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VERITÀ
DIMENTICATE E… di Roberto Bracco
Indice:
Se
hanno fatto queste cose al legno verde
Questo
volumetto è dedicato a tutti coloro che fanno della Bibbia l’alimento e la
gioia della loro anima. E’ uno scritto senza pretese che si rivolge
esclusivamente a quella categoria di credenti che anelano trovare
quotidianamente nuova luce e che perciò sono disposti a rinnovare, mediante la
lettura, quel dialogo spirituale capace di sviluppare, più che la conoscenza,
quello spirito investigativo che è necessario per penetrare nel significato
delle scritture.
Il
volumetto non ha un soggetto che lo esaurisca e perciò appare piuttosto come un
saggio di letteratura cristiana che potrebbe, nel futuro, essere seguito da
scritti analoghi: verità dimenticate e punti controversi esistono in così
notevole numero da fornire argomento per opere di mole maggiore e di valore più
elevato.
La
brevità dello scritto e la semplicità degli argomenti potrà giovare alla
particolare sfera di lettori ai quali s’indirizza; esso infatti non vuole
essere un testo teologico e neanche un trattato di esegetica, ma semplicemente
una raccolta di meditazioni cristiane nelle quali, anche i credenti sforniti di
qualsiasi preparazione culturale, potranno cogliere il pensiero dell’autore.
Dalle
colonne del periodico “Risveglio Pentecostale” sono stati già affrontati
alcuni dei soggetti del presente volumetto, ma qui vengono presentati in altra
forma e, soprattutto, vengono uniti ad altri per affinità di carattere.
Questo
primo saggio viene pubblicato come un’opera imperfetta ed affrettata, ma anche
sotto queste circostanze, lo offriamo ai lettori nella speranza che possa essere
usato da Dio come mezzo di benedizione ed edificazione.
Faccia
parte d’ogni suo bene…
Galati 6:7
Nella
chiesa cristiana c’è colui che ammaestra e colui che è ammaestrato, cioè il
predicatore ed il fedele. Colui che ammaestra è il servo di Dio, il conduttore
del popolo, il ministro cristiano, mentre colui che è ammaestrato è un membro
della comunità: una pecora del gregge spirituale.
Colui
che ammaestra e colui che è ammaestrato appartengono a Dio; sono ambedue
figliuoli di Dio e perciò sono fra loro “fratelli nel Signore”, però i
loro doveri verso Dio sono diversi ed anche i doveri che hanno l’uno verso
l’altro non sono uguali.
Il
predicatore ha il dovere di esercitare il ministero e quindi ha il dovere di
applicarsi costantemente “alla parola e alla preghiera” (Fatti 6:4), ed il
fedele ha il dovere di ascoltare la parola e di sottomettersi all’autorità
del ministro. Il predicatore ha il dovere di curare il ministero e di assolverlo
nella guida di Dio, ed il fedele ha il dovere di onorare il ministero e di
riconoscerlo e stimarlo in Dio. Il predicatore ha il dovere di porgere al fedele
tutto il bene spirituale che è contenuto nell’ammaestramento e
nell’esortazione, ed il fedele ha il dovere di porgere al predicatore tutta la
propria stima e tutta “l’assistenza materiale” che è necessaria al
sostentamento della sua vita.
I
doveri sono diversi, ma questi doveri si compiono in Dio e, nella fedeltà ad
essi, rendono ugualmente graditi davanti a Dio: è gradito il predicatore che
inistancabilmente ammaestra il fedele, ed è gradito il fedele che amorevolmente
si prende cura del predicatore e lo sovviene nelle sue necessità.
L’uno
ammaestra, cioè porge i beni spirituali, e l’altro fa parte d’ogni suo bene
e cioè offre le sue sostanze materiali (Rom. 15:27; 1 Cor. 9:11).
Questo
insegnamento cristiano è chiaramente espresso nella Scrittura e ci viene
presentato, non come un consiglio che possa essere accettato o possa essere
rifiutato, ma come un comandamento di Dio: come colui che ha ricevuto il
ministero “ha l’obbligo” di ammaestrare il fedele, così il fedele che
gode i frutti del ministero “ha l’obbligo” di far parte dei suoi beni a
colui che lo ammaestra.
Gesù
stesso ha continuamente ricordato questo comandamento attraverso l’esempio
della sua vita; egli ha accettato sovvenzioni dalle donne che lo seguivano, egli
ha accettato l’invito di coloro che lo volevano ospite nella loro casa (Luca
8:3; Luca 7:36). Soltanto eccezionalmente il Maestro divino ha moltiplicati pani
e pesci e ha fatto pescare un pesce con una moneta in bocca; normalmente invece
ha accettato mense imbandite, case per riposare, cavalcatura per viaggiare… e
nella morte ha anche accettato una sepoltura preparata per altri. Nel mandare i
suoi servitori per le contrade della Palestina prima e per il mondo dopo, ha
chiaramente detto che dovevano attenersi al piano di Dio e perciò come
servitori di Dio si dovevano occupare soltanto del ministero ricevuto ed
aspettare che altri si fossero presi cura di loro per le necessità materiali
della loro vita (Luca 22:35; Matteo 10:10; Luca 10:7).
L’esame
delle Scritture ci dimostra che i servitori di Dio si attennero fedelmente a
questo “comandamento” perché lo interpretarono non come un consiglio che
poteva essere accettato o rifiutato, ma come un ordine che non andava discusso.
Le
chiese cristiane di questi giorni invece cercano di nascondere questa verità
scritturale e quando, qualche rara volta, essa appare in mezzo ad altre verità,
cercano di discuterla per poterla rifiutare o modificare. Noi tutti purtroppo
conosciamo gli argomenti di queste discussioni, mosse soltanto dall’avarizia e
dalla carnalità.
Di
fronte al comandamento di Dio ogni discussione cade, deve cadere, perché noi
non abbiamo nessun diritto di sollevare obiezioni alla legge dell’Eterno;
dobbiamo ubbidire e soltanto ubbidire perché questo è il nostro obbligo di
credenti.
Se
il ministro abbandona il sentiero della consacrazione per divenire mercenario o
se il ministro volta le spalle alla spiritualità per divenire avaro, deve
rispondere a Dio di queste sue infedeltà, ma noi “non abbiamo nessun
diritto” di rifiutare quello che siamo “obbligati” a dare, soltanto perché
esistono queste probabilità e queste tentazioni sul sentiero cristiano di
“colui che ammaestra” cioè del servo del Signore.
Quando
noi accettiamo questa verità come “comandamento di Dio” ci accorgiamo che
tutte le nostre scuse perdono valore e tutte le nostre considerazioni diventano
ridicole. Un esempio può aiutare a comprendere questa verità.
Supponiamo
di avere un servitore alle nostre dipendenze e supponiamo di aver stabilito e
contrattato con lui lo stipendio mensile che intendiamo corrispondergli; quando
termina il mese di lavoro noi gli paghiamo quello che gli è dovuto senza
preoccuparci di sapere come egli spenderà il denaro e senza preoccuparci di
sapere se quel denaro lo renderà troppo ricco. Noi pensiamo soltanto che
“abbiamo un dovere” quello di corrispondere quanto dovuto; l’uso del
denaro diventa poi un diritto ed un dovere di colui che l’ha ricevuto.
Questo
esempio serve soltanto ad imprimere più profondamente il concetto “del
dovere” perché se “fare parte di ogni bene a colui che ammaestra” è un
comandamento, e noi crediamo fermamente che sia un comandamento, noi dobbiamo
eseguire quest’ordine divino senza discutere. D’altronde un servitore di Dio
sincero ed onesto non diventerà mai un professionista, un mercenario, ed anche
se qualche volta si troverà nell’abbondanza, egli saprà mantenersi fedele in
quella condizione come nella condizione opposta (1 Pietro 5:2; Fil. 4:11-12).
Non
dobbiamo e non possiamo infatti negare anche ad un servo dell’Eterno il
diritto di trovarsi qualche volta nell’abbondanza onde possa lodare Iddio per
essa e tanto meno possiamo negare ad un servo di Dio il diritto di avere
abbastanza per poter operare, come gli altri, il bene; per poter dare, come
tutti, il proprio contributo economico alla gloria del Signore.
Non
dobbiamo pensare a lui come ad uno stipendiato perché con lui non abbiamo un
impegno contrattuale, ma non dobbiamo neanche dimenticarci di lui, mentre la
Parola e lo Spirito ci indicano il dovere che dobbiamo adempiere e ci
chiariscono “anche la misura” del nostro obbligo verso il ministro che ci
ammaestra.
Questa
verità dimenticata non rappresenta soltanto un comandamento trasgredito, ma
anche una benedizione respinta. Dare beni materiali a coloro, che nel nome del
Signore, ci largiscono beni spirituali, rappresenta infatti una meravigliosa
benedizione per l’anima del credente; nel dare c’è gioia, nel dare c’è
approvazione da Dio, nel dare c’è la retribuzione di Dio.
Il
credente che da, che offre al ministro, che assiste il ministro non perde quello
che largisce perché lo ritrova moltiplicato nella propria vita, spiritualmente
e materialmente. Iddio è fedele ed Egli onora sempre la Sua parola e benedice
tutti coloro che rispettano i Suoi comandamenti.
Quando
infatti l’apostolo Paolo scrisse la sua lettera ai Filippesi, non soltanto non
trascurò di ringraziarli per la generosa offerta che gli avevano mandato e non
soltanto non trascurò di esprimere tutta la gioia che aveva provata nel
ricevere il loro aiuto, ma sentì il dovere cristiano di precisare che la sua
gioia non veniva “perché cercava e desiderava presenti e regali, ma perché
desiderava che i fedeli portassero molto frutto per il loro bene” (Filippesi
4:17).
L’apostolo
sapeva bene che nel sottomettersi al “comandamento” di Dio che ordina di
aiutare i servitori cristiani, c’è una benedizione gloriosa per il fedele e
per la chiesa.
Anche
nella lettera ai Corinti egli si ferma lungamente a parlare di questa verità ed
è obbligato a ricordare ai fedeli di quella chiesa che se durante il tempo che
ha svolto un ministerio nel mezzo di loro, non si è fatto sovvenire dai fedeli
e dalla chiesa è stato soltanto “per togliere occasione a coloro che
cercavano occasione” (2 Cor. 11:12).
Chi
ha “perduto” in questa circostanza non è stato però Paolo, ma sono stati
gli stessi credenti di Corinto ed infatti l’apostolo è costretto a dichiarare
chiaramente che in “ogni cosa la
chiesa di Corinto è stata come le altre chiese, ma in una
cosa è stata inferiore alle altre chiese e cioè è stata inferiore nel
ministerio del dare perché non ha sovvenzionato colui che porgeva
l’ammaestramento nel nome del Signore…” (2 Cor. 12:13).
Quindi
“non fare parte dei propri beni” a colui che ammaestra rappresenta una
perdita, un regresso, per essere più chiari uno scendere in basso nella vita
spirituale. Per progredire, per essere benedetti dobbiamo accettare questo
comandamento di Dio senza discutere e dobbiamo metterlo in pratica.
L’ubbidienza
a questa particolare verità cristiana ci farà compiere un’altra meravigliosa
scoperta; la parola di Dio ed il servo di Dio acquisteranno più valore nel
nostro cuore. Noi non “pagheremo” mai la parola e non “compenseremo” mai
il ministero; infatti questi sono doni di Dio agli uomini; ma quando daremo in
maniera pratica l’espressione del nostro affetto, ci sentiremo realmente
interessati e maggiormente avvinti, in conseguenza della nostra totale
partecipazione. No, non penseremo di aver pagato quello che ci è stato dato
perché quello che ci è stato dato, ci è stato dato in dono nel nome del
Signore, ma sentiremo almeno di aver dato anche noi un contributo reale
all’opera del ministero e di aver espresso in un modo chiaro il nostro
consenso cristiano.
E
mentre la parola ed il ministro acquisteranno maggior valore per noi, anche noi
credenti acquisteremo maggior valore per il ministro. E’ necessario
comprendere bene questa importantissima dichiarazione: i fedeli sono sempre di
grande valore davanti alla coscienza del servo di Dio ed il loro valore non
cambia in ragione di quello che danno, che offrono, che largiscono: tutti sono
ugualmente pecore del gregge del Signore, ma è anche logico che il predicatore
si senta più aperto verso coloro che l’incoraggiano.
Quando
un servitore di Dio predica la parola e ha davanti a se fedeli distratti o
sonnacchiosi, si sente scoraggiato nel suo ministero, quando invece ha una
congregazione attenta ed entusiasta che lo ascolta e si riscalda di fronte alla
parola che viene predicata, allora si sente incoraggiato e quei fedeli diventano
preziosi al suo cuore. Ebbene, quando il servo di Dio vive in mezzo ad una
chiesa che oltre a mostrare attenzione durante la predica, oltre a riscaldarsi
ed entusiasmarsi nelle riunioni di culto, mostra anche un interesse vero ed
affettuoso per “colui che ammaestra nella parola”; quando il servo di Dio,
ripetiamo, vede intorno a se questa sollecitudine spirituale e cristiana, si
sente incoraggiato per prodigarsi a favore di un popolo prezioso agli occhi di
Dio ed anche al suo cuore di servo del Signore.
L’ubbidienza
a questa verità conduce quindi ad un profondo rapporto di comunione e di amore
fra il popolo ed il ministro e fra il ministro ed il popolo, ma non
dimentichiamoci che conduce anche a valorizzare fino ai limiti più elevati
l’opera del ministero. Oggi, infatti ci sono molti servi dell’Eterno, che
sono trascurati dal popolo e perciò sono obbligati ad abbandonare il servizio
di Dio per occuparsi di un lavoro profano, che permetta loro di provvedere ai
bisogni della famiglia. E’ la stessa tragica situazione dei giorni di Neemia,
giorni di prova e di crisi spirituale per il popolo di Dio. (Neemia 13:10).
Un
predicatore occupato completamente in un lavoro profano, non ha il tempo
necessario per investigare la Scrittura, per pregare e per darsi totalmente al
ministero; stanco, turbato, preoccupato, distratto, egli potrà dare al servizio
spirituale le briciole di energia e di serenità che gli rimangono.
