor 14.-5. 5) Che tutti possono partecipare i
doni dello Spirito, 1Cor. 14.-31. 6) Ma che ognuno può avere un dono
differente, 1Cor.14.26. 7) Ed infine che ognuno può
soffocare o spegnere lo Spirito, 1Tess. 5,19. e) I doni in relazione alla morale.
Moralità
e spiritualità sono entità, per noi astratte, strettamente collegate e quindi
generalmente pensiamo che la misura della moralità di un individuo o di una
comunità ci dia anche la misura della spiritualità. Questo concetto non è
rigorosamente esatto e se è vero che qualche volta la misura di una delle due
menzionate entità ci dà la conseguenza la misura dell’altra, è anche vero
che frequentemente esse sono indipendenti e finanche contrastanti.
I farisei, per esempio, conducevano una vita morale eccepibile, ma non
possiamo rendere l’identica testimonianza scrivendo della loro vita
spirituale. Uomini, invece, come Davide ci hanno mostrata una vita spirituale
esuberante, ma non ci hanno dato lo stesso esempio nella loro vita morale. È
vero che Davide peccatore rappresenta l’uomo spirituale in decadenza, ma è
anche vero che egli è sempre l’uomo spirituale. Se egli riesce a pentirsi dei
suoi peccati e ad umiliarsi nei suoi peccati è soltanto in virtù della propria
spiritualità.
Se esiste un’indipendenza fra moralità e spiritualità, non dobbiamo
meravigliarci se incontriamo la medesima indipendenza fra morale del credente o
della comunità e il dono dello Spirito. Non possiamo escludere che generalmente
i doni dello Spirito devono essere manifestazioni conseguenti ad una vita
d’irreprensibilità cristiana, ma non possiamo neanche stabilire questo
principio come regola immutabile.
Il mondo dello Spirito è incontrollabile dal punto di vista razionale e
quindi non sempre possiamo conoscere il perché un dono si manifesti attraverso
uno strumento umano piuttosto che attraverso un altro da noi ritenuto più
idoneo. Comunque rimane stabile il principio che non è il dono dello Spirito a
determinare l’esatta posizione del credente di fronte a Dio, e quindi il
motivo del suo vanto cristiano, ma è soltanto la sottomissione più assoluta
all’opera santificante dello Spirito
Santo.
Infatti, la Scrittura ci dichiara che una comunità: 1) Può avere tutti i doni
(1Cor.1.7).
ed essere: 2) Immorale, carnale, contenziosa, vanagloriosa (1Cor.3,3; 4,19; 5,1).
Un ministro può essere: 3) Profeta e può profetizzare
(Num. 22,31, 1Sam.19.24).
ed essere: 4) avaro o malvagio (idem).
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