Questa
situazione si riflette sulla chiesa perché la chiesa riceve esattamente quello
che il ministro porge, quello che il ministro può dare.
Quando
invece il servo di Dio viene posto in condizione da offrire tutto il tempo,
tutte le energie, tutta la serenità al ministero, la chiesa riceve il beneficio
di un servizio pieno, efficace; non saranno più le briciole, i pensieri
stentati e turbati spesso dalle preoccupazioni, ma saranno le perle delle
dispense divine che il ministro avrà potuto raccogliere nelle ore di studio
spirituale e di comunione con Dio.
E’
necessario riportare in luce il comandamento divino, la verità trascurata e
sottoporre ad esso la nostra vita perché in quest’atto di sottomissione
fedele è racchiusa la nostra benedizione.
Dobbiamo
dare, dare con generosità, dare con convinzione. Non deve essere, naturalmente,
l’elemosina del prodigo al mendicante o l’offerta dell’orgoglioso al
servo, ma deve essere il contributo affettuoso del membro della famiglia di Dio
che è consapevole dei propri diritti e dei propri doveri davanti a Dio.
L’offerta
deve essere, per quanto è possibile, anonima; la sinistra deve ignorare quel
che fa la destra perché l’offerta è fatta a Dio e deve giungere al servitore
da parte di Dio.
In
questo modo nessuno si sentirà umiliato dalla povertà della propria offerta e
nessuno si sentirà inorgoglito dall’abbondanza del proprio dono. Anche il
ministro si sentirà libero e sereno nella medesima maniera verso tutti.
L’offerta
deve essere in proporzione “dei nostri beni” perché deve essere una
“parte dei nostri beni”. Iddio non ci chiede mai quello che “non”
possiamo dare e quindi stabilisce che ognuno dia in proporzione delle proprie
sostanze, ma vuole che “ognuno dia” perché “ognuno riceve”. Forse non
è opportuno dire quanto bisognerebbe
dare perché è soprattutto importante incominciare a dare; certamente coloro
che incominceranno a godere le benedizioni del dare si sentiranno sempre più
incoraggiati alla fedeltà, dai risultati della loro ubbidienza e diventeranno
così aperti e sensibili da discernere in modo preciso la guida dello Spirito
Santo anche in questo particolare aspetto della volontà di Dio.
Concludiamo
col ripetere semplicemente le parole: “Colui che è ammaestrato nella parola
faccia parte di ogni suo bene a colui che lo ammaestra”.
Il
carname e le aquile
Matteo 24:28; Luca 17:37
I
due versi hanno fra loro una piccola differenza; nell’Evangelo di Matteo
leggiamo “ove sarà il carname…”,
mentre nell’Evangelo di Luca troviamo scritto “ove sarà il corpo…”.
Carname
è una parola che esprime chiaramente l’idea del cadavere,
mentre corpo può anche riferirsi ad
un organismo vivente. In Matteo 14:12 veramente la stessa parola è riferita
direttamente ad un cadavere.
Crediamo
che la frase di Gesù poteva essere un proverbio della Palestina ben conosciuto
dai discepoli, come crediamo che l’immagine che sorge da queste parole può
essere soltanto una: “Un campo di battaglia dopo il combattimento”.
E’
cessato il rumore, le grida, l’incrociar delle armi, ed è rimasto soltanto lo
spettacolo orrendo di sangue, corpi morti, membra sparse. Intorno a
quell’orribile tavola di morte incominciano a stringersi le fiere della terra
ed i rapaci del cielo: è il giudizio finale, la fine terribile di quei corpi di
combattenti caduti nel fango.
Quest’immagine
sembra essere la risposta alla domanda dei discepoli che quasi
terrorizzati dalle parole del Maestro chiedono: “Dove, Signore?”. Essi
desiderano conoscere la località nella quale si manifesteranno i giudizi divini
e Gesù con la risposta proverbiale asserisce che non in un posto stabilito
geograficamente, bensì in un luogo delimitato dalle condizioni morali e
spirituali piomberanno gli strumenti della distruzione.
Non
qui o lì, non in questa città o in un’altra città, ma dove ci sarà il
carname, i corpi dei vinti, degli uccisi; dove ci sarà la morte, la
putrefazione, il sangue, lì si raduneranno le aquile o, come hanno tradotto
altri, forse più giustamente, gli avvoltoi.
Non
sembra possibile fare un’applicazione diversa da quella del “giudizio” e
non sembra possibile vedere nelle aquile o negli avvoltoi una figura diversa di
quella degli strumenti dell’ira divina come appare anche in Osea 8:1 e
Proverbi 30:17. Gesù aveva detto: “…se quei giorni non fossero abbreviati niuna
carne scamperebbe…”, quindi aveva già suggerita l’idea del “carname
in disfacimento, in putrefazione” e perciò la frase conclusiva appare come
una chiusura logica di quello che è stato detto precedentemente.
D’altronde
se, come crediamo, la frase del Maestro era soltanto una citazione di un
proverbio popolare, quale altro significato poteva avere sulla bocca degli
israeliti?
Voler
vedere nel “carname” o nel “corpo” la figura di Cristo o la figura della
chiesa o la figura dello Spirito Santo, come alcuni hanno affermato, e voler
vedere nelle aquile i “credenti” che si raccolgono intorno all’oggetto del
richiamo, significa soprattutto dare un significato che non poteva essere
espresso dal proverbio popolare e perciò noi crediamo che le parole di Gesù
vogliono soltanto riferirsi alla manifestazione finale del giudizio divino che
sarà attuato sopra quelle persone e sopra quei luoghi, vinti dalla morte e
dalla putrefazione conseguenti al peccato (Apoc. 20:10,15; Matteo 13:30; Matteo
22:13).
Cristo
infatti ha illustrato i giudizi che piomberanno sopra gli uomini, non sopra
tutti gli uomini, ma sopra quelli che hanno rifiutato Iddio, che si sono
ribellati all’amore e alla misericordia di Dio. I giudizi si manifesteranno in
maniera distruttiva, potremmo dire vorace, fino a consumare tutti gli increduli
e tutti i superbi proprio come gli avvoltoi consumano il carname con i loro
rostri e i loro artigli.
I
discepoli vogliono sapere dove si manifesteranno queste scene terrificanti di
distruzione ed il Maestro con la sua risposta chiarisce che il giudizio ha un
carattere universale, come anche la salvezza ha un carattere che la pone fuori
del limite delle nazioni e dei popoli.
Verecondia
e modestia
1 Tim. 2:9
Questo
preciso insegnamento evangelico viene dato particolarmente alle donne cristiane;
non dobbiamo pensare naturalmente che gli uomini non abbiano bisogno di questa
lezione, ma dobbiamo semplicemente riconoscere che soprattutto le donne si
trovano in una condizione che le espone a maggior tentazione per quanto riguarda
l’esercizio della verecondia e della modestia.
Tutti
sappiamo infatti che la tendenza naturale della donna è quella di rendersi
attraente, piacevole e tutti sappiamo anche che spesso questa tendenza conduce
la donna ad oltrepassare i limiti della verecondia e della modestia.
Nel
mondo ormai la donna ha raggiunto il traguardo dello scandalo, e l’esposizione
invereconda delle nudità femminili è cosa che si può incontrare e vedere non
soltanto sulle spiagge, ma anche nelle pubbliche vie e nei locali mondani. La
immodestia poi, è considerata la manifestazione più normale e più lecita,
delle aspirazioni femminili e tutte trovano naturale adornarsi di gioielli o di
abiti che rappresentano lo sperpero più peccaminoso o più vano del denaro che
hanno, e qualche volta anche del denaro che non hanno.
Purtroppo
però il “mondo” è anche entrato nella chiesa ed oggi son pochi quei
credenti che danno ancora importanza a questa precisa norma della parola di Dio.
Non vogliamo dire che nelle chiese si incontrano le medesime manifestazioni
d’inverecondia e di immodestia che esistono nel mondo, però possiamo
affermare che i cristiani hanno presa la strada larga che conduce a quella
tragica condizione.
La
chiesa di oggi non è più la chiesa di ieri, e le cristiane di oggi sono
completamente diverse da quelle del passato; la differenza è costituita proprio
dal fatto che ieri la chiesa viveva in mezzo al mondo, ma separata dal mondo,
mentre oggi il mondo vive in mezzo alla chiesa e spesso confuso con la chiesa.
Qualche volta, in parte si distingue ancora quello che è il mondo e quella che
è chiesa, ma il cammino dei cristiani è avviato verso una condizione che
annullerà ogni “distinzione” e fra non molto, (se prima non verrà un
risveglio a far risorgere la chiesa) non si potrà più notare dove finisce il
mondo ed incomincia la chiesa o dove finisce la chiesa ed incomincia il mondo.
Le
gonne che si accorciano, le maniche che scompaiono, le scollature che si
allargano e si allungano, le aderenze che si accentuano, gli articoli di moda
che moltiplicano e diventano più preziosi…sono tutti piccoli passi verso una
comunione col mondo e quindi verso una condizione d’inverecondia e immodestia.
Non
è difficile infatti trovare nel seno delle chiese, cioè fra le donne
cristiane, i primi audaci tagli delle chiome femminili, le prime ardite
arricciature, le prime ciprie colorate, i primi cosmetici, i primi trucchi, i
primi bracciali d’oro, le prime spille preziose, i primi anelli
risplendenti…Sono i primi, ma non saranno gli ultimi!
Quando
le nostre madri spirituali accettarono il messaggio della salvezza, accettarono
anche la regola della verecondia e della modestia. Forse ebbero opportunità di
udire un solo sermone su questo argomento, ma lo Spirito di Dio inondò la loro
coscienza e fece chiaramente comprendere che ormai dovevano vivere per piacere a
Colui che le aveva chiamate. Per loro non significava avvilirsi, rendersi
ridicole, ma significava uniformarsi alla testimonianza cristiana delle serventi
del Signore di ogni secolo.
Non
si curarono più del mondo e della moda, e non sentirono più il bisogno di
rendersi attraenti nel senso umano della parola: indossare degli abiti verecondi
fino alla rigidezza, rinunciare all’ornamento dei monili e dei gioielli non
apparve come un sacrificio pesante e insostenibile, ma come un atto cristiano,
normale, logico e quindi come un atto cristiano che poteva essere compiuto
gioiosamente.
Per
comprendere bene questo comandamento evangelico è necessario considerarlo nei
diversi particolari; esaminiamoli brevemente nelle righe che seguono.
Noi
crediamo che una figliuola di Dio deve vivere come figliuola di Dio dentro la
chiesa e fuori della chiesa; cioè deve vivere nella medesima maniera sia quando
è occupata nelle sue attività lavorative e familiari, e sia quando si presenta
davanti a Dio nelle riunioni di culto. Ebbene, se nella sua vita non deve
esistere un duplice cristianesimo, ella deve avere una regola sola per tutte le
azioni della sua vita e quindi anche per il vestire.
Essere
vereconda in chiesa e invereconda fuori della chiesa, od essere modesta nelle
riunioni di culto, ed immodesta nella sua vita privata significherebbe avere due
regole di vita diverse e queste due regole diverse sarebbero semplicemente la
manifestazione di un cristianesimo vissuto a metà oppure di un cristianesimo
falso ed ipocrita.
Quindi
se la donna cristiana vive il cristianesimo in maniera sincera, non segue due
regole, ma vive fuori della chiesa esattamente nello stesso modo come vive nel
seno della chiesa; anche per il vestire segue una norma sola, quella ispirata
dal timore di Dio.
Non
è neanche necessario soffermarsi a dire che nella chiesa, cioè nella presenza
di Dio, durante le riunioni di culto, è doveroso seguire una regola di dignità
e di ordine, ma è riprovevole qualsiasi manifestazione d’inverecondia e
immodestia. La casa del Signore non può, non deve mai essere confusa con un
luogo nel quale si acceda per dare spettacolo della propria eleganza o della
propria ricchezza.
Così
si esprimeva nell’antichità un grande servitore di Dio: “Tu
vieni verso Dio per pregarlo e sei coperta di ornamenti d’oro! Vieni forse al
ballo per danzarvi? Vieni per celebrare una festa nuziale e farti ammirare?…
E poi continua: Vieni per pregare e
supplicare per i tuoi peccati…Perché tanta bardatura? Non sono questi gli
abiti d’una supplicante. Come puoi gemere?
E
poi conclude severamente: “Non si burla
Iddio!”.
Davanti
a Dio non è lecita l’inverecondia e non è lecita l’immodestia e poiché
una donna cristiana deve vivere “sempre davanti a Dio” e deve avere una
medesima regola ovunque compia le sue azioni, non può di conseguenza procedere
dentro la chiesa in un modo e in un altro modo quando si trova fuori e lontana
dalla chiesa; non può seguire due norme e vestire santamente e cristianamente
quando frequenta l’ambiente cristiano, e vestire in maniera sfarzosa ed
invereconda quando si trova mescolata al mondo: cioè cristiana con i cristiani
e mondana con i mondani.
Un
grande evangelista americano ripeteva frequentemente, nelle riunioni riservate
esclusivamente alle donne cristiane: - Voi potete far aprire o chiudere le porte
dell’inferno.
C’è
ancora un’altra ragione che afferma la necessità della verecondia ed è una
ragione non meno importante della precedente che abbiamo già esposta: la donna
cristiana non deve essere mai un motivo di tentazione se non vuol divenire
collaboratrice dell’inferno.
Tutti
sappiamo purtroppo che le mille arti della moda servono soprattutto a rendere la
donna piacevole, attraente, cioè servono ad eccitare i desideri insani degli
uomini; la gonna che termina ad un certo punto o quella che stringe in una certa
maniera; la scollatura che apre indiscretamente le nudità, od il farsetto che
accentua le forme, sono tutte cose che servono ad alimentare la concupiscenza…
Nel
mondo è lecito seguire l’arte della moda, anzi non seguirla rappresenta
rinunciare alla “lotta” della concorrenza che ha tanto valore per le
fanciulle che aspirano al matrimonio, quanto per le coniugate che aspirano a
rimanere belle ed attraenti per non perdere terreno nella battaglia della vita.
Non dobbiamo meravigliarci che questa lotta si svolge con le armi del peccato
perché nel mondo tutto, generalmente, incomincia e termina con il peccato.
La
donna cristiana, invece, fanciulla o coniugata, non deve essere uno strumento
dell’inferno e non deve provocare una concupiscenza peccaminosa, ma deve
offrire il sano spettacolo del pudore, della verecondia, della modestia. La sua
lotta non è e non deve essere carnale, ma spirituale e perciò ella non si deve
unire alle donne che non conoscono Iddio per competere con loro e cercare unita
a loro, di conquistare posizioni umane, di rendersi piacevole, interessante. No!
deve soltanto desiderare di rendere una testimonianza luminosa della propria
fede alla gloria di Dio.
La
modestia poi, ha ancora un altro motivo cristiano che la sostiene: il motivo
economico. Una figliuola di Dio non è libera di impiegare il proprio denaro
come vuole, e quando vuole ma deve amministrarlo nel timore e nella volontà di
Dio.
Abiti
sontuosi, pellicce costose, stoffe pregiate, guarnizioni ricercate rappresentano
spese che non vanno soltanto contro la modestia, ma anche contro l’amore.
Abiti per tutti i giorni, per tutte le occasioni, per tutti i gusti, vestiti che
riempiono i guardaroba fino all’ultimo spazio, che si pigiano nei ripostigli,
tutto questo è contro ogni norma dell’Evangelo; la donna cristiana, come
l’uomo cristiano, è stata salvata perché viva per il cielo, e perciò è
stata salvata per uniformare la propria vita a quella legge che insegna ad
offrire la mente, il cuore, l’energia, il denaro per il lavoro di Dio che è
poi il lavoro a favore degli uomini. Quando la donna cristiana invece di vivere
“alla gloria di Dio” si preoccupa soltanto di “vestire
porpora e bisso e godere splendidamente” come il ricco epulone descritto
dall’evangelista Luca, diviene infedele di fronte a Colui che l’ha chiamata.
L’Evangelo
c’insegna che le pie donne che seguivano Gesù lo sovvenivano con le loro
sostanze (Luca 8:3); Maria versò sopra il Maestro l’anfora di olio odorifero
che forse teneva in serbo per il giorno delle sue nozze (Giov. 12:3); le Marie
comprarono degli aromi per onorare il Signore morto ed imbalsamare il suo corpo
(Marco 16:1). Queste donne dimostrarono praticamente il loro sincero amore per
Gesù e non soltanto offrirono “qualche cosa”, ma rinunciarono “a qualche
cosa”.
Un’offerta
non è mai una vera offerta se non costa
una rinuncia e la legge divina insegna ad offrire e a rinunciare. Rinunciare
alla moda, rinunciare all’eleganza, sfarzosa, rinunciare all’abbondanza,
rinunciare…alla vanità vuol dire poter
offrire alla chiesa, poter offrire alle missioni, poter offrire ai servitori
di Dio, poter offrire ai poveri, cioè poter offrire a Dio stesso.
Oggi
però sono poche le donne cristiane che prima di appagare il proprio capriccio
si chiedono se la somma occorrente per un vestito superfluo “potrebbe
servire al Signore”, (Matteo 21:3); sono poche coloro che sono disposte ad
essere modeste anche se le altre non lo sono. Tutte o quasi tutte si sentono
libere di spendere il denaro come vogliono e, naturalmente, cercano di spenderlo
in maniera da fare la più splendida figura, in maniera da non “esser da meno
delle altre”.
E’
una corsa sfrenata verso lo sperpero inutile, verso le spese disordinate; una
corsa che serve soltanto ad appagare i sentimenti della vanità umana e a
soffocare il dovere verso Iddio e verso l’opera di Dio.
La
verecondia, la modestia non esistono più e quando qualche predicatore le
ricorda con nostalgia si sente rispondere che forse quelle virtù erano
eccellenti nel passato, ma sono divenute inutili al presente; volerle seguire
significherebbe, affermano le fanciulle frivole d’oggi, dimostrare un
fanatismo bigotto e ridicolo.
Non
dobbiamo essere diverse dalle altre, non dobbiamo farci criticare dal mondo, non
dobbiamo apparire brutte, quindi seguiamo la moda, vestiamoci bene e cerchiamo,
anche con la nostra eleganza, di combattere la nostra battaglia fuori della
chiesa e dentro la chiesa. Queste parole molte volte non vengono dette, ma
vengono pensate, altre volte invece fanno proprio parte delle conversazioni
delle donne cristiane d’oggi.
“Verecondia
e modestia” quindi entra fra quegli argomenti dimenticati che non si predicano
e non si praticano più; eppure le sante donne di Dio anche oggi, come ieri,
sono chiamate a vestirsi come “donne che fanno professione di servire a Dio”
(1 Pietro 3:5); lontane dalle seduzioni della moda e dalle tentazioni
dell’inferno, devono indossare abiti che non siano mai una provocazione e
devono essere modeste fino al punto di rifiutare ogni contributo alla vanità.
Sante
interiormente ed esteriormente, illibate nei sentimenti e nella testimonianza
cristiana, le fanciulle e le donne attempate devono sentire un solo desiderio:
quello di rendersi piacevoli ed approvate davanti a Dio. Forse il mondo potrà
giudicarle poco eleganti o poco interessanti, ma non potrà mai condannarle per
trasgressione alla legge divina. Le pie donne che eleggeranno la regola
dell’Evangelo riusciranno, oltre tutto, a strappare anche il loro denaro alle
voglie dell’inferno, per consacrarlo devotamente alla causa di Dio e per la
gloria di Dio.
Se
hanno fatto queste cose al legno verde…
Luca
23:31
Questo
verso dell’Evangelo di Luca non dovrebbe essere incluso fra i punti
controversi della scrittura perché non ha in se nulla di misterioso e nulla di
equivoco, ma invece siamo costretti a considerarlo d’incerta interpretazione a
causa dell’uso errato che si è fatto e si fa di esso.
Generalmente
infatti circola nelle chiese sotto forma proverbiale per esprimere un concetto
che può essere reso con le seguenti parole: “Gesù era il legno verde, noi
suoi discepoli siamo il legno secco perché siamo venuti dopo lui e quindi
abbiamo attraversato l’azione del tempo. Gesù è stato perseguitato,
imprigionato, condannato, oltraggiato quando l’inferno ed il mondo non erano
ancora organizzati completamente contro il cristianesimo. Noi che siamo venuti
dopo siamo “fatalmente destinati” a subire l’ira organizzata del mondo e
dell’inferno in una maniera ancora più dura e più pesante di quella subita
dal Maestro. In conclusione: “Quello che hanno fatto a Lui lo faranno “in
misura maggiore” a noi credenti, a noi suoi discepoli”.
Noi
non siamo d’accordo con questa interpretazione che, d’altronde, è in
contrasto con il contesto, cioè con il passo dell’Evangelo nel quale il
versetto è contenuto; quindi sosteniamo quella che è l’interpretazione più
comune e più logica.
L’evangelista
Luca descrive in questo capitolo il tragico episodio che precede la
crocifissione: Gesù sulla via del Golgota. E’ un corteo doloroso quello che
si snoda per la strada che da Gerusalemme sale fino alla collina del teschio;
non c’è soltanto il mite Agnello di Dio sanguinante ed esausto dopo la notte
insonne e dopo la flagellazione crudele, non ci sono soltanto i due condannati,
che sono stati aggiunti per compiere una sola esecuzione, non ci sono soltanto i
sacerdoti soddisfatti e i soldati, forse eccitati dal particolare servizio, ma
c’è anche una folla, una “moltitudine di popolo” che è uscita dalla città
per assistere al triste spettacolo.
Nel
mezzo di questa folla l’elemento femminile è largamente rappresentato e fa
notare la propria presenza a causa di quell’emotività che è propria delle
donne in generale e delle donne orientali in particolare. Le “donne”, è
scritto, facevano cordoglio e lo lamentavano.
Possiamo
domandarci: Chi erano queste donne? Queste “figliuole di Gerusalemme” come
le chiama Gesù nel suo breve discorso?
E’
logico che siano le donne di quella medesima popolazione che ha gridato: “Sia
crocifisso, sia crocifisso”. Le donne di quella città sopra la quale Gesù ha
pianto; di quella città che non ha riconosciuto e ha respinto la visitazione di
Dio. In quella circostanza il Maestro aveva detto: - Ti sopraggiungeranno
giorni, nei quali i tuoi nemici ti faranno degli argini attorno e ti
circonderanno e ti assedieranno d’ogni intorno. E atterreranno te e i tuoi
figliuoli dentro di te; e non lasceranno in te pietra sopra pietra…”.
Luca 19:41.
Esse
non hanno accettato il Redentore ed ora piangono; sono state pronte ad esaltarlo
e sono state pronte a rinnegarlo; hanno forse desiderato averlo re sopra loro, e
altrettanto fortemente hanno desiderato vederlo condannato.
Si
sono lasciate entusiasmare dalle parole di Gesù e poi si sono lasciate
influenzare e convincere dalle parole dei sacerdoti e degli anziani che volevano
la morte di Gesù. (Matteo 27:20).
In
quel pianto c’è soltanto emotività superficiale che Gesù non può
raccogliere come un omaggio sincero di amore e di fede. Le parole del Maestro
quindi si rivolgono non ai discepoli, non ai credenti, ma alle donne di quella
città sanguinaria che “uccideva i profeti e lapidava i messaggeri di
Dio…” (Matteo 23:37). “Piangete per voi e per i vostri figliuoli” perché
voi, proprio voi, sembra quasi dire Gesù, avete chiesto che il mio sangue
“ricadesse sopra voi e sopra i vostri figliuoli” (Matteo 27:25).
Piangete
per voi perché se il legno verde è stato bruciato, non potrà essere
risparmiato il legno secco.
Forse
è utile ricordare che nel linguaggio figurativo degli israeliti il legno verde
era il simbolo del “giusto” di colui che ha vita, che porta frutto, che non
è adatto per il fuoco, mentre il legno secco era la figura dell’empio, di
colui cioè che non ha più vita, che non porta frutto e che è riservato
“soltanto” al fuoco (Ezech. 21:3,8; Matteo 3:10; Giov. 15:6).
Se
il giusto Agnello di Dio a causa dei peccati commessi dal mondo, ha subito il
peso di una condanna e di una morte crudele ed ignominiosa, che cosa verrà su
quella nazione, su quella città che dopo averlo rifiutato come Messia, dopo
averlo respinto come Salvatore, lo ha condannato come eretico e lo ha ucciso
come micidiale?
Gerusalemme
appare sotto il peso di tutti i peccati della sua storia, di tutte le infedeltà
e le ribellioni consumate contro a Dio e davanti a Dio e, aggiunto a questi,
appare sotto il peso schiacciante del peccato terribile commesso nel condannare
e nell’uccidere il Santo. (Matteo 23:35).
L’ira
che si è accumulata sopra Gerusalemme ha raggiunto proporzioni terrificanti e
Gesù parla dell’immane uragano che si sta per scatenare sopra quel popolo; le
sue parole sono terribilmente chiare: “…i
giorni vengono che altri dirà: Beate le sterili; e beati i corpi che non hanno
partorito e le mammelle che non hanno lattato. Allora prenderanno a dire ai
monti: Cadeteci addosso; ed ai colli: Copriteci…”. (Luca 23:29-30).
Chi
ha letto le descrizioni storiche dell’atroce e lungo assedio di Gerusalemme e,
soprattutto, chi si è fermato a considerare la capitolazione di quella città
di fronte agli eserciti di Tito nell’anno 70, non può fare a meno, di fronte
alle terribili descrizioni di miseria, fame, sangue, crudeltà ed orrori, di
ricordare le profezie di Gesù ed il suo breve discorso alle figliuole di
Gerusalemme.
Il
male produce sempre e inevitabilmente conseguenze della stessa natura e se
qualche volta avviene, perché i misteriosi piani divini siano adempiuti, che
queste conseguenze colpiscano anche coloro che non hanno prodotto o provocato il
male, più comunemente e più naturalmente avviene che le conseguenze, in tutta
la loro potente e dolorosa manifestazione, ricadano sopra coloro che sono stati
autori diretti del male.
Perciò
Gesù non voleva parlare della futura condizione della chiesa e della sorte
riservata ai discepoli, ma voleva soltanto sottolineare la tragica condizione
che attendeva Gerusalemme, la città ribelle. Le figliuole di Gerusalemme non
avevano ormai molta ragione per piangere di lui che era giunto al termine del
suo ministero glorioso, ma avevano mille motivi per piangere per loro stesse e
per le loro famiglie che stavano per essere colpite dalla più terribile bufera
della loro storia.
Con
la spiegazione di questo verso non abbiamo voluto negare che la chiesa cristiana
deve essere perseguitata. Gesù stesso ha detto: “Se il mondo vi odia,
sappiate, che egli mi ha odiato prima di voi…se hanno perseguito me,
perseguiteranno ancora voi…” (Giov. 15:18, 20).
Però
vogliamo ribadire il concetto che ogni verità cristiana deve essere illustrata
con il verso o con i versi che parlano di essa perché quando noi vogliamo
illustrarla e sostenerla con uno o
più passi della scrittura che esprimono un argomento diverso, commettiamo un
duplice errore: alteriamo il senso della parola di Dio e respingiamo
l’insegnamento che è realmente contenuto nei versi della Bibbia; perciò
dobbiamo cercare diligentemente il significato di ogni verso affinché tutta la
Bibbia possa parlare un linguaggio comprensibile alla nostra mente e al nostro
cuore.
Giuda
12
Una
delle più belle manifestazioni della vita cristiana, nella chiesa primitiva,
era quella della comunione fraterna e dell’intimità familiare.
Sin
dai primi giorni della chiesa i credenti cercarono di vivere realmente come una
famiglia sola per realizzare quell’intimità e quell’amore che si trovano
soltanto nell’esercizio della vera comunione fraterna. Probabilmente in alcuni
casi oltrepassarono i limiti della guida di Dio, ma in linea generale riuscirono
a vivere un cristianesimo nel quale l’amore era posto veramente al centro di
ogni attività e di ogni sentimento.
In
quell’atmosfera di entusiasmo caldo e sincero e di amore puro e profondo
furono istituiti i “pasti di carità”, pratica cristiana ricca di
benedizioni e apportatrice di esperienze salutari.
L’origine
dei “pasti di carità” fu delle più semplici e delle più logiche: i
discepoli insegnarono ai nuovi convertiti quelle abitudini che Gesù aveva
insegnato loro. Per questo unico motivo i primi cristiani si trovarono, come
familiari nella grazia, a “prendere il loro cibo assieme, con letizia e
semplicità di cuore” (Atti 2:46).
Nello
stesso modo che Gesù aveva raccolto i suoi in una sola famiglia ed aveva
vissuto con loro nell’intimità e nell’amore (Giov. 13:1) così i discepoli
raccolsero i primi fedeli nei vincoli di una comunione tutta calore e tutta
affetto. In Palestina, come d’altronde in ogni nazione, il pasto in comune
rappresenta uno degli atti più intimi ed affettuosi ed era logico quindi che i
cristiani cercassero in esso quell’appagamento spirituale suggerito o ispirato
dall’opera di Dio nella loro vita.
Dalla
descrizione del libro degli Atti possiamo dedurre che i primi pasti
di carità appartenevano all’iniziativa privata; erano tenuti cioè in
conseguenza del fatto che alcuni fedeli invitavano altri fedeli nelle proprie
case e attraverso un continuo scambio di visite finivano per stare assieme in
tutte quelle ore che le famiglie si trovavano raccolte e perciò finivano per
stare assieme anche quando si consumavano i pasti. In seguito però con lo
sviluppo della chiesa e con l’organizzazione della vita e dell’attività
comunitaria anche i “pasti di carità”
passarono sotto il controllo e l’iniziativa della chiesa stessa. Sembra che i
primi pasti di carità furono organizzati dalla chiesa e sovvenzionati dalla
chiesa esclusivamente per assistere i poveri e le vedove (Atti 6).
Non
possiamo escludere però che anche i fedeli di diversa condizione sociale, cioè
i fedeli che non si trovavano in stato di povertà partecipassero a queste mense
cristiane per godere comunione spirituale ed intimità fraterna. Comunque, negli
anni seguenti, i “pasti di carità” entrano a far parte non soltanto della
vita cristiana, ma anche del culto cristiano.
La
chiesa organizza “pasti in comune” perché questi offrono la possibilità di
stringere i credenti nei vincoli d’una familiarità autentica e perché
attraverso questi il nome del Signore viene esaltato e glorificato. Anzi,
ricordando che il Signor Gesù istituì la Santa Cena trovandosi con i suoi
intorno ad una tavola, la chiesa pensa di inserire la celebrazione della Cena
del Signore nell’esercizio dei pasti di carità e così, dopo un pasto in
comune e alla fine di questo i credenti suggellavano la loro gioia e la loro
comunione passando dall’uno all’altro il “calice del Signore” ed il
“pane che rammemorava il sacrificio del Signore”.
Possiamo
immaginare quale gloriosa benedizione e quale profonda esperienza spirituale
scaturivano da una famiglia di credenti riuniti intorno ad una tavola
nell’intimità di un pasto in comune, quando il loro scopo non era tanto
quello di soddisfare i propri bisogni fisici, quanto quello di lodare Iddio e di
prepararsi per partecipare alla Cena del Signore. Ebbene, la chiesa, consapevole
di questa benedizione e di questa esperienza, dava a questa pratica cristiana la
propria attenzione e la propria cura.
Il
metodo usato dalla chiesa per organizzare questi pasti era il metodo della vera
comunione fraterna. Veniva scelto un luogo adatto ad ospitare tutti i fedeli e
questo luogo diventava in conseguenza della scelta “la casa del Signore”.
Qui, ad un’ora precedentemente stabilita, si raccoglievano tutti i credenti
per mangiare assieme; ogni fedele, (od ogni famiglia), portava il necessario per
il pasto, e tutto veniva messo sulla tavola per uso comune.
Dopo
la preghiera, con la quale si rendevano grazie e lodi a Dio per la Sua
Provvidenza, s’iniziava il pasto che si effettuava con l’unione e la
distribuzione delle vivande; i ricchi ed i poveri potevano godere in uguale
misura della benedizione della mensa perché ormai non c’era più il cibo
dell’uno o dell’altro, ma c’era il cibo di tutti.
Al
termine del pasto e quando l’atmosfera era più calda per una comunione
profondamente intima e, soprattutto, altamente spirituale, si concludeva la
riunione con la celebrazione della Santa Cena. Quest’atto di culto sembrava
ricordare in maniera solenne che Colui che ha salvato la chiesa vive con la
chiesa e ritorna per la chiesa; per una chiesa però che è veramente chiesa e
che perciò vive congiunta nell’amore e nella comunione.
Naturalmente
anche nella pratica dei “pasti di carità” c’erano imperfezioni e infedeltà.
La più grande forse era costituita dall’immancabile presenza di falsi
cristiani che si univano alla chiesa al solo scopo di banchettare (Giuda 12; 2
Pietro 2:13) e di godere del loro inganno. Un altro frequente inconveniente era
costituito dalla presenza di “veri cristiani” colpevoli però di colpe delle
quali non si erano pentiti e che erano perciò, a causa della loro vita
immorale, motivo di turbamento alla comunione fraterna (1 Cor. 5:11).
Ma
il male che certamente contribuì di più a far scomparire questa meravigliosa
pratica cristiana insegnata dal Maestro stesso col vivo esempio della sua vita,
fu quello della profanazione. I pasti di carità in molte chiese si
trasformarono da conviti spirituali in banchetti carnali. I credenti, persa di
vista la finalità cristiana dei pasti in comune, incominciarono a vedere in
essi soltanto una occasione di godimento terreno e di soddisfazione sociale.
Paolo
nella sua prima epistola ai Corinti descrive questa tragica situazione e ci
parla di questi cristiani superficiali che si recavano alla casa del Signore
soltanto per mangiare e per inebriarsi. Essi mangiavano ancora uniti ad una
medesima tavola, ma senza godere più comunione cristiana ed infatti coloro che
giungevano primi iniziavano il pasto senza aspettare gli altri, ed i ricchi non
dividevano più con i poveri; l'intimità e la familiarità erano soltanto
apparenti ed il significato spirituale del pasto di carità era
irrimediabilmente compromesso.
Probabilmente
da questi inconvenienti incominciò a sorgere l’idea di sospendere i pasti di
carità, come forse dai disordini esistenti nelle riunioni di culto,
nell’amministrazione dei doni dello Spirito, incominciò a sorgere l’idea di
reprimere le manifestazioni divine. E così una gloriosa pratica cristiana fu
posta nell’ombra e nell’oblìo ed una benedizione celeste fu rubata alla
chiesa.
Ma
se è vero che il nostro vivo desiderio è quello di tornare alla verità, a
tutta la verità, deve essere nostro proposito tornare anche a questa pratica
spirituale che se è stata insegnata dal Signore ed è stata seguita dalla
chiesa apostolica, deve essere accettata anche da noi perché possa tornare ad
essere benedizione per noi.
Non
è difficile servirsi delle scarne notizie della scrittura per ripristinare
questa pratica spirituale: in ogni località è possibile disporre di un locale
adatto per raccogliere i fedeli; in ogni località è possibile preparare nelle
proprie case le vivande necessarie per concorrere alla mensa comune. Una volta
al mese, o anche più frequentemente, la chiesa può indire, in un giorno
festivo, un pasto in comune che abbia lo scopo preciso di stringere i fedeli
nell’intimità di una comunione e di una familiarità che si può realizzare
soltanto nelle circostanze offerte da un banchetto squisitamente spirituale.
Non
è difficile mantenere l’incontro sopra un livello elevato e puro: è
necessario soltanto che gli anziani della chiesa assumano il controllo della
suggestiva riunione per guidarla in armonia alla volontà dello Spirito. Non
devono mancare cantici, preghiere, conversazione cristiana, esortazioni,
insegnamenti e tutto questo può anche concludersi con la celebrazione della
Santa Cena presieduta e diretta dall’angelo della chiesa.
Trovarsi
come figliuoli di Dio, fratelli nel Signore, uniti nella più simpatica delle
intimità conduce immancabilmente alla realizzazione di quella comunione che è
garanzia certa di benedizione celeste. Purtroppo, invece, non soltanto i pasti
di carità sono stati dimenticati ed aboliti, ma la comunione e l’intimità
dei cristiani tende, in questa generazione, ad affievolirsi sempre più
accentuatamente e sembra quasi che la conclusione dei rapporti fraterni debba
essere in un domani, non lontano, quello della più profonda apatia; estranei e
sconosciuti l’uno all’altro potremo giungere ad una separazione egoistica
che ucciderà definitivamente l’organicità e l’unità del popolo cristiano.
Sarà
salvata partorendo figliuoli
1 Tim. 2:15
Questo
è uno di quei tanti versi della scrittura che viene usato più per accendere
discussioni che non per ricevere ammaestramento cristiano. Eppure Iddio non ci
ha dato nessuna parte della sua parola per farne motivo di oziose discussioni
perché “tutta la scrittura è utile per
insegnare e correggere…affinché l'uomo di Dio sia intero…” (2 Tim.
3:16-17).
In
questo verso è contenuta una lezione cristiana che è necessario ricevere con
umiltà e fede. Bisogna dire, naturalmente, che questa lezione non è per tutti
e neanche per tutte, ma esclusivamente “per le donne coniugate”.
Ma
procediamo per ordine e meditiamo attentamente questo verso tanto discusso.
Dobbiamo
iniziare l'esame dal verso 12 che inizia con le parole: “Io non permetto alle
donne d'insegnare, né di usare autorità sopra il marito…”.
Da
queste parole l’apostolo inizia il suo ragionamento esortativo col quale
ordina la sottomissione della moglie al marito ed il verso che noi esaminiamo
rappresenta esattamente la conclusione del suo insegnamento e della sua
esortazione.
Paolo
quindi, come abbiamo già detto, non si rivolge a tutte le donne, ma scrive
soltanto a quelle che hanno il ministero di moglie e di madre; la lezione che
egli espone ha lo scopo altissimo di far conoscere i doveri cristiani della più
intima vita coniugale.
Se
l’esame accurato del passo nel quale si trova il verso ci fa chiaramente
comprendere che l’apostolo vuol dare un insegnamento spirituale alla donna
cristiana maritata, possiamo concludere che egli non vuole affatto affermare,
come alcuni hanno pensato, che la salvezza della donna derivi dalla sua fecondità.
Per Paolo la salvezza deriva esclusivamente dalla grazia di Dio e quindi le
donne cristiane sono gradite al
Signore indipendentemente dal loro stato civile; nubili o maritate, con
figliuoli o senza figliuoli, tutte sono salvate per quella “grazia” che
viene conservata dall’ubbidienza, dalla fede e dalla sottomissione.
Anzi,
altrove l’apostolo giunge fino ad affermare che la posizione della donna
nubile è una posizione privilegiata nella vita cristiana (1 Cor. 7:38).
Paolo,
ripetiamo, non vuole parlare della superiorità delle donne che hanno figliuoli
su quelle che non hanno figliuoli, ma vuole impartire una preziosa lezione
cristiana. La donna deve imparare la lezione per compiere quello che il suo
dovere di moglie e di madre cristiana le impone. Non soltanto, come dice Paolo,
deve vestire onestamente con modestia e verecondia e non soltanto deve essere
umile e soggetta al proprio marito, ma deve anche accettare con sottomissione e
gioia il suo nobile e duro compito di madre.
Deve!
E’ una cosa che appartiene a lei, una cosa nella quale non può mancare la “sua
volontà”. E’ necessario insistere su questo concetto perché il verso
di Paolo sia rettamente interpretato: non ci troviamo di fronte ad una
circostanza che può verificarsi e può non verificarsi indipendentemente dalla
volontà della donna, ma ci troviamo di fronte ad un’azione che può essere
compiuta liberamente come atto di
fedeltà cristiana.
Alcuni
invece hanno pensato che l’apostolo abbia voluto affermare che i meriti di una
donna possono essere misurati dal numero dei figliuoli e quindi quelle mogli
alle quali la natura ha negato la gioia della maternità, non hanno meriti
davanti a Dio.
Paolo
non voleva dire questo e noi pensiamo infatti che un credente non ha
mai meriti da presentare a Dio, ma se per meriti intendiamo ubbidienza e
fedeltà, è chiaro che una donna feconda, non ha nulla di più, dal punto di
vista cristiano, di una donna infeconda o di una donna nubile. Ripetiamo: questo
verso di Paolo non vuole stabilire una differenza spirituale sulla base di una
differenza fisica, ma vuole semplicemente porgere un insegnamento, che, al pari
degli insegnamenti dati prima, fa appello alla volontà, alla sottomissione e
all’ubbidienza della donna maritata.
Il
primo punto di questa lezione riguarda l’accettazione della maternità; la
donna deve essere pronta a divenire madre, deve essere pronta ad accettare
questo dovere in sottomissione alla volontà di Dio. Con questa accettazione la
donna maritata riconosce umilmente anche la volontà e la decisione del proprio
marito che è stato costituito “capo della sua vita”.
Un
autore cristiano scriveva recentemente che la prolificazione deve essere decisa
dalla donna e che nessun marito ha il diritto di rendere madre una moglie che
non desidera divenire madre. Noi non vogliamo affermare che il marito possa
essere un violento ed un prepotente
sopra la moglie e tanto meno vogliamo sostenere che la prolificazione debba
essere il risultato incontrollato di una incontinenza maschile, ma non possiamo
dar ragione alla tesi del citato scrittore cristiano perché ci sembra che il
primo insegnamento che appare nelle parole del nostro versetto riguarda proprio
la sottomissione della donna alla volontà e alla decisione dell’uomo.
Non
è la moglie che deve stabilire quando il marito può diventare padre, ma è il
marito che deve decidere quando la moglie deve diventare madre. E’ logico che
nel Signore questo si realizza sempre nel pari consentimento perché un marito
non abuserà mai della moglie ed una moglie sinceramente cristiana si
sottometterà sempre al marito e non pretenderà che egli vada contro i dettami
della sua coscienza.
Il
medesimo autore, per sostenere la sua tesi, cita, nel suo libro, il caso di una
donna spaventata dal pensiero della maternità, che riuscì ad ottenere dal
futuro marito la promessa che non la avrebbe resa madre se non quando lei stessa
lo avesse voluto; la donna fu invece delusa dall’agire del marito che non
tenne in nessun conto la promessa e che perciò attirò sopra di sé lo sdegno e
il risentimento della moglie. Naturalmente l’autore si scaglia violentemente
contro il marito senza esitazione e senza riserve.
Noi
non vogliamo dar ragione a quel marito perché non è giusto fare una promessa
che non si ha intenzione di mantenere; però vogliamo aggiungere che una donna
che pretenda dal futuro marito una promessa impegnativa a non renderla madre è
una donna che non ha nessun diritto di contrarre matrimonio.
Sarà
salvata divenendo madre! Il
primo comandamento espresso da questo verso ci parla chiaramente della
sottomissione della donna all’uomo per quanto riguarda la maternità. Tutta la
Bibbia è concorde nel presentare l’uomo come il capo della donna in ogni
cosa, ma particolarmente nella prolificazione. La moglie è “la
collaboratrice” dolce, soave, eroica, ma sottomessa di colui che più
direttamente deve rispondere a Dio della vita familiare.
In
queste parole c’è anche un secondo punto della lezione: la sottomissione al
grande piano di Dio. Iddio ha dato all’uomo la fatica e la lotta del lavoro e
ha dato alla donna il dolore della maternità; l’uomo che fugge il lavoro
fugge dal piano divino e la donna che rifiuta la sofferenza della maternità
rifiuta l’eredità di Dio al genere umano. E’ una eredità ingrata, pesante,
ma è una eredità che viene dal cielo, è l’eredità della gravidanza, del
parto, dell’assistenza, dell’allattamento, quindi l’eredità del dolore,
della rinuncia, del sacrificio.
La
donna che accetta tutto questo con umiltà sincera e con dedizione assoluta,
partecipa a quell’atto di espiazione universale che siamo chiamati a compiere
cotidianamente, ma soprattutto compie un’offerta di deferenza e di
sottomissione a Dio.
Iddio
vuole essere onorato da un popolo che sappia, in ogni manifestazione di vita,
essere diverso dagli altri popoli. Un popolo che anche di fronte ai compiti più
ingrati e ai doveri più duri sappia operare “per il Signore” con umiltà
gioiosa e con entusiasmo sincero. Quindi Iddio vuole essere onorato da quelle
donne che anche quando tutte le altre cercano di fuggire il sacrificio, la
sofferenza, la responsabilità, accettano il loro nobile ministero femminile nel
dolore sublime della maternità generosa.
Ma
oltre ai due punti illustrati la lezione contenuta nel verso di Paolo ha un
terzo aspetto non meno importante dei precedenti. “Divenire madre” vuol dire
divenire collaboratrice di Dio; collaboratrice di Dio nella nascita di anime
preziose e collaboratrice di Dio nell’educazione e nella formazione di quei
figliuoli che ogni madre deve “cercare di condurre” alla verità e alla
salvezza.
La
donna deve accettare il matrimonio non come appagamento dei piaceri più
superficiali che il matrimonio può offrire, ma come accettazione di una
missione sublime; deve altresì riconoscere che in questa missione la maternità
si trova al centro. E’ stato detto da un uomo di Dio che dietro “ogni grande
servitore dell’Eterno c’è o c’è stata una moglie santa o una madre
santa”.
Quest’affermazione
è profondamente vera perché è vero che una moglie ed una madre hanno un
compito elevatissimo come collaboratrici ed educatrici.
Una
madre fedele al ministero ricevuto si sentirà felice non soltanto di portare
nel seno delle creature di Dio e non soltanto di dare dolorosamente alla luce
dei figliuoli, ma anche ed anzi soprattutto di continuare la sua dolce fatica
materiale e spirituale per inculcare fede, conoscenza, amore a tutti quei
figliuoli che Iddio avrà posto fra le sue braccia.
Anna,
madre di Samuele, Elisabetta, Maria, Loide, Ruth, Appia… e tanti altri nomi
biblici ci spiegano il perchè lo Spirito Santo, per Paolo, ci ha detto: “sarà
salvata partorendo figliuoli…”.
Crediamo
di aver concluso, ma comunque ripetiamo: - Paolo non ci ha voluto dire che la
salvezza della donna dipende dalla sua fecondità; non ci ha voluto dire che una
donna che non abbia figliuoli non fa parte del popolo cristiano; ma ci ha voluto
insegnare che l’approvazione divina deve essere cercata da ogni donna
maritata, nella sottomissione completa al proprio marito, nell’assolvimento
eroico del compito di madre, nell’accettazione dei dolori e dei sacrifici
della maternità.
La
donna deve accettare, nella sfera del cristianesimo, come un dovere sacro, i
dolori della gravidanza e del parto, i sacrifici dell’assistenza l’impegno
dell’educazione sociale, morale e spirituale della prole.
Questi
sono i diversi compiti riservati alla donna e questi sono i compiti nei quali la
donna può trovare i più profondi motivi di fedeltà a Dio.
I
cantici devono essere ispirati e devono essere resi melodiosi dallo Spirito, le
preghiere devono essere sospinte e guidate dallo Spirito, le prediche devono
essere unte e rese potenti dallo Spirito e tutto, tutto quello che si compie
durante la riunione di culto deve procedere direttamente dallo Spirito.
Lo
Spirito è ordine, ma ordine divino e perciò i culti cristiani non possono
essere disciplinati da un ordine umano, ma devono essere regolati dallo Spirito.
Lo Spirito è ricchezza, ma ricchezza celeste e perciò i culti cristiani non
possono essere resi perfetti dalle capacità umane, ma devono essere potenziati
ed arricchiti dallo Spirito.
Consideriamo
più attentamente queste affermazioni: - Lo Spirito è ordine!
Che
vuol dire “lo Spirito è ordine”? Vuol dire forse che lo Spirito è
sottoposto all’ordine che noi
stabiliamo?
Certamente
no! Lo “Spirito è ordine” vuol dire che tutto quello che lo Spirito fa
rientra nel piano e nella volontà di Dio; tutto è armonia, perfezione,
equilibrio.
Se
lo Spirito in una riunione di culto guida la chiesa a trascorrere tutto il tempo
della riunione stessa in preghiera, quello è ordine. Se lo Spirito un’altra
volta ispira a trascorrere la maggior parte del tempo, a salmeggiare e cantare
davanti a Dio, quello è ordine.
Lo
Spirito Santo conosce quando dobbiamo compiere una cosa e quando ne dobbiamo
compiere un’altra; conosce quando abbiamo bisogno di un alimento spirituale e
quando abbiamo bisogno di un alimento spirituale diverso e perciò soltanto lo
Spirito Santo può guidare tutte le cose con ordine perfetto.
Il
nostro “ordine” invece, cioè l’ordine da noi stabilito con “saggezza
umana” è un ordine meccanico formalista, che non può e non sa andare
incontro ai bisogni del cuore, e non può e non sa glorificare il nome di Dio.
Noi
pensiamo che un culto deve sempre iniziare con una formula liturgica, deve avere
poi due o tre cantici e dopo i cantici deve avere la preghiera e quindi ancora
un cantico; proseguendo deve avere le testimonianze, la predica e quindi
terminare con un cantico, una preghiera ed una benedizione finale.
Quest’ordine
è l’ordine stabilito da noi e se lo Spirito vuol cambiare questo programma
noi ci rifiutiamo di ascoltare e di seguire lo Spirito. Forse la chiesa ha
bisogno soltanto di preghiere, ma noi invece riserviamo soltanto alcune briciole
del nostro tempo alla preghiera; forse molti credenti avrebbero bisogno di
essere benedetti da un culto pieno di cantici di lode e di gloria, ma noi invece
cantiamo quei cantici obbligati dalle diverse fasi della riunione; cantico di
apertura, cantico di preghiera, cantico di testimonianza, cantico
d’intercessione o di ringraziamento.
Nel
nostro ordine umano c’è un disordine spirituale anzi addirittura una
confusione, perché noi facciamo quello che ci siamo proposti di fare senza
attendere che lo Spirito ci guidi in ogni riunione secondo il piano e la volontà
di Dio.
Ma
lo Spirito non è soltanto ordine, è anche potenza e ricchezza. Questo vuol
dire che quando lo Spirito guida completamente le riunioni di culto i credenti
vengono arricchiti dalle benedizioni della potenza divina, ma quando invece i
culti si svolgono sul piano delle capacità e dei programmi umani, i credenti
non ricevono nulla che possa realmente incoraggiarli e fortificarli.
Oggi
ci sono, come sempre ci sono stati, cristiani che hanno una franchezza naturale
ed una parola facile; questi cristiani, soltanto perché hanno il coraggio e la
capacità di parlare, più o meno bene, in pubblico, si sentono nel diritto di
far udire continuamente la loro voce: pregano, testimoniano, esortano,
ammaestrano… senza essere mai guidati dallo Spirito e senza riuscire quindi di
benedizione alla chiesa.
Frequentemente,
purtroppo, udiamo preghiere o testimonianze che ripetono e ripetono le medesime
parole che abbiamo udite decine di volte e quello che udiamo è freddo, vuoto,
meccanico e non suscita nessun sentimento positivo nel nostro cuore; forse
qualche volta suscita un sentimento di ribellione contro queste abitudini e
queste forme che non tramontano mai e che mettono in evidenza soltanto
l’orgoglio, la presunzione e l’insensibilità dell’uomo carnale.
Quello
che viene dallo Spirito invece è vita e comunica la vita a tutti coloro che
ascoltano; forse sono soltanto poche parole di lode a Dio o forse è soltanto
una breve esortazione, ma nella lode c’è la vita e nell’esortazione c’è
la vita. Quando colui che prega è guidato dallo Spirito, tutti sono trasportati
in alto, verso le sfere celesti dalla potenza divina, e quando colui che
ammaestra agisce sotto l’unzione dello Spirito, tutti sono raggiunti
profondamente dall’efficacia della parola predicata da parte di Dio.
Lo
Spirito può anche usare la franchezza e la facilità di parola del credente, ma
può anche far parlare con potenza e con sapienza infinita coloro che non hanno
franchezza ed eloquenza, quindi lo Spirito può usare tutti, può sospingere
tutti, può far parlare tutti.
La
chiesa cristiana dunque deve raccogliersi soltanto per ricevere lo Spirito e per
far muovere liberamente lo Spirito in ogni riunione di culto. Deve saper
chiedere ed aspettare affinché in ogni riunione lo Spirito possa largire i doni
come Egli vuole, e a chi Egli vuole.
I
doni dello Spirito sono chiaramente elencati nella Parola di Dio; essi sono quei
medesimi doni che erano visibilmente manifestati nella chiesa apostolica e che
rappresentavano il programma delle riunioni di culto fra i cristiani di
quell’epoca. Anche oggi, come diciannove secoli fa, nelle riunioni di culto,
si devono manifestare doni di lingua e doni d’interpretazione; doni di
profezia e doni di discernimento; doni di sapienza e doni di scienza; doni di
fede e doni di potenza e di guarigioni. Queste manifestazioni non devono
apparire soltanto “qualche volta” o in qualche rara occasione, ma devono
apparire sempre e devono riempire il culto cristiano perché il culto cristiano
deve essere traboccante di potenza soprannaturale, e perciò deve essere
controllato, ispirato e guidato dallo Spirito Santo.
Esiste
forse un passo della Bibbia ove troviamo scritto che in
ogni culto ci devono essere le “testimonianze”? In quale passo della
Bibbia troviamo scritto che nelle riunioni di culto tutto deve essere compiuto
seguendo una regola meccanica? Soprattutto in quale passo della Bibbia troviamo
scritto che possono esserci riunioni di culto senza la manifestazione della
profezia, della fede, della sapienza o degli altri doni dello Spirito?
Il
culto cristiano controllato, ispirato e guidato totalmente dallo Spirito è
scomparso o sta per scomparire perché questa particolare verità biblica non
viene più tenuta in onore nel seno delle chiese. Sembra quasi che i cristiani
abbiano più fiducia nell’organizzazione liturgica che non nella guida divina
e sembra anche che abbiano più fiducia nella cultura teologica e nella
preparazione umana e intellettuale che non nell’ispirazione celeste.
E’
meglio avere un programma unico per tutte le chiese, è meglio avere un
programma studiato in tutti i particolari; è meglio che parlino soltanto quelli
che parlano sempre e quindi che son capaci nel parlare, cioè che son capaci a
testimoniare, pregare, esortare…questo è quello che oggi si pensa nelle
chiese e che si dice nelle chiese. Infatti le chiese procedono esattamente
secondo queste regole di prudenza e saggezza umana.
Purtroppo
però quello che “è meglio” secondo l’uomo, non “è meglio” secondo
lo Spirito e perciò noi oggi godiamo “il meglio” della carne, ma perdiamo
ciò che “è il meglio” dello Spirito. I nostri culti sono ordinati,
organizzati e forse diventano anche sempre più perfetti nei cantici, nelle
testimonianze, nelle prediche, ma diventano sempre più aridi e sempre più
poveri spiritualmente; c’è molta preparazione umana, molta saggezza umana, ma
c’è poca presenza dello Spirito e poca guida dello Spirito.
La
verità che dobbiamo tornare a proclamare è semplice: Le riunioni di culto
devono essere restituite all’autorità dello Spirito Santo e alla guida dello
Spirito. Non dobbiamo mai sapere anticipatamente quello che faremo in una
riunione di culto, non dobbiamo sentirci legati e paralizzati da un qualsiasi
programma.
Devono
parlare tutti coloro che lo Spirito “vuole” che parlino ed altresì tutti
coloro che non sono sospinti dallo Spirito devono tacere.
Quelli
che “si sentono” di parlare, non si
devono sentire da loro stessi, ma si devono “sentire” comandati, anzi
forzati dallo Spirito. Se si sentono soltanto perché “sentono di farsi
udire” o perché “si sentono capaci di parlare” o perché “nessun altro
testimonia o nessun altro prega”; se si sentono per questi motivi banali ed
umani è meglio che chiudano strettamente le loro labbra per non cedere alla
tentazione di muovere di proprio senno la loro lingua e dire bugiardamente:
“Il Signore ha detto…”.
Nelle
riunioni di culto non devono mancare i doni dello Spirito, non devono mancare
mai; devono esser presenti sempre e in abbondanza perché altrimenti la
riunione non è una riunione spirituale, una riunione ed un culto cristiano.
Tutti
devono vedere e riconoscere chiaramente che Iddio è presente nella riunione;
che Iddio guida la riunione; che Iddio parla nella riunione; le preghiere devono
salire come sospiri ineffabili suscitati dallo Spirito, i cantici si devono
elevare come una melodia celeste, le profezie devono giungere piene di potenza
come espressioni della volontà di Dio e poi non devono mancare i messaggi in
lingua, le interpretazioni, le potenti operazioni.
In
conclusione il culto cristiano deve essere un esercizio spirituale realmente
soprannaturale; un esercizio nel quale tutto sia sorpresa meravigliosa e tutto
sia manifestazione della presenza e della guida dello Spirito Santo.
Verità
dimenticata, pratica trascurata o piuttosto benedizione negletta, e fino a tanto
che le chiese cristiane continueranno ad essere soddisfatte di quelle riunioni
di culto ove tutto è preparato, tutto è previsto e dove la “libertà dello
Spirito” è soltanto una formula per consentire ai presuntuosi o agli
insensibili di esternare i propri sentimenti, la gloria del ministero dello
Spirito non sarà più visibile nel seno del popolo del Signore.
E’
necessario umiliarsi sinceramente nella presenza di Dio, come è necessario
cominciare ad esercitare arditamente la fede; è necessario chiedere una
pienezza di Spirito, come è necessario dar vita agli impulsi dello Spirito.
Dobbiamo cioè nascondere noi stessi in Dio perché soltanto Dio sia esaltato e
glorificato nella nostra vita; dobbiamo compiere quei passi che lo Spirito ci
spinge a compiere anche quando ci sembra di non saperli compiere; dobbiamo
chiedere inistancabilmente piogge di Spirito Santo sulla nostra anima ed infine
dobbiamo realizzare che Iddio ci ha unti di Spirito per darci la potenza, la
gioia, l’assistenza. la guida ed i doni dello Spirito.
Quando
ci metteremo su questo piano di vita cristiana potremo ritornare ai culti
apostolici che erano i veri culti cristiani e che erano ben differenti dalle
riunioni di culto che noi teniamo. Allora non vedremo e non sentiremo più
credenti lanciati in una corsa per aprire disordinatamente le labbra alla
preghiera o all’esortazione; non vedremo e non udremo più credenti che con la
loro testimonianza inopportuna o la loro orazione fuori tempo e fuori della
guida di Dio, spezzeranno e turberanno la comunione della chiesa con Dio; non
vedremo e non sentiremo più sempre gli stessi fratelli e le stesse parole, ma
nell’esercizio del culto, vedremo e sentiremo soltanto la presenza benedetta
dello Spirito che guiderà ogni cosa nella volontà di Dio concedendo alla
chiesa benedizione ed edificazione nell’esercizio del vero ministero cristiano
e nella manifestazione di tutti i doni dello Spirito.
Sarà,
in altre parole, la vittoria dello spirituale sul carnale, la vittoria del
soprannaturale sul naturale, la vittoria dell’armonia sul caos, la vittoria
del prezioso sul vile.
Nessuno
si turbi per queste affermazioni, ma in realtà oggi esistono troppe
manifestazioni di carnalità, di capacità naturali, di disordine spirituale, di
superficialità ministeriale. Parlare, far da maestri, guidare in preghiera
quando manca la guida divina significa manifestare tutte queste realtà negative
in una volta sola.
Ricordiamoci
che Iddio ha scelto i poveri del mondo e i pazzi del mondo e li ha chiamati a
vivere nella libertà dello Spirito; questo piano di Dio è glorioso, ma è
anche…pericoloso. Se i poveri ed i pazzi agiscono nella potenza di Dio
diventano potenti e savi, ma se agiscono sul piano naturale sono e rimangono
soltanto poveri e pazzi; e se questo popolo si muove realmente nella libertà
dello Spirito, mostra e dimostra l’armonia di un ordine divino, ma se usa la
“libertà” per una occasione della carne, mostra soltanto la confusione
derivante dall’incapacità.
Dobbiamo
essere grati a Dio quando usa gli incolti
per amministrare i suoi doni spirituali,
ma non possiamo essere grati agli incolti quando, muovendosi o parlando da loro
stessi danno soltanto spettacolo della loro ignoranza. Dobbiamo essere grati a
Dio per la meravigliosa libertà che ci ha concessa per muoverci nelle sfere
spirituali, ma non possiamo essere grati a tutti quei credenti che si credono
liberi fino al punto di affliggere e turbare la chiesa esercitando doni e
ministeri che sono il frutto della loro immaginazione esaltata dalla
presunzione.
Culto
cristiano: spettacolo di armonia celeste, fonte di potenza divina;
manifestazione sublime di quel ministero che Iddio ha dato alla chiesa; di quel
ministero che nella chiesa e attraverso la chiesa deve far risplendere la gloria
di Dio (2 Cor. 3:18).
Torniamo,
sì torniamo a questo culto spirituale, frantumando inesorabilmente le forme
delle nostre povere riunioni ove troppo spesso l’ignoranza umana e
l’insensibilità spirituale prevalgono per deprimere gli animi e per esaltare
l’orgoglio umano; torniamo alla potenza dello Spirito, alla guida dello
Spirito, al ministero dello Spirito, ai doni dello Spirito affinché realmente
lo Spirito ci possa nutrire, elevare e condurre nel piano meraviglioso della
volontà di Dio.
La
moglie di Caino
Iddio
ci ha chiaramente detto nella Bibbia che “quel
che è rivelato è per noi… e quel che è occulto è per il Signore”.
Noi non possiamo comprendere tutto e perciò Iddio non ci dice tutto, ma vuole
che noi lo seguiamo fiduciosamente fino al giorno che “Lo
vedremo come Egli è” e che “conosceremo
appieno”.
Nel
cielo avremo la spiegazione delle cose più misteriose e dei fatti più
straordinari e riceveremo luce sui misteri più profondi e sulle verità più
oscure.
Oggi
dobbiamo seguire Iddio nella certezza che “Egli
può fare tutto” e che tutto quello che è scritto nella Sua parola è
verità. Gli uomini possono combattere la parola di Dio e possono anche cercare
di farla apparire assurda e ridicola; ma noi dobbiamo rimanere saldi nella
convinzione che tutto quello che è contenuto nella Bibbia è verità.
Noi
non pretendiamo e non vogliamo, perciò, chiarire “in maniera sicura e
definitiva” il problema della moglie di Caino, ma vogliamo soltanto dimostrare
che non è affatto vero che su questo problema la Bibbia asserisce delle cose
assurde, ridicole od immorali.
In
questo episodio biblico non c’è nulla di assurdo e coloro che affermano che
Caino “non poteva trovare moglie” perché non c’erano altre creature sulla
terra, dimostrano di non leggere attentamente la Bibbia. Noi, ripetiamo, non
vogliamo spiegare una cosa che ci sarà spiegata un giorno chiaramente da Dio,
ma vogliamo però sottolineare alcune dichiarazioni della Bibbia che ci
dimostrano che questo fatto non è incredibile e non è ridicolo.
Il
capitolo IV della Genesi ci parla della nascita di Caino, di Abele e di Set;
Adamo ed Eva sono stati espulsi dal giardino di Dio ed hanno iniziata la loro
vita coniugale in mezzo alle nuove circostanze: nascono i primi due figliuoli. A
questo punto, per chiarire il problema, dobbiamo porci delle domande: Quanti
anni aveva Adamo alla nascita di Caino? Quanti anni passano fra la nascita di
Caino e quella di Set? Set è il terzo figlio di Adamo oppure è semplicemente
un figlio concesso da Dio per sostituire l’amato Abele?
Sono
tutte domande che dimostrano da quanti punti di vista può essere considerato il
problema.
Adamo
aveva 130 anni quando nacque Set, ma quanti anni aveva quando nacque Caino?
Noi
non sappiamo neanche se Iddio incomincia a contare gli anni di Adamo dal giorno
che fu creato o piuttosto dal giorno che fu espulso dal giardino di Eden e che
quindi fu sottoposto al valore degli anni e del tempo. Anche questo punto ha il
suo valore perché se gli anni di Adamo incominciano, nel pensiero di Dio, da
quando esce da Eden, Caino può essere nato quando suo padre aveva soltanto uno
o due anni, cioè quando suo padre aveva vissuto soltanto uno o due anni fuori
del giardino; se invece i 130 anni che Adamo aveva alla nascita di Set erano
tanti dal giorno che fu creato, Caino può aver visto la luce quando suo padre
aveva forse 65 anni.
Parliamo
di 65 anni perché altri patriarchi antidiluviani hanno avuto il loro primo
figliolo a quell’età. Comunque, dalla nascita di Caino alla nascita di Set può
essere trascorso un lungo o lunghissimo periodo di tempo e in questo lunghissimo
periodo di tempo Adamo può avere avuto figliuoli e figliuole in numero
notevole.
Alcuni
critici affermano che tutti i figliuoli di Adamo sono nati “dopo” Set e
perciò non esistevano quando Caino fuggì lontano dai suoi genitori per cercare
moglie.
Questo
non è chiaramente detto dalla Bibbia perché se essa ci parla di quello che
avvenne dopo Set, non ci parla di quello che avvenne dopo Caino. Infatti così
leggiamo nella Genesi: “Adamo dopo aver vissuto centotrent’anni generò un
figliuolo alla sua somiglianza, secondo la sua immagine e gli pose nome Set…
il tempo che visse Adamo dopo ch’ebbe
generato Set, fu ottocento anni e generò figliuoli
e figliuole”.
Nulla
ci autorizza a pensare che dopo Caino ed Abele, Adamo non generò figliuoli e
figliuole. Anzi entro il lungo spazio di tempo che poteva esserci e che
certamente ci fu fra la nascita di Caino e quella di Set potevano nascere forse
due o tre generazioni.
Il
fatto che Set venga presentato come la “sostituzione” di Abele ed il fatto
che egli venga incluso nella genealogia come il “primogenito” non dicono
affatto che egli sia stato il terzo figlio di Adamo.
Consideriamo
infatti la cosa alla luce della Scrittura: Caino era il primogenito, ma Abele
era l’amato da Dio; Caino, roso dall’invidia e vinto dal peccato, uccide
Abele cioè uccide colui sul quale Iddio aveva posato il Suo occhio. Abele non
è più il pellegrino del cielo, come lo chiamerà più tardi un grande
cristiano, è scomparso dal mondo e Iddio vuol suscitare uno che prenda il suo
posto e fa nascere Set colui dal
quale viene Enos capostipite di un “popolo
del Signore” (Genesi 4:26).
Questo
non ci dice affatto che Set è il vero “primogenito” e che è nato subito
dopo Caino ed Abele anzi sembra dirci esattamente il contrario. Adamo poteva
avere figliuoli, figliuole e nipoti quando Iddio gli fece nascere “un
uomo secondo il piano divino” che doveva essere considerato il vero
capostipite, il vero primogenito di un popolo di Dio.
Non
avvenne così anche nella storia di Giacobbe? Ruben il “primogenito” fu
riprovato per il peccato commesso contro Dio e contro il padre, ed un altro
figliuolo prese il posto di primogenito e questo figliuolo fu Giuseppe undicesimo
figliuolo maschio di Giacobbe.
La
Scrittura molte volte ci mostra che i “primogeniti” di Dio non sono sempre
quelli che lo sono per nascita, ma sono quelli che lo sono per elevazione e le
storie di Davide, di Efraim, di Salomone, di Giacobbe, dei leviti ci illustrano
chiaramente questa verità. Sono storie che ci mostrano che l’elezione di Dio
non è legata all’età: i primogeniti vengono ignorati o posti da una parte e
altri, nati dopo, prendono il loro posto nel piano e nella benedizione di Dio.
Quindi
alla fuga di Caino potevano esserci sparsi, nei dintorni del paese, numerosi
discendenti di Adamo raggruppati in colonie o famiglie ed infatti alla nascita
di Enos, avvenuta 105 anni dopo quella di Set, suo padre, gli uomini già
numerosi nel mondo, si separarono in due distinti popoli: uno profano ed uno
religioso; uno di Dio ed uno estraneo a Dio.
Ci
sembra quindi che non esistano elementi validi per dichiarare che la storia di
Caino è assurda e storicamente imprecisa; ma esaminiamo ora se può essere
considerata immorale. Infatti, i critici, irriducibili ed ostinati, affermano
che se Caino ha potuto trovare una moglie, l’ha potuta trovare soltanto nel
numero delle sue sorelle e quindi ha compiuto un atto incestuoso condannato e
condannabile.
Prima
di ogni cosa vogliamo far notare che si potrebbe allora spostare il problema
anche più avanti e portarlo addirittura ad Adamo perché anche Adamo ha avuto
una moglie che non veniva da altro popolo o da altra famiglia, ma dalla sua
stessa carne; una moglie cioè che era più che sorella o parente.
Se
Adamo poteva avere una moglie della sua stessa carne vuol dire che Iddio
riteneva sana e morale questa relazione matrimoniale.
Che
cos’è infatti la morale? La morale è semplicemente una legge della società
umana o per la società umana. E’ cioè una legge formulata dagli uomini per
la società o una legge formulata da Dio per gli uomini. L’immoralità si
verifica soltanto quando c’è la trasgressione della legge perché il “peccato
è la trasgressione della legge”. Se non c’è legge non ci può essere
trasgressione della legge.
Ebbene
che cosa c’insegna la Bibbia a questo riguardo? C’insegna chiaramente che
Iddio ha dato la sua legge o ha rivelato la sua volontà in ragione delle
condizioni degli uomini. Non quello che è proibito oggi è stato sempre
proibito e non quello che gli uomini devono fare oggi dovevano fare ieri. Basta
ricordare le parole di Gesù: “Fu detto
dagli antichi: Non commettere adulterio… ma io vi dico che chi solo riguarda
una donna…”. Sono parole che ci parlano di una legge che si sviluppa,
che si perfeziona; Iddio chiede di più perché sa di poter chiedere di più.
Egli ha tollerato, ha permesso, ha considerato le circostanze e le condizioni di
ieri, ma col mutamento delle cose compie anche il mutamento della legge.
Tutti
ricordiamo la disputa sostenuta da Gesù, intorno al divorzio. Gli oppositori
del Maestro si facevano forti di una legge data da un legislatore inviato da
Dio: “Perché Mosè permise il
divorzio”? “Per la durezza dei vostri cuori…” rispose Gesù e con
questa risposta fece chiaramente comprendere che la legge data da Mosè
“rendeva morale” un atto del quale gli israeliti, in quell’epoca, non
erano capaci di fare a meno.
Possiamo
forse concludere che questo metodo di Dio rappresenta un compromesso della verità
e che Iddio stesso muta e si cambia secondo le esigenze degli uomini? No,
possiamo soltanto dire che Colui che è il Legislatore perfetto e la Giustizia
assoluta chiede agli individui ed ai popoli soltanto quello che essi possono
dare e fare. Ogni individuo ed ogni popolo ha una responsabilità propria che è
in relazione alla luce, alla legge e alla forza che possiede davanti a Dio.
Noi
non siamo esaminati da Dio sul metro della legge degli antichi e gli antichi non
sono esaminati in base alla legge che possediamo noi; ognuno deve rispondere
personalmente a Dio.
Quindi,
Abramo, che sposa Sara, figliuola di suo padre (Gen. 20:12); o Nahor che prese
in moglie Milca, figliuola di suo fratello (Gen. 11:29), possono essere
considerati uguali a Caino che forse
prese in moglie una sua nipote od una sua sorella. I matrimoni fra consanguinei
condannati oggi dalla legge morale, erano resi necessari, all’epoca primitiva,
dalla particolare condizione della nascente umanità che faceva capo ad una sola
coppia di coniugi e quindi voler fare appunti di puritanesimo sembra almeno
puerile perché anche in opposizione con ogni conclusione logica e storica.
Caino
poteva facilmente trovare moglie perché la Bibbia non esclude affatto
l’esistenza di una figliolanza di Adamo, successiva a Caino stesso e
precedente a Set e Caino poteva anche contrarre un matrimonio con donna
consanguinea perché a quell’epoca non esisteva rivelazione o legge che
rendesse quell’atto (necessario allo sviluppo della specie umana), riprovevole
od immorale.
Onora
tuo padre e tua madre
L'apostolo
Paolo, nel descrivere "i segni" degli ultimi tempi a Timoteo, suo
figliuolo nel Signore, dice: “… gli uomini saranno amatori di loro stessi,
avari, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti
a padri e madri…” (2 Timoteo 3:2).
Oggi
vediamo molti di questi segni non soltanto nel mondo, ma anche nella chiesa
cristiana ed uno dei segni che incontriamo più frequentemente è costituito,
purtroppo, dalla disubbidienza e dall’irriverenza verso i genitori. Sono
sempre più numerosi i cristiani, ragazzi, giovani o maturi, che si uniformano
allo spirito del mondo per assumere, verso i propri genitori, un contegno di
insubordinazione, d’indipendenza e, spesso, di disinteresse ed indolenza.
Le
più malefiche tendenze carnali prevalgono per produrre ingratitudine ed
incoscienza; soltanto da questi sentimenti peccaminosi l’individuo può trarre
consiglio per non adempiere il proprio dovere verso i genitori. Infatti una
considerazione serena e sincera della personalità dei genitori obbliga ogni
figliuolo a coltivare il più profondo sentimento di amore riconoscente.
Consideriamo
brevemente chi sono, che cosa hanno fatto, che cosa fanno e quale ministero
hanno ricevuto i genitori. A questo scopo desideriamo semplicemente ripetere una
pagina dedicata ai ragazzi alcuni anni fa:
“Sapete
voi chi, dopo Dio, vi vuole maggiormente bene?
I
vostri genitori; cioè le vostre mamme ed i vostri papà.
Essi
vi amano con tutto il cuore e perché vi amano compiono sacrifici eroici per
voi.
Vi
ricordate quando eravate piccini, piccini? No, non potete ricordare quando
eravate ancora in fasce, ma i vostri genitori si ricordano di quel tempo e si
ricordano di tutti i dolori e di tutte le pene affrontate per voi.
Hanno
dovuto perdere il sonno per vegliare la vostra insonnia; hanno dovuto privarsi
del riposo per prendere cura delle vostre necessità; hanno dovuto trepidare e
lacrimare per sollevarvi dalle vostre malattie. Voi, allora, avevate bisogno di
tutto ed essi vi hanno dato tutto, dandovi il loro amore.
Se
oggi siete giovanetti, sani, forti, istruiti è soltanto perché i vostri
genitori vi hanno dato tutto e si sono, sovente, privati di tutto.
Essi
hanno lavorato per voi, hanno sofferto per voi, hanno sperato per voi.
I
genitori rappresentano un meraviglioso dono di Dio. Che cosa potrebbe fare un
fanciullo senza i genitori? Che cosa sarebbe avvenuto di voi se fin dai primi
giorni della vostra vita aveste perduto l’amore e l’assistenza dei vostri
papà e delle vostre mamme?
Il
cibo che vi ristora e vi nutrisce; gli abiti che vi coprono e vi rendono
eleganti; le case che vi accolgono e vi riparano, i libri che vi istruiscono e
vi aprono un avvenire non sono tutti frutti dell’amore dei vostri genitori?
Chi
è che vi conforta, che vi aiuta, che vi protegge? Chi è che vi comprende e vi
accoglie per consolarvi?
Non
sono sempre i vostri genitori?
La
mamma non è per voi un angelo amoroso che veglia sopra la vostra vita? Ella è
pronta a fare qualunque cosa per voi ed è pronta a rinunciare a qualsiasi cosa
per amore vostro. Vi ama; vi ama ardentemente e darebbe volentieri cento volte
la sua vita ed il suo sangue per il vostro bene.
Il
papà non è la vostra guida e la vostra protezione? Non è forse vero che egli
si consuma in un lavoro qualche volta umiliante, sempre faticoso, soprattutto
per voi? Egli pensa a voi, al vostro mantenimento, ai vostri vestiti, ai vostri
studi e lavora, lavora, lavora. Quante volte si vorrebbe riposare, vorrebbe
lasciare per un poco di tempo il suo faticoso lavoro, ma poi ripensa a voi e
continua nella sua fatica, nel suo lavoro.
Ebbene
questi genitori che dànno tutto per i loro figli, non chiedono nulla in
cambio…”.
Crediamo
di non aver esagerato nel tracciare le caratteristiche dei genitori; essi sono
dal punto di vista umano l’espressione più genuina dell’amore e del
sacrificio e rappresentano perciò una delle più sublimi realtà della vita.
I
genitori hanno ricevuto un ministero da Dio e questo ministero si compie
attraverso la dedizione e la rinuncia, ma essi lo assolvono serenamente e,
spesso, gioiosamente. E’ un ministero di assistenza, di educazione, di guida;
essi sono stati costituiti protettori dei figliuoli, educatori dei figliuoli,
guida morale, spirituale e sociale dei figliuoli.
Quindi
il comandamento divino “onora tuo padre e tua madre” esprime un ordine che
vuole il riconoscimento e il rispetto di un altissimo e meraviglioso ministero e
non può essere interpretato soltanto come un obbligo alla sottomissione forzata
e momentanea. La sottomissione, nei primi anni della vita, che deriva più da
debolezza fisica che non da sensibilità morale, non è l’adempimento totale e
perfetto del grande e glorioso comandamento che giace troppo spesso fra le
verità dimenticate.
Vediamo
adunque come deve essere interpretato ed attuato l’ordine di Dio.
Onorare
vuol dire “riconoscere ciò che è
dovuto a persona degna e renderglielo in pensieri e in affetti, in parole e in
fatti, con sentimento di rispetto, riverenza…”. Questa definizione è
copiata da un comune vocabolario e ci chiarisce in maniera esatta quello che i
figliuoli devono rendere ai propri
genitori.
Rispetto
e stima, ecco i primi
sentimenti che si devono avere verso i genitori; essi sono meritevoli di
rispetto per l’opera d’amore che hanno compiuto a favore dei figliuoli, sono
meritevoli di rispetto per i sacrifici affrontati e per il lavoro compiuto, sono
meritevoli di rispetto per l’età che hanno, ma soprattutto sono meritevoli di
rispetto perché hanno ricevuto un ministero da Dio. I figliuoli devono vedere
nei propri genitori coloro che sono stati costituiti da Dio conduttori della
loro vita e attraverso i genitori devono rispettare Iddio stesso che li ha
chiamati ad assolvere il sublime compito di padre e madre.
Rispetto
e stima devono andare uniti ed anche se, purtroppo, non mancano genitori che
tradiscono la propria missione, rispetto e stima non devono venire meno
nell’animo dei figliuoli. I genitori non devono essere giudicati dai
figliuoli; i giudici non mancheranno, ma i figliuoli dovranno sempre rifiutarsi
di entrare a far parte di questi.
Gli
errori di un genitore, a meno che lui stesso non distrugga i rapporti di sangue
con i propri figliuoli, non potranno mai annullare quello che egli ha fatto,
quello che egli ha dato, quello che egli sente quale genitore e perciò gli
errori di un genitore non devono mai, assolutamente mai, soffocare i sentimenti
di rispetto e di stima nel cuore dei figliuoli.
I
genitori sono stati i collaboratori di Dio per darci vita; sono stati gli
strumenti di Dio per darci assistenza; sono stati i ministri di Dio per darci
educazione… tutto questo è sufficiente a farli rimanere sempre al sommo del
nostro rispetto e della nostra stima.
Parole
irriverenti, linguaggio arrogante, apprezzamenti sprezzanti, insubordinazioni
insolenti sono macchie che contaminano il cuore di ogni figliuolo che esercita
queste cose verso i genitori. L’età non conta e non conta il sesso, la
cultura e la posizione sociale; ogni figliuolo, ragazzo o giovane, maschio o
femmina, istruito o incolto, dipentente o indipendente dai genitori deve a
questi un rispetto pieno di riverenza ed una stima ricca di affetto.
La
stima ed il rispetto assumono una forma pratica nell’ubbidienza; i figliuoli
devono sempre ubbidire ai propri
genitori. Ma anche l’ubbidienza è soltanto una parte dell’onore
che i figliuoli devono ai genitori perché con questa, assieme a questa o dopo
questa ci deve essere l’assistenza affettuosa e reale.
Desideriamo
riportarci ancora una volta all’articolo scritto alcuni anni addietro e del
quale abbiamo già citato una parte, per illustrare in maniera elementare queste
affermazioni. Così scrivevamo: “…I
figliuoli devono avere sempre riverenza e riconoscenza per i genitori e devono
quindi essere sempre pronti ad ubbidire senza discutere e senza indugiare.
Devono
essere pronti ad ubbidire quando sono molto piccoli, non soltanto perché i
genitori sono degni di essere ubbiditi, ma anche perché, soltanto un padre o
soltanto una madre conoscono le cose che sono buone per i propri figliuoli; essi
quindi devono seguire con sottomissione il consiglio dei genitori nella continua
ubbidienza.
Devono
ubbidire quando divengono giovanetti, perché coll’aumentare della ragione,
aumenta anche il dovere di gratitudine e di amore verso coloro che si
sacrificano per il loro bene.
Devono
ubbidire quando divengono adulti ed indipendenti e non soltanto per un rispetto
all’età e all’esperienza, ma per una completa sottomissione alla legge
dell’amore.
Sì
i figliuoli devono sempre ubbidire ai propri genitori con prontezza e con
rispetto perché così comanda Iddio e perché così insegna la legge della
riconoscenza.
L’ubbidienza
qualche volta è sacrificio, ma ricordatevi che se i genitori v’impongono
alcuni sacrifici, lo fanno unicamente per il vostro bene. Essi vi vogliono
esercitare alle dure battaglie della vita ove tutto è sacrificio.
Che
avverrebbe se la passera, per risparmiare un sacrificio ai piccoli passerottini,
rinunciasse ad insegnar loro i primi elementi di volo?
Essi
non saprebbero e non potrebbero mai volare; sarebbero perciò condannati a
vivere la più infelice vita che potrebbe essere riservata ad un uccellino. Per
evitare questo la mamma spinge i suoi piccoli al sacrificio, all’ubbidienza…
L’aquila,
dicono i naturalisti, si trova di fronte a dei piccoli alquanto ribelli. Gli
aquilotti non sono disposti a lasciare il nido per cimentarsi nei primi voli.
Sapete cosa fa mamma aquila? Sconvolge il nido! Toglie da esso tutte le parti
comode e morbide e lo riduce un incomodo groviglio di punte e sterpi per
obbligare i suoi piccoli ad uscirne fuori e, quando essi escono, li lancia nel
vuoto per far aprire loro le alucce ancora incerte… ma non li lascia e non
appena vede che essi precipitano sconfitti, con un volo rapido si porta sotto a
loro e li raccoglie.
Come
vedete è soltanto l’ubbidienza nel sacrificio, o spontanea o forzata, che
irrobustisce e prepara i piccoli per la vita indipendente di domani.
La
vostra mamma o il vostro papà non vi possono sempre lasciare nel comodo nido
della vostra pigrizia o dei vostri giuochi o delle vostre piccole idee perché
se lo facessero vi renderebbero infelici per tutta la vita. Essi vi devono
chiamare ai vostri doveri familiari, ai vostri doveri scolastici, ai vostri
doveri sociali.
Soltanto
i vostri genitori possono conoscere chiaramente la misura di questi doveri e
quindi voi dovete compierli nell’ubbidienza senza discutere e senza
lamentarvi.
Forse
voi siete chiamati a compiere tanti piccoli servizi che i vostri compagni non
devono mai compiere; forse voi dovete studiare più a lungo dei vostri piccoli
amici; forse siete sottoposti ad un numero maggiore di regole e di limitazioni
di quelle che hanno altri ragazzi, ma non vi lamentate, non discutete perché i
vostri saggi genitori sanno bene il perché di questi doveri ed essi non ve
l’impongono per farvi soffrire, ma soltanto perché sono indotti a ciò da
pressanti necessità della vita.
Al
disopra di ogni altro pensiero mantenete sempre quello principale e ripetete con
convinzione a voi stessi: “I nostri genitori ci amano e tutto quello che fanno
per noi lo fanno per il nostro bene”.
Questo
pensiero vi aiuterà sempre a sopportare con dolcezza ogni sacrificio e, di
conseguenza, a compiere con serenità il vostro atto di ubbidienza.
L’ubbidienza,
oltre al sacrificio, impone la fiducia. Il bambino ragiona con la sua piccola
mente; il genitore invece ragiona con la sua mente adulta. I loro ragionamenti
non vanno sempre d’accordo perché il figlio esamina la cosa dal “suo punto
di vista” mentre il genitore la decide dal suo punto di vista.
La
regola però c’insegna che il punto di vista esatto non è quello del figlio
ma quello del genitore e quindi l’ubbidienza si deve compiere nella fiducia.
Il ragazzo deve ragionare pressappoco così:
“A
me sembra che in questa circostanza sarebbe meglio fare in un modo diverso da
come comanda il mio genitore, ma poiché egli è più saggio di me è necessario
che io ubbidisca perché certamente egli sa quello che vuole e conosce i
risultati di quello che chiede”.
Molti
ragazzi oggi vorrebbero invece prima discutere e poi ubbidire, cioè vorrebbero
ubbidire soltanto dopo aver capito bene od essersi convinti completamente.
Questo è mancanza di fiducia verso i genitori ed oltre a ciò è anche motivo
di molteplici disubbidienze. Infatti non sempre il ragazzo “può capire” o
non sempre sa o vuole convincersi, e, se è deciso ad ubbidire unicamente dopo
aver capito, finirà, in questi casi, col disubbidire.
I
genitori hanno sempre molti anni più dei figli; sono stati figli prima di loro
ed inoltre hanno conosciute le battaglie della vita e quindi sanno bene quello
che comandono e conoscono lo scopo di ogni ordine. I figli, invece, non hanno
esperienza e non posseggono una mente sufficientemente sviluppata per
comprendere ogni cosa e perciò devono affidarsi fiduciosamente alla guida e
alla volontà di coloro che sono stati dati da Dio per guida e per protezione.
L’ubbidienza,
naturalmente, non è tutto quello che un figlio può dare ai suoi genitori ma è
una fra le cose più difficili a darsi. Con l’ubbidienza bisogna porgere
l’affetto, la riverenza, l’assistenza; queste cose rappresentano un
contraccambio inadeguato all’opera che i genitori compiono a favore dei propri
figliuoli, ma nella legge dell’amore non esistono, non possono esistere,
proporzioni. L’amore non è un commercio ove si dà tanto per ricevere
altrettanto o, possibilmente, di più; non è un calcolo matematico, non è un
problema geometrico. No, l’amore è l’amore; esso dà, dà e dà sempre
senza chiedere nulla, ma gioisce e si rallegra quando riceve e non calcola se
quel che riceve è di più o di meno di quel che ha dato.
Quindi
i genitori pur ricevendo sempre meno di quel che hanno dato e che continuano a
dare fino alla morte, si rallegrano e gioiscono quando i propri figliuoli
rendono loro assistenza che è amore in azione; rispetto che è amore in
subordinazione.
Molti
giovani credono di avere vari diritti e credono altresì di non avere nessun
dovere nei loro rapporti con i genitori, quindi pretendono aiuto, assistenza,
conforto… e quando poi non hanno più bisogno di queste cose voltano le spalle
e prendono la loro strada.
I
genitori, raggiunti dalla vecchiaia e dalla debolezza, cominciano ad aver
bisogno di ogni cosa, ma i figli non se ne preoccupano e li lasciano in
abbandono quando invece potrebbero facilmente porgere conforto ed assistenza.
Un
giovane, prima di lavorare per formarsi una famiglia, dovrebbe lavorare per
assistere ed aiutare i propri genitori ed anche quando avrà una famiglia
propria, una moglie, dei figliuoli, non dovrà dimenticare coloro che hanno dato
tutto per lui. Quando il cuore è ispirato e riscaldato dall’amore ogni opera
può essere compiuta.
La
scrittura c’insegna che i cristiani “devono rendere il contraccambio ai loro
antenati” perché se alcuno non provvede ai suoi, ha rinnegata la fede ed è
peggiore di un infedele. Ma non basta provvedere, bisogna provvedere con
affetto. I genitori non devono essere umiliati da un’elemosina ma devono
essere confortati da un’assistenza affettuosa, spontanea, riverente.
Gli
aiuti devono essere resi graditi anche attraverso la forma con la quale vengono
largiti ed i genitori devono poter vedere nelle opere dei figliuoli il frutto
meraviglioso dell’amore”.
Quanti
cristiani ed in quale misura rispettano oggi l’ordine di Dio? In alcuni paesi
le relazioni familiari sono state turbate al punto che i figliuoli, sin dalla
fanciullezza, assumono una posizione di indipendenza che li conduce
all’insolenza, alla disubbidienza e all’indifferenza nei confronti dei
propri genitori.
Le
relazioni affettive si dissolvono e gli obblighi sociali si dileguano e invece
moltiplicano in misura sempre più impressionante i sintomi di quel disordine
morale che crea giovani ribelli e depravati e produce rovine familiari. I
genitori dopo aver cercato di dar
tutto cadono nello sconforto e terminano la loro vita dimenticati e trascurati,
i figli dopo aver preso soltanto il bene materiale dei genitori, si rivoltano
contro questi e nel miglior dei casi li abbandonano e li dimenticano.
Questo
avviene fuori e dentro l’ambiente cristiano
ed è per questo che affermiamo che anche il comandamento “onora tuo padre e
tua madre” rappresenta una verità dimenticata.
Noi
che desideriamo un risveglio spirituale dobbiamo soprattutto desiderare che
questo risveglio si manifesti in maniera da riportare in luce e quindi in
attuazione queste sane norme di vita cristiana.
Anche
allora c’erano peccati e ribellioni perché anche allora la chiesa era
soggetta alle terribili tentazioni che si presentano sul sentiero dei santi, ma
la potenza dei servitori di Dio si opponeva energicamente all’invadenza del
male.
In
Corinto c’era un terribile peccato: “un uomo si teneva la moglie di suo
padre”. E’ necessario precisare che questo non vuol dire che “si teneva la
propria madre” ma che conviveva probabilmente con la propria “matrigna”.
Non sappiamo se il padre di questo credente era ancora vivo o se era già morto,
ma in ambedue i casi vivere coniugalmente con la moglie del padre era una cosa
orribilmente ripugnante (Lev. 18:8).
Questo
scandalo rappresentava una macchia alla testimonianza cristiana della chiesa ed
era una malattia mortale nell’anima del peccatore di Corinto e perciò Paolo
agisce immediatamente con l’autorità “ricevuta
dal Signor Gesù”. Egli comanda che l’impuro fornicatore sia dato in man
di Satana “alla perdizione della carne”
affinché “lo spirito sia salvo nel
giorno del Signor Gesù”.
L’Apostolo
conosceva bene la personalità e la posizione di Satana. Satana era, ed è,
l’autore del male; da lui vengono lagrime, dolori, peccati, malattie. Quando
Satana “può avere” un uomo nelle mani è capace di ridurlo nella miseria più
profonda, nella malattia più terribile e nello sconforto più grande (Giobbe
3:1-4).
Satana
agisce sempre per rovinare e per distruggere, ma non sa che Iddio frequentemente
si serve della sua potenza malefica per adempiere i suoi piani meravigliosi.
Iddio agisce come quei grandi generali che qualche volta permettono al nemico di
avanzare e lasciano credere che si stanno ritirando sconfitti, mentre invece
stanno soltanto seguendo una manovra abilissima per ottenere una strepitosa
vittoria.
Paolo
sapeva bene questo perché lui stesso era stato costretto da Dio a bere la
medicina amara di Satana quando, colpito dall’infermità, aveva dovuto
accettare la compagnia di un angelo infernale, che si tratteneva al suo fianco
per schiaffeggiarlo continuamente. Satana pensava di avvilire Paolo, forse di
distruggere Paolo, ma Iddio sapeva invece che quell’azione dolorosa era
necessaria per mantenere il suo grande servitore in una posizione di umiltà. E
non era soltanto Iddio a sapere questo, ma lo stesso Paolo era a conoscenza che
quell’opera dell’inferno era stata permessa dal cielo per la salute della
sua anima che altrimenti sarebbe potuta cadere nell’orgoglio spirituale a
causa di tutte le meravigliose grazie e rivelazioni ricevute da Dio (2 Cor.
12:7).
Quindi
non è Satana che “corregge” o che “salva”, ma è Iddio che usa anche le
medicine amare ed i veleni pericolosi per dare la salute ai suoi figliuoli. Nel
caso del peccatore di Corinto, Satana doveva ricevere il permesso di colpire
“la sua carne”, cioè di farlo cadere in una terribile malattia affinché,
rovinato nel corpo, non avesse avuto più possibilità e forza di peccare, ma
avesse avuto anzi occasione di umiliazione e ravvedimento.
In
questo caso anche se la malattia fosse arrivata fino alla morte, Satana non
avrebbe avuto la vittoria perché in realtà egli avrebbe potuto distruggere
soltanto la carne, mentre Iddio attraverso la mortificazione della carne avrebbe
potuto suscitare il ravvedimento e compiere la purificazione dell’anima prima
che il peccatore scendesse nel sepolcro.
Quella
che appare meravigliosa, nel verso di Paolo ai Corinti, è l’autorità della
chiesa. Non soltanto Iddio può scacciare Satana e può concedere permessi a
Satana; non soltanto Iddio, cioè, può fermare l’avversario o può far
muovere ed agire l’avversario, ma anche il popolo di Dio ha ricevuto questo
potere e questa autorità ed anche i servitori di Dio possono respingere ed
avvilire Satana o possono usare Satana come verga dolorosa e come medicina
amara.
Naturalmente
Satana non sa che viene usato per il bene perché egli agisce soltanto per
distruggere e quando colpisce un individuo ha un solo desiderio, quello di farlo
soffrire e quello di perderlo per l’eternità. Satana non sa, ma Iddio sa, ed
anche i servitori di Dio sanno, perché per lo Spirito Santo hanno ricevuto
parte della sapienza di Dio, dell’onniscenza di Dio e dell’autorità di Dio.
Quindi,
come Iddio può usare qualsiasi potenza e qualsiasi energia dell’universo per
compiere i suoi piani e può usare al momento opportuno anche Satana quasi fosse
un bastone per correggere, anche i servitori di Dio possono comandare e muovere
tutte le potenze e Satana stesso affinché la chiesa sia edificata e benedetta.
La chiesa, ricordiamoci quindi, non è dominata da Satana, ma domina Satana;
l’avversario non può muoversi dove vuole e quando vuole, ma può muoversi
soltanto sotto l’autorità dei servi di Dio che lo tengono legato con le
catene della potenza divina.
Pietro
può dire allo zoppo: “Lèvati e
cammina” (Atti 3:6) e può dire a Saffira: “I
piedi di coloro che hanno seppellito tuo marito sono all’uscio, ed essi ti
porteranno via”. (Atti 5:9).
Può
dire: “Tabita lèvati…” (Atti
9:40) e può anche dire: “Io ti vedo
essere in legami d’iniquità” (Atti 8:23).
Paolo
può dire: “…sarai cieco senza vedere
il sole…” (Atti 13:11); può consegnare Imeneo ed Alessandro in mano di
Satana (1 Tim. 1:20) e può anche esclamare: “rizzati
in piedi…” (Atti 14:10) o “imporre
le mani e guarire gli infermi” (Fatti 28:8).
Nel
ministero della chiesa c’è autorità per liberare dalla potenza malefica di
Satana e c’è autorità per legare alla potenza di Satana quando questa
potenza può procurare un dolore ed una sofferenza che possono riuscire salutari
per la chiesa ed utili per i piani di Dio.
Questo
passo della scrittura riesce incomprensibile e risulta discusso in maniera
animata perché la chiesa cristiana di oggi ha perduto la potenza di ieri.
L’autorità dei servitori di Dio è diminuita tanto, che essi frequentemente
non dominano Satana, ma sono dominati da lui e quando non sono dominati
direttamente da Satana sono dominati dalle circostanze provocate da Satana. Oggi
non s’incontrano più molto spesso uomini capaci di sgridare e vincere la
malattia o addirittura capaci di spezzare le catene della morte; quindi è
logico che non s’incontrano più neanche uomini di Dio capaci di leggere nei
cuori e, soprattutto, capaci di far piombare la malattia, la sofferenza, la
cecità sopra coloro che potrebbero essere guariti soltanto da queste amare
medicine.
Le
medicine che la chiesa usa in questi giorni sono medicine umane che producono
scarso effetto quando non ne producono affatto o quando non producono danno. Per
queste ragioni molti peccati segreti continuano a turbare, con la loro presenza,
la vita della chiesa ed anche molti peccati palesi continuano a crescere e a
crescere oscurando la testimonianza cristiana e ostacolando la presenza di Dio.
Se
un autentico risveglio di Spirito restituisse alla chiesa l’autorità di ieri,
noi torneremmo a vedere i ministri cristiani con la potenza divina nelle mani ed
essi combatterebbero il male della chiesa, non con la forza della disciplina di
un’organizzazione, ma con la forza dello Spirito Santo che è autorità sopra
ogni forza e quindi anche sulla forza del diavolo.
Comunque,
per concludere il presente capitolo possiamo ripetere: Il versetto di Paolo ai
Corinti ci dice chiaramente che l’Apostolo ordina alla chiesa che il peccatore
sia abbandonato a Satana perché quest’avversario crudele lo colpisca con la
malattia. La mortificazione del corpo deve servire per togliere l’occasione
del peccato e per produrre il ravvedimento necessario onde portare di nuovo
quest’uomo a Dio. Rovinato nel corpo, salvato nello spirito; questo è
l’obbiettivo dell’apostolo a beneficio di un credente sviato dalla verità
che può essere guarito dall’azione velenosa dell’inferno soltanto a mezzo
di un controveleno formato “allo stesso veleno che ha prodotto
l’infezione”.
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